Verso il favolisticoI limoni di Damiano, l’appropriazione culturale di Desiati e il ritorno di Coletta

L’idea contemporanea di sessualità ricorda una famosa battuta di De Sica in “Vacanze di Natale”. Ma non tutto è perduto: l’uomo delle mirabolanti conferenze stampa di Sanremo ora conduce la diretta della cinquina dello Strega

Lapresse

Come tutti, non ho mai ascoltato una canzone dei Maneskin, ma come tutti so che li veste Gucci, e che il cantante stava fino a tre quarti d’ora fa con una tizia che, come tutte, non riuscendo a diventare famosa per le opere lo è diventata per le disgrazie. Nella fattispecie, la ragazza in questione fa gran pubblicità delle proprie cartelle cliniche – ma poi ci arriviamo, non distraiamoci dai fatti del giorno.

I fatti del giorno sono che mercoledì, mentre a Benevento si presentava la cinquina dello Strega e a Bologna la ragazza delle cartelle cliniche presentava una propria linea di trucchi, con certi gialli e verdi per le palpebre che neanche Barbie Magia di Discoteca, in una qualche giustappunto discoteca il cantante dei Maneskin veniva filmato mentre baciava una tizia.

No, scusate, ci ho ripensato. Non partiamo dai fatti, partiamo dalla mascolinità percepita. A dicembre saranno quarant’anni da Zartolin. Zartolin è il maestro di sci con cui i genitori di Christian De Sica, in “Vacanze di Natale”, lo trovano a letto rientrando dal veglione. Ogni volta che vedo la mascolinità di questo secolo penso alla madre che sbraita «c’abbiamo il figlio frocio», e a De Sica che risponde: «Eeeehhhh, frocio: bisex, moderno».

Ogni volta che Mario Desiati compare allo Strega con gli occhi bistrati e cinquecento segnali identitari addosso, il rosa e l’arcobaleno e chi più ne ha più somigli a un carro del pride, qualche chat mi s’illumina di messaggi indignati per l’appropriazione culturale busona; ogni volta qualcuno s’impermalisce ricordando vibrantemente agli interlocutori l’eterosessualità di Desiati, e io rispondo: eeeehhhh, etero, sarà almeno bisex, sarà moderno.

Mi pare chiaro che ormai non c’è niente di meno donante e di più impresentabile della mascolinità d’una volta, e infatti il tizio dei Maneskin, che cinquant’anni fa sarebbe sembrato un figurante del “Vizietto”, ora è un sex symbol per femmine, e se vuole restarlo certo non può smettere di bistrarsi gli occhi o di vestirsi come una ballerina del Crazy Horse. (Non è che cinquant’anni fa non esistesse l’estetica ambigua, ma per sfoggiarla piacendo alle femmine dovevi essere un concentrato di carisma. Dovevi essere David Bowie, mica uno qualunque. Adesso, metterti le piume di struzzo se sei maschio medio è escamotage di seduttività etero standard, come nel secolo scorso comprarsi la decappottabile).

Quindi, riepilogando. Il tizio dei Maneskin sta con questa tizia malata immaginaria, nel senso che ha quelle patologie che oggi paiono avere tutte e che i neurologi in privato dicono essere inesistenti (in pubblico no, perché mica vogliono farsi linciare: amica la laurea in medicina, ma più amici i cuoricini di Instagram). La ragazza ha la fibromialgia, che – scuotono la testa desolati i neurologi – significa che se ti toccano ti fa male.

La ragazza racconta su Instagram i suoi progressi clinici dicendo che è andata a fare i controlli ed è molto migliorata, prima se le appoggiavano un cotton fioc sulla vulva le faceva male, in una scala da uno a dieci, otto; ora cinque. Le follower sono molto sollevate; nessuno (poiché siamo tutti moderni) si domanda se non sia eccessivo questo informarci d’ogni dettaglio; qualcuno s’interroga: ma se il cotton fioc ti fa male cinque, mica potrai avere rapporti sessuali.

A questo punto in genere arriva qualche ammiratore della ragazza che dice come osi farti i fatti delle lenzuola altrui, cosa che in effetti la combinazione tra il dettagliare la dolenza delle pudenda e il fotografarti mentre ti strusci addosso a colui che è ufficialmente il tuo fidanzato non incoraggia affatto.

