Alleata e vicinaChe cosa significherebbe per l’Ue l’adesione dell’Ucraina

L’ingresso di Kyjiv tra gli Stati membri avrebbe enormi conseguenze sul funzionamento dell’Unione: dalla ripartizione dei fondi tra i Paesi alla capacità di Bruxelles di prendere decisioni in settori cruciali come la politica estera o l’economia

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Nella notte tra domenica e lunedì a Kherson i bombardamenti russi hanno colpito le zone residenziali della città, è morta una donna, ci sono stati diversi feriti. Ieri l’esercito di Vladimir Putin ha bombardato il villaggio di Kucherivka, nel distretto di Kupyan, uccidendo due persone, ferendone tre. Domenica le forze russe avevano bombardato ventiquattro volte l’area di Zaporizhzhia ancora sotto il controllo dell’Ucraina. La cronaca della crudeltà russa durante l’invasione dell’Ucraina non ha sosta, non risparmia nessuno, nemmeno i civili. Gli appelli di Kyjiv per ricevere aiuto – di ogni tipo, in ogni modo – dagli alleati occidentali sono grida di disperazione mentre il popolo lotta per la sua sopravvivenza. E il resto d’Europa ha il dovere di porgere una mano alla vicina Ucraina.

È un impegno che l’Unione europea ha interpretato fornendo aiuti economici, militari e umanitari, ma anche lavorando per accelerare il più possibile l’adesione di Kyjiv: un’operazione diventata imprescindibile dal 24 febbraio 2022, che però non è così semplice e immediata come l’occasione richiederebbe.

L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea comporterebbe delle trasformazioni sostanziali per le istituzioni di Bruxelles. Lo ha raccontato il Financial Times in un lungo articolo pubblicato domenica scorsa in cui descrive le «conseguenze monumentali» dell’adesione di Kyjiv, soprattutto riguardo la capacità di allargamento dell’Unione europea. «A Bruxelles e in tutte le capitali dell’Unione i funzionari non solo si chiedono se l’Ucraina sarà in grado di attuare il lungo elenco di riforme necessarie per aderire all’Unione europea quando la guerra sarà finita, ma anche se tutta l’organizzazione può riformarsi sufficientemente per aggregare l’Ucraina», scrivono Sam Fleming e Henry Foy.

Il dibattito su come l’espansione potrebbe cambiare l’Unione europea è rimasto sotto traccia per mesi, perché parte della politica europea vorrebbe evitare di alimentare il dibattito pubblico su un tema potenzialmente divisivo, specialmente in una fase storica in cui in tutto il continente i populismi euroscettici e sovranisti raggiungono le postazioni di comando: molti Stati membri vorrebbero evitare soluzioni che richiedano di rielaborare i trattati generali dell’Unione europea, cioè un processo lungo e politicamente impegnativo nonché una potenziale sponda per delle campagne politiche dei leader euroscettici.

La capacità di allargamento l’Unione europea ovviamente non riguarda solo l’ingresso di Kyjiv, ma quello di tutti i Paesi con status di candidato – che al momento sono otto: Turchia, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Albania, Moldavia, Bosnia-Erzegovina e Ucraina. Un primo interrogativo riguarda il modo in cui l’Unione europea andrebbe a riformulare il proprio bilancio successivamente all’ingresso di nuovi membri, tutti molto probabilmente beneficiari netti dei finanziamenti dell’Unione, e di conseguenza come reagirebbero gli Stati membri meno ricchi all’idea di diventare contribuenti netti (cioè di spendere più di quanto ricevono).

La ripartizione dei fondi europei può creare delle frizioni politiche. L’Ucraina sarebbe il quinto Stato più grande dell’Unione europea per popolazione – almeno stando ai numeri precedenti l’invasione della Russia – e di sicuro uno dei più poveri se entrasse domani nell’Ue: una condizione che avrebbe ovviamente delle conseguenze sulla ripartizione dei fondi.

Come sottolinea una nota interna del Consiglio dell’Unione europea vista dal Financial Times, i due maggiori settori del bilancio dell’Unione europea sono la Politica agricola comune (Pac) e la coesione, o spesa regionale. «Ammettere l’Ucraina, un Paese con terreni agricoli che superano le dimensioni dell’Italia e un settore primario che impiega il quattordici per cento della sua popolazione, sarebbe un punto di svolta», scrive il Financial Times. «Ne consegue che l’Ucraina diventerebbe il principale beneficiario dei finanziamenti della Pac, la maggior parte dei quali comprende pagamenti diretti agli agricoltori o sostegno al reddito». Le ricadute però riguarderebbero molti altri Paesi: altri lavoratori del settore agricolo nel resto dell’Unione dovrebbero adeguarsi a prezzi molto più bassi o l’Unione europea dovrebbe concordare un aumento massiccio del proprio bilancio per le politiche agricole.

Poi ci sarebbero quelle riforme che l’Unione ha chiesto all’Ucraina – così come a molti altri Paesi candidati – fin dall’inizio: combattere la corruzione, modernizzare l’amministrazione e la burocrazia, attrarre investitori stranieri. Ma in questi settori Kyjiv ha già fatto e sta facendo enormi passi avanti, a velocità anche sorprendente per un Paese che da un anno e mezzo sta subendo un’aggressione militare da parte della Russia.

Il capitolo più delicato è probabilmente quello che riguarda le trasformazioni interne all’Unione europea stessa, il rapporto tra Stati membri e il funzionamento delle istituzioni in caso di allargamento. Con otto Paesi candidati, l’Unione europea potenzialmente potrebbe passare dagli attuali ventisette Stati membri a trentacinque. Allora potrebbero essere necessarie delle riforme per garantire processi decisionali fluidi, scorrevoli: aumentando il numero di partecipanti diventa sempre più facile fare ostruzionismo nei lavori delle istituzioni.

Uno dei temi sollevati dal Financial Times è quello dell’unanimità: «Evidentemente, mantenere l’assetto attuale, con un processo decisionale unanime in materia di politica estera o fiscale, diventerebbe più difficile in un’Unione europea allargata, data la possibilità che un singolo Stato possa esercitare il proprio veto e bloccare qualsiasi proposta che non gradisca».

Altri fattori di frizione nel processo di allargamento potrebbero arrivare dagli attuali Stati membri, già indispettiti dall’ostruzionismo becero fatto da Polonia e Ungheria in questi anni. «Per l’Unione europea, l’adesione di Polonia e Ungheria è stata un’esperienza spaventosa», si legge ancora sul quotidiano economico. «Alcuni insisteranno per avere garanzie solidissime in vista dell’adesione di nuovi Stati membri, per proteggere lo stato di diritto e l’indipendenza giudiziaria. E sarebbero necessari passi avanti anche per rafforzare l’applicazione delle regole del mercato unico».

È per questi motivi che il percorso di adesione dell’Ucraina, per quanto appaia ovvio, scontato, necessario, quindi anche urgente, non è vicino alla fase di conclusione. Ci sono ancora molte viti e molti bulloni da stringere nella macchina operativa di Bruxelles. Il miglior auspicio al momento viene dalle parole della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che lo scorso maggio durante una visita a Kyjiv aveva detto: «Qualcuno potrebbe pensare che sia impossibile, improbabile o troppo presto parlare di un’Ucraina libera e pacifica nell’Unione europea. Ma l’Europa vuole rendere possibile l’impossibile».

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