Déjà vu La propaganda post grillina di Calderone & Co. sul reddito di cittadinanza

Nell’informativa al Senato, la ministra ha spiegato che i posti di lavoro ci sono, basterà iscriversi alla piattaforma Siisl, accedere ai corsi di formazione e il gioco è fatto. Come quattro anni fa, ritornano gli slogan sulla riforma delle politiche attive da fare in tutta fretta

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse

Era l’inizio del 2019. L’allora ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio si era da poco affacciato dal balcone di Palazzo Chigi annunciando «l’abolizione della povertà» dopo lo stanziamento dei fondi per il reddito di cittadinanza. A gennaio, in una convention con tanto di cupola di vetro al centro del palco contenente la prima Postepay del reddito, veniva presentato il guru del Mississippi Mimmo Parisi, messo a capo dell’Anpal e annunciato come colui che avrebbe rivoluzionato le politiche attive del lavoro in Italia attraverso una piattaforma digitale di incrocio tra domanda e offerta di lavoro. «Ciò che conta è formarsi per poter trovare un lavoro», disse su quel palco il papà dei navigator, secondo cui l’incontro tra lui e Di Maio era stato un «act of God», un atto voluto da Dio.

Allora, l’attuale ministra del Lavoro Marina Calderone guidava l’ordine dei Consulenti del lavoro, era stata in lizza per la presidenza dell’Inps (poi soffiatale da Pasquale Tridico) e ospitava ministri ed esponenti politici di ogni colore all’annuale festival dei consulenti, intrattenendo buoni rapporti con tutti. Sempre in accoppiata con il marito Rosario De Luca – poi entrato nel cda di Inps – a cui oggi ha lasciato in eredità lo scettro dei consulenti.

Nel corso del festival del 2019, Di Maio promise a Calderone che la formazione per inserire al lavoro i percettori del reddito di cittadinanza sarebbe stata aperta anche ai consulenti del lavoro. Disse proprio così quell’11 gennaio del 2019. «La nostra grande sfida è abbassare il costo del reddito di cittadinanza promuovendo il più possibile un passaggio attraverso una formazione che non dovranno fare solo i centri per l’impiego». E poi: «Anche i consulenti del lavoro potranno partecipare alla formazione con i propri strumenti».

In realtà, poi, non andò così. I consulenti del lavoro restarono a secco. E nonostante lo schieramento dei quasi tremila navigator, le politiche attive non furono affatto rivoluzionate. Della app di Parisi, in odore di conflitto di interesse, non se ne fece niente. I centri per l’impiego sono rimasti quel buco nero che conosciamo, incapaci di trovare un lavoro ai disoccupati, figuriamoci ai percettori del reddito con titoli di studio bassi e da anni al di fuori del mercato. E delle undicimila assunzioni previste nei centri – ma la responsabilità qui è delle Regioni – ne sono state fatte solo circa 4mila. Mentre i navigator, venduti come salvatori del mercato del lavoro, sono rimasti prima vittime della propaganda grillina, poi di quella antigrillina di Meloni e alleati e alla fine sono stati lasciati a casa. Risultato: in questi anni, tra i percettori occupabili, meno del venti per cento ha trovato lavoro.

Corre l’anno 2023. Proprio come quattro anni fa, con nomi diversi e sussidi più bassi, le promesse di Calderone e colleghi oggi sono le stesse dell’era Di Maio. Basta cambiare sigle e protagonisti, ma il messaggio semplicistico-propagandistico del governo di destra è di fatto identico a quello degli annunci grillini. Quelli avevano promesso il reddito, questi di cancellarlo. Ma la sostanza non cambia.

Nell’informativa al Senato la ministra Calderone ha presentato l’«attivazione digitale» sulla piattaforma Siisl come la panacea per tutti i mali. Quattro anni fa doveva essere la app di Parisi a cambiare tutto. Stavolta si chiamerà Siisl, Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa, arriverà a settembre e rivoluzionerà tutto, promette la ministra.