Fatto sta che c’è qualcosa che non torna, e i meno moderni di noi si chiedono se la storia sia vera, se sia un bluff, chi dei due abbia vantaggi da questa pubblicità (qualcuno s’interesserebbe alle dolenze della ragazza, se non fosse fidanzata con un cantante di cui nessuno ha mai sentito una canzone ma di cui tutti conosciamo il guardaroba?), chi abbia solo da rimetterci (se ci viene il dubbio che la coppia debba pur consumare, finiremo per non credere alle malattie di lei, e che ne sarà del suo posizionamento professionale di paladina delle dolenti?).

Finché lui viene prevedibilmente filmato mentre limona un’altra (com’è chiaro a tutti tranne che a chi ha girato “L’ultima notte di Amore”, il film in cui Favino si dedica a venti minuti di sparatoria in tangenziale senza che nessuno rallenti e lo filmi, in questo decennio non puoi fare niente senza venire filmato, a meno che tu non sia chiuso in casa con le luci spente).

Sarà una mossa pubblicitaria per vendere gli ombretti gialli? Pare di no: in italiano zoppicante e tono contrito, egli spiega che il limone non costituisce tradimento in quanto lui e la dolente si erano già lasciati, «spero che questa cosa non infici sull’immagine di Giorgia». Stai tranquillo, pulcino: persino il pubblico abbastanza sofisticato da sapere che «inficiare» regge l’accusativo sa che le corna non hanno mai danneggiato l’immagine di nessuna – anzi, da Diana Spencer in giù ci hanno fondato una carriera in parecchie.

Sto quindi dicendo che la risposta è sì, è una mossa per vendere ombretti? Mmm, non so. Magari potrebbe fare una linea di trucchi anche lui, sarebbe assai moderno. Di sicuro fa molto ridere che l’idea che questo decennio ha di rockstar dannata sia uno che corre a smentire d’aver sniffato cocaina (vibrante accusa che gli era stata mossa dopo l’Eurovision di due anni fa) e di aver limonato una che non era la fidanzata («abbiamo deciso di lasciarci da ormai qualche giorno», puntesclamativo). Uno moderno, sì, ma con juicio. Sembra sempre più De Sica con la madre che non ne capiva la modernità: «M’hai mandato in America, a New York: noi semo de Frascati».

Tutta questa mascolinità non tossica mi ha distratto dall’unica cosa di cui avrei voluto parlare, cioè quell’encomiabile forma di servizio pubblico consistente nell’aver messo Stefano Coletta a condurre la diretta della cinquina dello Strega. Se ce l’hanno tolto dalle conferenze stampa sanremesi (ma non si può trovare il modo di mettercelo comunque, anche se Sanremo non sarà più giurisdizione sua?), che almeno ce lo diano nei programmi culturali, dove il nostro dà il suo meglio, e alla mascolinità non tossica aggiunge tocchi d’aoristo che solo lui sa.

«Un’identicità fatta di realtà». «Attraverso la letteratura non si allarga solo la cognizione, si allarga la vita». «Le parole che restano sul bagnato non restano». «Quasi che la scrittura in poesia in rima sia in qualche modo poi percepita più viscerale o anche più da fruizione collettiva». «Un’autobiografia molto mossa, molto piena di registri». «Una detection documentale quasi spietata». «Continuate a sprigionare scintille in ambito culturale». «Faccio il direttore però la letteratura mi tiene molto in vita». «È un libro vorrei dire anche abruzzese».

Non c’è una frase di Coletta che non contenga tutto: la crisi delle rockstar moderne, la ragione per cui non ho mai letto un libro candidato allo Strega, il dramma d’una nazione che predilige gli studi umanistici, e persino echi del volume di poesie della ragazza cui fa male tutto, l’ex fidanzata di coso, lì, quello dei Maneskin.

Coletta è un pasto completo, e ogni sua frase è universale, vale per il kajal di Desiati e per le poesie dell’ex fidanzata di coso, per il maschio moderno e per il midcult da cinquina, per il grande pubblico e per le professoresse democratiche: «Questa è pròpo un’opera che a momenti ti porta verso il favolistico». Quanto mi erano mancati, i suoi pròpo. Mi tengono molto in vita.

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