
La politica in Russia è un infinito corso di bricolage. Putin e i suoi creano nuovi comitati, rilanciano progetti di legge pescati dal calderone della Duma (la camera bassa), abbandonano e affilano slogan, fanno e rifanno l’architettura costituzionale con la leggerezza di chi non deve rendere conto a nessuno, se non alle proprie ambizioni. Ricomponendo il mosaico di leggi approvate negli ultimi mesi, quello che emerge è la volontà del Cremlino di attuare una militarizzazione permanente del Paese. L’ultimo tassello è la riforma militare approvata il 26 luglio, che integra e affianca la mobilitazione parziale dell’autunno scorso e l’espansione delle forze armate decisa a gennaio 2023. Con la riforma di luglio sono state introdotte due novità. La prima misura alza a trent’anni l’età massima per il servizio di leva, allargando così il bacino di uomini reclutabili nelle forze armate da 6,7 milioni a 7,4 nel 2025 e da 7,6 a quasi dieci milioni nel 2030. Lo stesso vale per la riserva di ex soldati, che a seconda del grado potranno essere richiamati anche alla veneranda età di settant’anni, non proprio il momento della vita ideale per combattere una guerra.
La riforma del servizio di leva include anche un elemento repressivo, dato che rende operativa la digitalizzazione della chiamata alle armi e il divieto di espatrio per chi è stato contattato dall’ufficio di leva. Ciò pone definitivamente fine alla tradizione russa di renitenza alla leva: per decenni è stato sufficiente evitare fisicamente i funzionari del commissariato militare incaricati di recapitare il documento di richiamo, spesso sfociando in fughe rocambolesche per chi non era abbastanza abbiente da corrompere i burocrati militari.
Nuovi mercenari per il Cremlino
La seconda novità è quella che ha fatto più scalpore alla luce dell’ammutinamento della Wagner di Prigozhin. Con un emendamento è stata introdotta la possibilità da parte della presidenza federale di incaricare i governatori delle regioni di fondare delle aziende speciali, simili appunto alla Wagner, per garantire l’ordine pubblico e prevenire atti di sabotaggio. Armati dalla Rosgvardia, la guardia nazionale, queste formazioni potranno abbattere i droni ucraini che in questi giorni sono tornati a colpire il territorio russo. Le aziende speciali hanno destato confusione e interesse sia perché complicano ulteriormente la gestione della sicurezza interna russa, ad oggi popolata da numerose agenzie federali e regionali, sia perché apparentemente rappresentano una sorta di responsabilizzazione dei governatori.
Negli anni 2000-2010 Putin ha completamente svuotato le autorità locali e sostituito i leader radicati sul territorio con tecnocrati a lui fedeli; a partire dal Covid, questi governatori imposti dall’alto sono diventati il volto del sacrificio e delle decisioni impopolari imposte da Mosca. Le scorribande da parte delle milizie anti-Putin di estrema destra nella regione di Belgorod, gli attacchi con droni alle città russe e il tentativo di reclutare “volontari” senza ricorrere agli strumenti ufficiali dello stato hanno posto proprio i governatori al centro della scena.
Rendendosi conto di non poter contare sull’aiuto del Cremlino, molti di questi potentati hanno dovuto fare da sé. A Belgorod, il governatore Vyacheslav Gladkov ha fondato un’unità di difesa territoriale e si è visto costretto a gestire in prima persona le conseguenze della guerra imperialista che infuria al di là dei confini regionali. A Mosca, il sindaco Sergei Sobyanin ha instaurato un servizio di sicurezza cittadino per provare a rispondere ai continui raid ucraini (per ora senza successo).
Anche se non è chiaro cosa succederà a queste unità esistenti, è verosimile che prevedendo un nuovo ruolo per la Rosgvardia le autorità federali abbiano provato a riportare sotto il controllo diretto di un’agenzia federale la gestione della sicurezza territoriale, lasciando però i governatori come capri espiratori nel caso le cose vadano male. Solo Mosca, governata dal fedelissimo di Putin Sergei Sobyanin, potrà continuare a operare liberamente.
Preparazioni per una guerra lunga
È facile leggere la riforma come una risposta a crisi immediate, ovvero gli attacchi alle città russe e la difficoltà di mantenere un flusso costante di soldati per alimentare l’invasione dell’Ucraina, senza ricorrere ad attori incontrollabili come Wagner. Ma dietro a un approccio ambiguo, che rifugge le grandi riforme e privilegia più misure legislative distribuite nel tempo, si delinea un disegno strategico piuttosto chiaro e con obiettivi a lungo termine.
Innanzitutto, la riforma della leva porta il numero di uomini reclutabili a numeri immensi, nonostante il declino demografico in atto e di molto superiori al 1,5 milioni di soldati in servizio attivo previsti dalla riforma di gennaio del ministro della Difesa Sergei Shoigu. Le misure avranno un effetto strutturale, inclusa un’espansione della burocrazia militare, che si farà sentire a partire dal 2024; non ci sarà quindi alcun impatto sul più modesto ciclo di leva dell’autunno 2023.
In secondo luogo, la creazione di compagnie militari private sotto l’egida dei governatori (ma con il controllo indiretto della Rosgvardia, che da giugno può essere equipaggiata con mezzi militari pesanti) complica l’ecosistema di attori incaricata di preservare la sicurezza interna russa. In teoria, ciò dovrebbe accelerare la competizione all’interno delle élite, diluire la forza militare dei singoli servizi di sicurezza e rendere ancora più complesso tessere coalizioni anti-Putin con sufficiente massa critica da rovesciare il regime. È lecito qui avere dei dubbi, data la scarsa opposizione alla marcia su Mosca di Prigozhin.
Infine, rafforzando i canali di reclutamento delle forze armate ufficiali e creando nuove forme di cooptazione, il Cremlino potrà proseguire con la militarizzazione strisciante della società russa senza ricorrere a misure improvvise e impopolare come la mobilitazione parziale.
Insomma, il quadro che emerge è quello di un Paese che si sta progressivamente e metodicamente attrezzando per una lunga guerra in Ucraina e a un confronto permanente con Nato e Unione Europea. La natura di queste riforme è di puntellare la capacità repressiva del regime e di ampliare l’unico vantaggio militare che la Russia può esercitare nei confronti di Kyjiv e i suoi alleati: la massa e la volontà di sacrificare i propri cittadini. Non è ovviamente scontato che ciò avverrà, ma nelle teste dei decisori politici russi sembra prevalere la velleità di ristabilire gli strumenti necessari per ricorrere alla coercizione militare.