Titoli di codaPerché l’era d’oro dello streaming a basso costo sta finendo

La frammentazione del mercato spinge le piattaforme a investire per mantenere una libreria di contenuti competitivi e non perdere gli utenti. L'aumento dei prezzi degli abbonamenti serve anche a risanare i conti e ripagare gli utili a chi ha investito in questo mercato

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L’exploit del mercato delle piattaforme di streaming video ha reso possibile un’impresa memorabile: far diventare obsoleta, in un batter d’occhio, la pirateria di film e serie tv. I fattori alla base dell’enorme successo di Netflix e compagnia sono stati fondamentalmente due: una comodità senza pari telecomando alla mano e un’offerta economicamente competitiva. Poi, sempre all’improvviso, qualcosa si è rotto. Nel giro di pochi mesi il panorama globale di questo settore è mutato: tra il 2022 e il 2023, il prezzo dei principali servizi a pagamento è lievitato in maniera considerevole. Il Financial Times ha calcolato che il “paniere” statunitense che comprende gli abbonamenti alle principali piattaforme costerà ai clienti ottantasette dollari il prossimo autunno, quindici in più rispetto ai settantatré di un anno fa. 

Il costo degli abbonamenti in Italia
Anche l’Italia, così come il resto d’Europa, ha assistito a un aumento generale delle tariffe. Ad aprire le danze è stato Netflix, che all’inizio dell’anno scorso ha portato il piano mensile standard da 11,99 a 12,99 euro e quello premium da 15,99 a 17,99 euro. Poi, a maggio di quest’anno, la compagnia di Los Gatos ha deciso di bloccare la condivisione degli account e di introdurre il concetto di nucleo domestico, scatenando la protesta degli utenti (ma premiando l’azienda, che con la stretta ha beneficiato di un aumento immediato degli abbonati negli Stati Uniti). 

Nel settembre 2022 anche l’abbonamento mensile ad Amazon Prime Video è passato da 3,99 a 4,99 euro, mentre quello annuale da 36 a 49,90 euro (compreso Prime Student, la variante dedicata agli universitari). Stessa sorte per AppleTv+: da 4,99 a 6,99 euro. Pochi giorni fa è stato ufficializzato che dal prossimo novembre Disney+ incrementerà i prezzi: se siete abbonati, la vostra sottoscrizione diventerà in automatico premium, aumentando così da 10,99 a 11,99 euro. Inoltre, anche il colosso dell’animazione starebbe valutando un blocco della condivisione delle password. Il canone di Paramount+ sarà soggetto a un rincaro in autunno – negli Usa passerà da 9,99 a 11,99 dollari per il piano premium, non sappiamo ancora a quanto corrisponderà in euro – così come Hulu, da 6,99 a 7,99 euro mensili.

Dando un’occhiata ai servizi Svod (subscription video on demand) più diffusi nel nostro Paese, subito dopo i tre giganti Netflix, Amazon e Disney compare Now Tv. Il servizio di streaming on demand di Sky è l’unico a non aver registrato aumenti di prezzo nel corso degli ultimi mesi. Anche in questo caso va però segnalato il rincaro del servizio Multivision di Sky (per usufruire dell’abbonamento su più di una televisione), che dallo scorso maggio grava fino a 5,90 euro in più al mese su tutti gli abbonati.

Interesse servizi SVOD in Italia 31.12.2022 (da JustWatch.com)

Correre ai ripari
Le ragioni di questi aumenti sono chiare, al di là di un settore sempre più frammentato. Dopo i picchi di consumo registrati con la pandemia, molti esperti avevano parlato di un mercato streaming insostenibile, assuefatto dalle spese sempre più ingenti per film e serie tv. Una Wall Street spazientita e l’impennata dei tassi di interesse nell’ultimo anno e mezzo hanno portato i titoli delle principali piattaforme a subire una brusca correzione. Così, dopo aver visto il valore dei propri titoli dimezzarsi, quasi tutte le compagnie sono corse ai ripari con significativi aumenti di prezzo degli abbonamenti. 

Contemporaneamente, la situazione ha portato a una stretta sulle spese. Nel primo trimestre di quest’anno Netflix ha distribuito solo ventidue film in esclusiva, circa la metà rispetto ai primi tre mesi del 2022; ha inoltre promesso ai suoi investitori che per il resto dell’anno manterrà la spesa per la produzione di contenuti relativamente piatta. Anche Amazon, per esempio, ha deciso di programmare l’uscita del film Air, diretto da Ben Affleck, nelle sale cinematografiche, nonostante i piani precedenti prevedessero il debutto in esclusiva su Prime Video.

Lo streaming made in Hollywood ha optato per un’austerità maggiore, con Warner Bros (che gestisce HBO Max, piattaforma on demand lanciata nel 2020 e mai arrivata in Italia) e Disney che hanno licenziato migliaia di dipendenti per contenere le perdite miliardarie. In un clima già infiammato dallo sciopero che sta dissestando l’industria del cinema losangelina, le due case di produzione rischiano di rimanere a corto di nuovi prodotti nello stesso momento in cui viene preteso un maggior contributo economico da parte dei consumatori. Un’accoppiata di fattori che potrebbe rivelarsi fatale.

È probabile che i fan delle piattaforme di streaming debbano prepararsi a una nuova realtà, caratterizzata da abbonamenti più costosi e l’uscita sempre più diradata di nuovi contenuti originali. Continueranno a esistere, a ogni modo, piani tariffari alternativi più economici per ogni servizio. Si tratta però di opzioni che comportano una delle caratteristiche più odiate della vecchia tv: la pubblicità. «Siamo molto ottimisti sul potenziale pubblicitario a lungo termine di questa attività, anche in un mercato così difficile», ha dichiarato alcuni giorni fa Bob Iger, amministratore delegato di Disney. Iger ha sottolineato che la società ha sottoscritto 3,3 milioni di abbonamenti alla versione ad-supported di Disney+, dal costo ridotto di 7,99 dollari. 

L’impressione è che, così come accaduto con YouTube, anche il futuro dello streaming video sarà sempre più legato a doppio filo con gli spot pubblicitari. Con buona pace di chi, con l’avvento delle nuove piattaforme, aveva preannunciato la scomparsa dei fastidiosi ma intramontabili “consigli per gli acquisti”.

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