Vini iodatiNiente come il vino raccoglie in un bicchiere un intero paesaggio

A Nino Caravaglio, viticoltore eoliano, basta una sola frase per raccontare tutto il suo lavoro. Siamo andati a trovarlo nella sua amata Salina

Sono quasi le sei e mezza, siamo leggermente in ritardo. «Venite prima, così abbiamo un po’ di tempo e non c’è ancora troppa gente». Nino Caravaglio ci aspetta con un sorriso placido e quel misto di urgenza di chi sa già che il tempo a disposizione sarà poco e le informazioni da dispensare troppe.

Uno dei più bei terrazzi di Malfa, con la visuale completamente libera all’orizzonte e il sole pronto a tramontare dietro la baia di Pollara. Ci stringiamo, zitti, vicino alle sue parole, alla sua dimostrazione verbale e gestuale di affetto verso Salina, isola in cui è nato e cresciuto. Uomo sincero e testardo, legato in maniera viscerale alla sua isola, Antonino ha una figura prestante, ancora agile nel suo personaggio di quasi un metro e novanta, con le mani forti di chi vive il contatto con la terra e uno sguardo indulgente, che trasmette la sua bontà d’animo.

Studia Agraria a Catania (non si laureerà mai, restando con cinque esami dalla prova finale) ma le materie del corso di studi lo appassionano sin da subito. La sua battuta di arresto all’università coincide con la morte improvvisa del padre, da cui eredita due vigneti proprio a Salina. È in questo momento che decide che il resto della sua vita sarà costellato da una unica grande missione: sviluppare la qualità di questo prodotto facendone un’eccellenza dell’isola e delle Eolie in senso ampio. Siamo nel 1989, anno in cui inizia ufficialmente l’avventura dell’omonima azienda, nata nel solco di una tradizione familiare agricola diretto coltivatrice, oggi conosciuta in Italia e sempre di più anche a livello internazionale.

Nino capisce fin da subito che per dare una chiave di volta alla produzione, e un’identità duratura, occorre puntare alla massima qualità di ogni passaggio – rinunciando anche a qualcosa, se serve – in favore del risultato finale. L’obiettivo è puntare verso l’unicità e l’identità di un prodotto e per farlo l’unica agricoltura possibile è quella biologica, senza alcun diserbante o pesticida e attraverso fermentazioni spontanee. «La pulizia del mosto è fondamentale. Senti in bocca come è chiaro il sapore, come è netto l’aroma e come si sente l’uva».

Dalla cantina di oggi si intravede la cantina di domani, quella che sarà finalmente pronta in primavera e totalmente ipogea. Si inizia quindi a lavorare nell’ottica di una produzione che ambisce a traguardi ancora diversi, a crescere in referenze e sempre nuove sperimentazioni.

Che cosa imbottiglia Caravaglio? Con i due vitigni autoctoni delle isole siciliane, la famosa Malvasia delle Lipari e il Corinto Nero, ci si diverte non poco. Il primo è in assoluto il vitigno storico, iconico e da sempre parte della storia economica e commerciale dell’isola e coltivato a Salina per ottenere passito e vini bianchi secchi.

«Chiaramente la tecnica dell’appassimento è fondamentale. Tuttavia, volevamo provare a sviluppare un vino bianco capace di raccontare il territorio preservando freschezza e sapidità, mineralità in bocca e pulizia al naso, senza quella tipica dolcezza. Così nel 2009 è arrivato il primo tentativo di vinificazione del vitigno Malvasia senza appassimento. Lavorare sul bianco secco mi ha aiutato a capire quanto fosse importante l’anticipo della vendemmia tanto per questa tipologia di vino ma anche per il passito. Nel 2016 infatti per la prima volta anziché raccogliere l’uva per ultima provammo a vendemmiarla per prima. Quell’anno, lo zucchero lo compensammo in seguito con l’appassimento, in parte ottenuto sotto le tettoie durante le ore più calde e in parte con luce indiretta e il calore del vento».

Definire questo vitigno come aromatico non è propriamente corretto ma è giusto considerare la Malvasia un’uva ricca di quei precursori di aromi che si sviluppano proprio durante la fermentazione e l’appassimento, definendone il carattere leggermente fruttato con note di frutta bianca sottolineate da una punta di acidità.

In qualche attenta carta dei vini vi sarà capitato di incontrare il Palmento, un rosato contemporaneo ma dal Dna che racconta il passato. Viene ottenuto da un sessanta per cento di Corinto Nero in blend con altre varietà a bacca rossa e lasciato a fermentare per sole dodici ore a contatto con le bucce. Esattamente quello che avveniva un tempo, nel Palmento sotto casa e che non a caso dà il nome al vino. La macerazione avviene unicamente in acciaio, il colore è rosso cerasuolo, melograno vivo.

La nostra degustazione termina con lo Scampato, il rosso cento per cento da uve Corinto Nero che ha «scampato» la fillossera. Queste piante non hanno subito l’innesto obbligato della Vitis Vinifera su quella americana. Il piede di queste vigne è originale, antico e la riproduzione avviene ancora oggi per propaggine. Vigneti centenari coltivati, solo qui a quanto pare, con la vite «infunnu». Questa pratica prevede che per la vite vecchia e ormai a fine produzione si scavi un fosso di circa ottanta centimetri in cui interrarla. Ed è qui che la vecchia pianta si rinnoverà a nuova vita. Un esercizio che Nino ha iniziato nel 2018 e che oggi porta avanti con sempre più convinzione.

Anche qui, come per tutto il lavoro dell’azienda, la vendemmia si fa manualmente, a cassette, e non c’è processo che non sia artigianale. Ora è tempo di salutarli e lasciarli alle vigne, pronti per la prima vendemmia 2023 a Stromboli. Torneremo in primavera, per ascoltare altri racconti di questo romantico vignaiolo. A presto Nino!

Courtesy immagini Caravaglio Vini

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