«Eh però pure tu»Il dibattito sullo stupro e i cani di Pavlov con la dialettica da croccantini

Solo per questo reato c’è bisogno di ribadire almeno cento volte l’ovvietà che la colpa è di chi lo commette. Il club dei giusti ha le sue regole, compresa quella scemenza di «e allora perché non dite di non bere anche ai maschi?»

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Io non vorrei scrivere di nuovo di Bellicapelli Giambruno, a meno che non fosse per arrecare sollievo alla nazione comunicando che egli ha cambiato parrucchiere e il peggio è passato.

Io non vorrei scrivere di nuovo della scemenza su cui ci stiamo incistando da una settimana, ovvero la gravissima assoluzione immaginaria degli stupratori da parte d’un conduttore di cui nessuno di noi aveva mai guardato i programmi – poi sua moglie ha fatto carriera.

Io non vorrei di nuovo soffermarmi sulla demenza del ceto medio pavloviano che non ha argomenti se non ripetere che non è stato ripetuto abbastanza che la colpa dello stupro è degli stupratori. Ma tu pensa. Meno male che ce l’hanno specificato. Pensavo che la colpa delle rapine fosse dei banchieri, che se ti mozzano un orecchio fosse d’uopo stigmatizzare la famiglia Getty, e che quando c’è un omicidio si mettesse in galera il cadavere.

Se dici alle donne che se si ubriacano poi non hanno il controllo della situazione stai dicendo che sono corresponsabili del delinquente che le ha stuprate, devi invece dire che lo stupro è sbagliato. Eh, ma in quello studio televisivo hanno ripetuto un milione di volte che le donne, sobrie o sbronze che siano, hanno comunque il diritto di non essere stuprate, e non è bastato. Quindi?

Non sarà proiezione?, mi domando baloccandomi col kit del piccolo psicanalista. Perché io non vedo altri reati per i quali ci sia bisogno di ribadire ogni volta che i reati sono colpa di chi li commette. È una cosa che diamo per scontata, come la forza di gravità o il fatto che dai rubinetti delle case esca l’acqua. Per lo stupro, invece, se ripeti meno di cento volte al minuto che condanni fermamente gli stupratori allora stai colpevolizzando la vittima. Non sarà che chi ha così bisogno di sentirselo ripetere non è tanto convinto?

Eppure, per tutti gli altri reati vige l’«eh però pure tu». Se ti rubano il Rolex a Napoli: eh però pure tu che vai a Napoli con un orologio costoso (qui è dove dicono che ho pregiudizi antimeridionalisti, approfittiamo che non ci disturbino mentre s’indignano e proseguiamo).

Se ti rubano la bici (specifichiamo per fingerci equi: a Milano): eh però pure tu che non l’hai legata. Se il commercialista dei Parioli ti fotte i risparmi: eh però pure tu come facevi a credere a quei tassi d’interesse. Eccetera.

Una scrittrice ha, nel segreto della sua bacheca Facebook (segreto da me prontamente violato), raccontato che «se stavi a casa non ti succedeva» potrebbe campeggiare sul suo stemma di famiglia. E io mi sono ricordata che fino a qualche anno fa ci piaceva moltissimo citare quel Pascal che diceva che tutti i guai dell’uomo derivano dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo. Poi è arrivata la pandemia ed è diventato screanzato dire quanto si sta bene a casa perché eh ma tu non pensi alla sofferenza di chi a casa non vorrebbe starci.

Scrive la scrittrice che non nominerò per non rovinarle la reputazione: «A volte mi diverto a raccontare ai miei cari un qualche accadimento implausibile, qualcosa come “non ci crederai, sono andata alla posta per pagare un bollettino, poi sono uscita, ho attraversato la strada E UN PIANOFORTE A CODA MI È CADUTO SULLA TESTA”. Lo faccio perché mi diverte sentire le reazioni che non sono mai ovvie, tipo ma come fai a essere qui tra noi se un pianoforte ti è caduto sulla testa, sono invece nell’ordine: ma proprio a quell’ora dovevi andare alla posta?; ma proprio a quell’ufficio postale dovevi andare?; ma non lo sai che i bollettini li puoi pagare comodamente col cellulare?».

C’è una ragione per cui tengo innominata la scrittrice, ed è che – come lei che si guarda bene dallo scrivere questa cosa in pubblico – conosco le regole reputazionali dello scemissimo mondo in cui viviamo. Regole secondo cui se osi dire che «eh però pure tu» è la risposta su cui si fonda la metà delle nostre conversazioni come minimo sei giustificatrice di stupri, colpevolizzatrice di vittime, e meloniana.

Puoi invece, collocandoti saldamente nel club dei giusti, dire macroscopiche puttanate quali «e allora perché non dite di non bere anche ai maschi?». Lo chiedono seriamente, questi smarriti cani di Pavlov con la dialettica da croccantini. Si chiedono e ci chiedono davvero che differenza di rischio ci sia tra una donna ubriaca e un uomo ubriaco.

Leggete il labiale: le donne non stuprano gli uomini. Un uomo ubriaco sul mio divano è un problema perché devo chiamargli un taxi, è un problema perché se lo sbatto fuori di casa poi ho lo scrupolo che lo rapinino, è un problema perché già gli uomini hanno un senso dell’umorismo discutibile ma da sbronzi peggiora. Ma non rischia di venire stuprato. Indovinate perché? Bravi: perché a venire stuprate sono le donne. Quindi, in un dibattito sullo stupro, perché dovrei dire agli uomini di non bere? Semmai dovrei dirgli di bere, così poi non gli tira.

Alla fine del secolo scorso, un sabato pomeriggio mi svegliai da una pennichella e nella mia camera da letto c’era uno sconosciuto. Era un ladro che era entrato in casa vedendo tutto buio e pensando l’appartamento fosse vuoto, aveva percorso tutte le stanze cercando invano qualcosa da rubare (ladro romano: non riconosceva le borse costose), ed era arrivato all’ultima stanza in fondo, cioè la mia camera da letto.

Mi prese un discreto colpo, e per settimane non parlai d’altro. I romani non erano più turbati di tanto: per loro che ti entri un ladro in casa è ordinaria amministrazione, e in effetti a me in diciassette anni di Roma è successo quattro volte (città civilissima, invero inspiegabili i cinghiali).

Mi diedero consigli pratici. Devi lasciare, mi spiegarono, contanti nell’ingresso: li vedono subito, appena entrano, li prendono e se ne vanno senza disturbarti oltre.

Ero giovane e pensai che fossero suggerimenti premurosi, sebbene irrealizzabili per la me ventiequalcosenne perennemente squattrinata. Ero giovane e non c’erano i telefoni con le telecamere: persi la preziosa occasione d’accusarli di stare colpevolizzando la derubata, che non era stata abbastanza accorta da lasciare i soldi nell’ingresso, e insomma un po’ se l’era cercata. Ero giovane e avevo solide ragioni anagrafiche per essere scema: gli adulti di adesso che scusa hanno?

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