Governo contro i giovaniIl mercato del lavoro va in una direzione, il decreto di Meloni si muove nel senso opposto

Inutile l’intervento che crea maggiore flessibilità per i contratti a termine: in un anno i rapporti a tempo indeterminato sono 367mila in più, quelli a tempo determinato sono diminuiti di 85mila unità. Con il rischio che a pagare saranno ancora gli under 35 e che, per di più, torneranno ad aumentare i contenziosi in tribunale come in passato

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Il mercato del lavoro va in una direzione. Il decreto lavoro del governo Meloni – o almeno la bozza – si muove in quella opposta. A marzo 2023, stando ai dati Istat, prosegue il lieve aumento dell’occupazione (+0,1 per cento) e continua la crescita delle stabilizzazioni con i contratti a tempo indeterminato, che sono 78mila in più rispetto agli ultimi tre mesi del 2022, 367mila in più in un anno, raggiungendo il numero più alto da quando esistono le serie storiche. Mentre i contratti a termine, quelli sui quali il governo è intervenuto rendendo più flessibili le regole sulle casuali per rinnovi e proroghe dopo i dodici mesi, nel primo trimestre dell’anno sono tremila in meno, in un anno ottantacinquemila in meno.

Un intervento inutile, quello del governo, a guardare i numeri. Nel 2022, le trasformazioni dei contratti di lavoro da temporanei a tempo indeterminato sono cresciuti del quarantaquattro per cento, anche in assenza di forti incentivi sulla decontribuzione. Rispetto a marzo 2022, i rapporti di lavoro stabili sono cresciuti del 2,4 per cento, arrivando al record di oltre 15,3 milioni.

Le tre nuove causali volute dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, il tredicesimo cambio di regole sui contratti a termine dal 2000, in questo scenario sembrano quindi avere il solo obiettivo politico di voler depennare una volta per tutte i paletti rigidi del decreto dignità voluto dai Cinquestelle ai tempi del governo con la Lega, oggi alleata di Meloni. La stessa ministra del Lavoro Marina Calderone, d’altronde, ha detto che solo il tre per cento dei contratti a termine supera i dodici mesi.

Ma le nuove norme rischiano anche di essere dannose, in un momento in cui la crescita dell’occupazione non è più quella del rimbalzo post Covid. Soprattutto tra i giovani.

A un anno dall’inizio della guerra russa in Ucraina, infatti, a marzo 2023 l’occupazione è cresciuta solo di ventiduemila unità. L’aumento è spalmato un po’ su tutta la forza lavoro, fatta eccezione dei 25-34enni, ovvero la fascia tradizionalmente di primo ingresso, per i quali si registra invece una perdita di 26mila posti a fronte ventisettemila disoccupati in più. Crescono invece gli occupati tra i 35-49enni (+30mila) e tra gli over 50 (+11mila).

In questi numeri conta l’invecchiamento della popolazione, ma a guardare i dati depurati dalla componente demografica si vede che, sebbene i giovani under 35 stiano trainando ancora la crescita del mercato del lavoro con un +2,7 per cento annuo, la spinta del rimbalzo post Covid sta nettamente diminuendo.

Parallelamente calano i disoccupati: il tasso di disoccupazione totale scende al 7,8 per cento, quello giovanile al 22,3 per cento. Gli inattivi, quelli che un lavoro non ce l’hanno e non lo cercano, sono però mille in più in un mese, con il tasso di inattività fermo al 33,8 per cento: ancora molto alto.

A marzo, crescono più o meno alla pari sia i contratti a tempo determinato (+10mila) sia quelli a termine (+13mila), mentre annaspano ancora gli autonomi (mille in meno). In un momento di scarsità di manodopera per diversi tipi di profili, da quelli più qualificati a quelli meno qualificati, oltre che di crescita delle dimissioni, è evidente che i datori di lavoro offrano più di prima i contratti a tempo indeterminato come elemento di attrattività di nuovi candidati. E le stabilizzazioni interne dei dipendenti che hanno un contratto a termine servono a non perdere lavoratori con competenze già formate, evitando che vadano da qualche altra parte.

Il rischio è che ora, per effetto della maggiore flessibilità voluta dal duo Calderone-Meloni, questa tendenza possa invertirsi, colpendo ancora una volta i più giovani. Con l’aggravio che le nuove causali potrebbero di nuovo far aumentare i contenziosi in tribunale come accadeva in passato, quando bastava un errore formale per presentarsi davanti al giudice. Un governo nostalgico, anche per le vecchie liti in tribunale.

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