Aiuto silenziosoIl sostegno della Romania all’Ucraina va oltre le apparenze

Bucarest ha accolto decine di migliaia di rifugiati ucraini fuggiti dal conflitto offrendo servizi medici, trasporti gratuiti, accesso all'istruzione e altre forme di assistenza. Il governo rumeno ha anche facilitato l'esportazione di merci ucraine attraverso i suoi porti sul Danubio ma rispetto ad altri Paesi dell'Est ha mantenuto un basso profilo nelle dichiarazioni pubbliche

LaPresse

La Romania ha reso noto che ospiterà un centro regionale per l’addestramento dei piloti di caccia F-16, sostenuto dalla NATO e a disposizione dell’esercito ucraino. A prima vista potrebbe sembrare soltanto una piccola notizia nel mare magnum degli aggiornamenti dal fronte (occupati come siamo ad ascoltare le opinioni dei pacifinti che chiedono di concedere la vittoria a Mosca), invece si tratta di uno sviluppo notevole, soprattutto per l’Europa orientale, che potrebbe garantire una notevole forza alle truppe di Kyjiv nei prossimi mesi. La posizione di Bucarest è stata forse eccessivamente trascurata dagli analisti e dalla stampa internazionale, ma il suo ruolo è potenzialmente dirimente per gli equilibri nella regione.

L’invasione russa ha improvvisamente proiettato la Romania sulla scena geopolitica, portando il paese a lavorare per accrescere la sua rilevanza nel contesto regionale. Ora i soldati rumeni conducono addestramenti nelle montagne della Transilvania, preparandosi non solo a difendersi da un’aggressione della Russia, ma anche per il loro nuovo ruolo di supporto all’Ucraina.

La guerra ha posto la Romania in prima linea contro la Russia, conferendole un’importanza strategica crescente nella NATO: ha svolto un ruolo significativo nella fornitura di armi, agendo come paese di transito per le forniture, inclusa l’importante questione delle munizioni. Nonostante l’iniziale impreparazione delle forze armate rumene, obsolete e in fase di modernizzazione, gli analisti considerano la Romania come un facilitatore dei rifornimenti occidentali. Si tratta però di un lavoro che è avvenuto soprattutto dietro le quinte. L’atteggiamento rumeno nei confronti del conflitto ucraino, sebbene convintamente pro-Kyjiv, ha privilegiato un basso profilo, soprattutto se confrontato con l’assertività di altri membri NATO come la Polonia, i Paesi baltici o la new entry Finlandia.

Nonostante l’incrollabile sostegno politico di Bucarest, che comprende critiche dure e coerenti alle azioni del Cremlino e appelli per un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, la politica della Romania nei confronti del conflitto in corso può essere definita cauta. Manifestazioni di questo approccio della leadership rumena sono state la decisione di non firmare la lettera del 28 febbraio 2022 di otto Paesi del fianco orientale della NATO che chiedevano all’UE di concedere al più presto lo status di candidato all’Ucraina (Bucarest voleva probabilmente che anche la Moldavia ottenesse questo status) e la visita relativamente tardiva del Presidente Iohannis a Kyjiv (rispetto alla tempistica delle visite degli altri capi di Stato della regione), avvenuta il 16 giugno 2022.

Bucarest però continua a suggerire che l’effettiva assistenza militare fornita all’Ucraina sia stata considerevolmente maggiore, ma che non possa essere rivelata per motivi di sicurezza. Sembra che il governo rumeno abbia voluto evitare una situazione in cui Mosca potesse interpretare le sue mosse come manifestazioni di un coinvolgimento diretto nell’attuale conflitto. Inoltre, la Romania teme che consegne di questo tipo possano essere percepite da Mosca come una provocazione e possano rappresentare una minaccia per la sicurezza della Moldavia, dal momento che la Russia da anni sobilla la regione separatista della Transnistria contro il governo di Chișinău. In questo senso, la posizione della Romania (al confine con Ucraina e Moldavia) potrebbe essere esplosiva.

