Potenziale ignotoLa volontà del governo di riaprire le miniere, il primato della sicurezza nazionale e i rischi per l’ambiente

L’esecutivo vorrebbe aumentare la produzione italiana di metalli critici fondamentali per la transizione ecologica e per ridurre la dipendenza da regimi stranieri. Ma non sappiamo ancora quanto siano ricchi i giacimenti sparsi sul territorio e l’interesse strategico deve fare i conti con il dissenso dei cittadini

AP/Lapresse

«Trent’anni fa eravamo un grande Paese minerario, poi abbiamo chiuso tutte le miniere. Ora dobbiamo riaprirle, e magari altre ancora». La proposta del ministro delle Imprese Adolfo Urso nasce da una verità difficile da accettare: la transizione ecologica è un processo ad alta intensità di minerali, perché i veicoli elettrici o le turbine eoliche contengono molti più metalli delle auto a benzina e degli impianti a gas. È vero, le fonti di energia rinnovabile permetteranno di ridurre la domanda di combustibili fossili, ma non elimineranno la necessità di estrarre materie prime dal sottosuolo: litio, cobalto, rame, argento, nichel, terre rare e manganese sono alcune di queste.

Il problema, come si legge in un rapporto di Cassa depositi e prestiti, è che attualmente l’Unione europea dipende per oltre l’ottanta per cento dalle importazioni di materie prime critiche per l’industria. Questa dipendenza, peraltro, è legata spesso a nazioni problematiche come la Turchia, il Sudafrica, la Russia e soprattutto la Cina, che domina le filiere dei metalli per l’energia pulita: sulle terre rare, presenti nelle auto elettriche e nelle turbine eoliche, l’affidamento europeo a Pechino è pressoché totale (si sfiora il cento per cento).

«Abbiamo un obiettivo che la Commissione ci pone e che noi condividiamo, che è quello di raggiungere almeno il dieci per cento di materie prime critiche estratte nel nostro continente al 2030», ha detto il ministro Urso. Un obiettivo nato dalla volontà di tutelare la sicurezza dell’Europa da eventuali usi geopolitici delle forniture (limiti o blocchi al commercio di metalli per danneggiare i paesi avversari: sta succedendo proprio ora con gallio e germanio) e garantire la continuità degli approvvigionamenti alle aziende.

Bruxelles ha stilato un elenco di trentaquattro materie prime critiche per i settori della transizione ecologica, della transizione digitale e della difesa. Secondo Urso, in Italia «possediamo sedici di queste trentaquattro materie prime critiche indicate», ma «si trovano in miniere che sono state chiuse trent’anni fa». I giacimenti di litio, un elemento fondamentale per le batterie, si concentrano nella fascia vulcanico-geotermica peritirrenica fra Toscana, Lazio e Campania (in particolare nell’area a nord di Roma). Quelli di cobalto, utilizzato sempre nei dispositivi di stoccaggio, sono soprattutto in Piemonte, a Punta Corna, ma anche nel Lazio settentrionale. Il sud della Sardegna contiene terre rare e fluorite per l’alluminio. Il rame, ottimo conduttore elettrico, è in Veneto, Lombardia e Toscana; il manganese per gli accumulatori in Abruzzo, Calabria e Sicilia.

La lista potrebbe proseguire, ma il punto è un altro. L’effettivo potenziale minerario del territorio italiano è ignoto perché le esplorazioni di metalli critici sono state interrotte decenni fa, parallelamente alla chiusura delle miniere. In altre parole, non sappiamo se i giacimenti contengano quantità sufficienti dell’elemento da giustificare l’avvio delle estrazioni e garantire rendimenti soddisfacenti agli operatori. In passato l’estrazione di minerali rari era stata abbandonata perché sconveniente: ad esempio, negli anni Settanta Enel estraeva il litio dalle salamoie geotermiche vicino Roma, ma i guadagni non erano esaltanti. Molte cose sono cambiate da allora: innanzitutto, il litio è diventato un metallo prezioso e richiestissimo; e poi il primato della convenienza economica è stato soppiantato dalla sicurezza nazionale.

Per aumentare la produzione italiana di metalli critici, «il primo passo da compiere […] è una mappatura geologica del paese», ha scritto Gianclaudio Torlizzi, consigliere del ministro della Difesa sulle materie prime, in un documento per il Policy Observatory della Luiss. Secondo l’analista, «l’individuazione dei giacimenti da sfruttare dovrà andare di pari passo con l’aggiornamento delle normative che regolano l’attività mineraria ferme al Regio decreto 1443 del 1927, successivamente modificato in modo da includere, tra gli anni Ottanta e Novanta, le regioni che, con la sola eccezione del petrolifero ancora sotto la giurisdizione dello stato centrale. Lo stato dovrà riconoscere l’importanza dell’attività mineraria, nella tutela dell’interesse nazionale, intervenendo (ed intervenire) attivamente nella strategia di approvvigionamento». In sostanza, la sicurezza dovrà venire prima della sostenibilità economica dei progetti.

L’interesse strategico, però, non potrà passare sopra al dissenso. La riapertura delle miniere evocata da Urso, ed effettivamente coerente con il percorso di transizione ecologica e di autonomia strategica europea, potrebbe venire contestata dai territori, visto l’impatto socio-ambientale potenzialmente elevato di queste attività.

Il ministro delle Imprese promette che «entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. A quel punto, le imprese potranno presentare i loro progetti». Urso ha aggiunto che le autorizzazioni saranno veloci, due anni al massimo, ma le procedure potrebbero non filare liscio. Un anno fa il ministero della Cultura, preceduto dalla Regione Lombardia, aveva per esempio bocciato l’apertura della miniera di zinco e argento a Gorno per le sue ripercussioni paesaggistiche.

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