Il Sistema formazione lavoro, «esse effe elle», funzionerà così: ci si iscrive alla piattaforma, si riceve l’ok, poi si attende la convocazione del centro per l’impiego, dove si procederà al «patto di attivazione personalizzato» con la partecipazione ai corsi di formazione, dando conferma dell’iscrizione ai corsi ogni 90 giorni. E poi, ha aggiunto la ministra, ci sono anche gli incentivi per le assunzioni dei percettori del reddito. Senza ricordare che in questi anni sono state talmente poche che l’Inps nei suoi report le conteggia in fondo alle tabelle tra le “altre”.

Ma Calderone dice che i posti di lavoro ci sono – in Campania ce ne sono oltre centomila disponibili, ha ricordato. Basta far incontrare domanda e offerta di lavoro ed è fatta (perché non averci pensato prima?). Tant’è che è già stato tolto pure l’assegno ai percettori del reddito.

E poco importa se i centri per l’impiego sono ancora all’anno zero, con banche dati che non riescono a dialogare con l’Inps o con quelle di uffici di province nella stessa regione. Magari collocati in uffici inagibili che in alcuni casi sono chiusi da anni, in attesa di trovare sedi adeguate. E con dipendenti, spesso avanti con l’età e con competenze inadeguate, che andrebbero formati loro stessi. «Chiedevano a me di mandare le email perché loro non sapevano farlo», raccontava qualche navigator.

E oggi, come quattro anni fa, la testa di ponte di questa rivoluzione post-grillina è ancora una volta l’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro nata con il Jobs Act renziano nel 2015. Nel 2019 arrivò Parisi e l’agenzia, attraverso la sua società in house, Anpal Servizi, venne usata per assumere in tutta fretta i navigator.

Calderone, arrivata in via Veneto, è partita da Anpal Servizi, spodestando con una forzatura giuridica l’ex presidente Cristina Tajani nominata dal Pd e sostituendola con il suo fedelissimo amico sardo Massimo Temussi, già nominato come suo consulente personale e molto gradito a Fratelli d’Italia. Poi ha soppresso del tutto l’agenzia, portandone funzioni e personale nel ministero del Lavoro, in modo da gestire più da vicino pure i quasi 5 miliardi del programma Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori, previsto dal Pnrr.

Anche da questi fondi si dovrebbe attingere per organizzare quei nuovi corsi di formazione per chi ha perso il reddito di cittadinanza e che così troveranno un lavoro. La ministra ha annunciato un decreto in arrivo per gli occupabili: coloro che hanno perso il reddito di cittadinanza potranno avere 350 euro al mese, per un massimo di un anno, ma patto di frequentare un corso di formazione, scelto in base al catalogo offerto dalle società di formazione. Che non a caso si stanno moltiplicando.

In pratica, da settembre, centinaia di migliaia di persone dovrebbero essere prese in carica dai centri per l’impiego di cui sopra, instradandole in percorsi di politica attiva. Facendo un salto di qualità improvviso e sperando anche questa volta forse in un «atto di Dio».

Nel 2018, appena insediatosi il governo gialloverde grillino-leghista, nella calura dell’estate romana arrivò un gruppo di consulenti tedeschi per aiutare l’Italia a riformare le politiche attive del lavoro. L’obiettivo era apprendere da quel modello tedesco indicato da tutti, destra e sinistra, come esempio virtuoso. Gli esperti tedeschi dissero a Di Maio che sarebbero serviti quattro anni almeno per fare una riforma strutturale e far funzionare davvero la macchina. Di Maio rispose che non c’era tempo, andava fatto tutto subito. Quindi, rispediti a Berlino i consulenti tedeschi, arrivarono i decreti d’urgenza, Parisi, i navigator, le convention, i kick-off con la colonna sonora dei Queen.

Quattro anni dopo, i toni sono gli stessi. E chissà che magari quella promessa non mantenuta da Di Maio, ovvero di coinvolgere pure i consulenti del lavoro nella formazione, stavolta non venga davvero mantenuta. Chissà.

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