Si può ipotizzare anche che la moderazione rumena sia collegata alla scarsità di riserve di armamenti ed equipaggiamenti: inviarne in buona quantità avrebbe potuto compromettere le proprie capacità di difesa. Bucarest ha preferito concentrare la sua attività sugli aiuti umanitari. Già nei primi mesi di guerra il Kyiv Post invitava a non sottovalutare il sostegno della Romania alla causa ucraina: un sostegno prevalentemente umanitario, che nelle prime fasi ha visto Bucarest accogliere un gran numero di rifugiati.

Decine di migliaia di ucraini hanno trovato rifugio in Romania: sono stati offerti loro trasporti pubblici gratuiti, servizi medici, accesso all’istruzione, procedure legali semplificate per l’impiego e altre forme di assistenza. Secondo il Ministero dell’Interno rumeno, dall’inizio del conflitto fino alla fine di agosto 2022 le istituzioni hanno speso circa sessanta milioni di euro per «servizi mirati ai rifugiati». Parallelamente, Bucarest ha offerto aiuti materiali e umanitari alla Moldavia, alle prese con un forte afflusso di persone dall’Ucraina.

Nelle dichiarazioni ufficiali rilasciate dai responsabili ucraini, il tono dominante è stato quello della gratitudine per l’assistenza della Romania, in particolare quella umanitaria e logistica (esportazione di merci ucraine attraverso i porti del Danubio fino a Constanța). Kyjiv ha anche espresso il suo apprezzamento a Bucarest per il suo sostegno alla domanda di adesione alla NATO dell’Ucraina presentata dal Presidente Zelensky alla fine di settembre 2022. Inoltre, non ha mai criticato l’entità degli aiuti militari forniti dalla Romania (essendo probabilmente consapevole del suo limitato potenziale in questo campo).

L’asse Kyjiv-Bucarest è stato però storicamente travagliato e dal crollo dell’URSS in poi non sono mancate le tensioni tra i due Paesi: di recente, Linkiesta aveva raccontato del nervosismo riguardo al dragaggio del Danubio, un dossier che ha prestato il fianco anche alla propaganda russa.

Il passato spiega in parte la postura di Bucarest, influenzata anche dalla critica aperta dei partiti politici nazionalisti rumeni verso l’Ucraina. Tra i dossier più scottanti c’è stato quello legato alle aree della Bucovina settentrionale e ad alcune parti della Bessarabia, che attualmente appartengono all’Ucraina: risale già al 1940, quando questi territori furono persi da Bucarest a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop. Sebbene gli attuali confini siano stati confermati da un trattato del 1997, la storia comune rimane una fonte di incomprensione.

Lo dimostra la protesta del Ministero degli Affari Esteri rumeno nel 2019 contro un discorso del Presidente Zelensky, che aveva descritto l’annessione della Bucovina settentrionale alla Romania nel 1919 come un’occupazione. Sono emerse controversie relative ai diritti delle minoranze, alla lingua e all’educazione, che hanno alimentato sentimenti nazionalistici da entrambe le parti. C’è stata poi la contesa dell’Isola dei Serpenti nel Mar Nero, zona ricca di risorse, dove i limiti territoriali della piattaforma continentale circostante sono stati delineati dalla Corte internazionale di giustizia solo nel 2009.

L’aggressione russa all’Ucraina nel 2014 ha cambiato però la percezione della sicurezza dei rumeni, con l’annessione della Crimea a poco più di duecento chilometri dal delta del Danubio, e quella del 2022 ha ulteriormente rafforzato questa idea. Il governo di Bucarest teme che il potenziale successo di un’offensiva russa in Ucraina possa determinare un profondo cambiamento a livello strategico.

In uno scenario pessimistico, ciò equivarrebbe alla comparsa di truppe russe al confine con la Romania e, cosa altrettanto importante, metterebbe a rischio la sovranità della Moldavia. Per questo motivo, nel contesto della guerra in corso, la Romania considera la NATO come il suo principale garante di sicurezza e cerca di rafforzare la presenza militare dell’Alleanza sul suo territorio e nel Mar Nero. In Romania, l’oltraggio della guerra, unito alla ferocia di Putin, è servito a galvanizzare la solidarietà e il legame con l’Occidente.

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