Caramelle dagli sconosciuti Giambruno, gli stupri e il discorso pubblico fondato sulle clip

Il signor Meloni non ha capito che viviamo in un’epoca dove prendono una tua frase, la isolano, e ti fanno sembrare il mostro di Firenze. Invece di difendersi come ha fatto avrebbe dovuto uscire dalla trance e ricordarsi che cosa era stato detto in diretta

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«Un pasto senza vino si chiama colazione»: è la scritta sulla vetrina d’un ristorante milanese davanti al quale mi trovo a passare mentre sul mio telefono passano post di chiunque sul caso di Bellicapelli Giambruno, ormai ufficialmente colpevolizzatore di stuprate.

Ne parlano Chiara Ferragni e gli editorialisti, ne parlano le femministe dei cancelletti e i maschi femministi, quelli che dicono tutte le cose giuste ma proprio tutte, finché non si spazientiscono e gli scappa una frase che svela che per loro lo stupro è comunque un premio alla bellezza.

Tweet a caso: «Giambruno potrebbe avere ragione; infatti se somigli alla Meloni e ti vesti e parli come lei, non vieni violentata neppure se ti chiudono in gabbia piena di mandrilli». Se una frase così l’avessero scritta della Boldrini, ce ne saremmo indignate per anni, ma non divaghiamo.

Guardo la scritta in vetrina e mi chiedo brevemente se il problema sia il vino. Siamo pur sempre lo stesso paese che si è indignato perché l’Unione europea voleva segnalare sulle bottiglie che l’alcol è una tossina. Tu tossina al nostro patrimonio nazionale non glielo dici capitoooo.

Il problema dev’essere il vino, come voce di fatturato, per il ristorante milanese e per tutti quelli che hanno passato gli ultimi giorni invasati nella delirante puttanata del momento: che sia scellerato, orrendo, colpevolizzante delle vittime dire che se ti ubriachi poi non hai il controllo della situazione, e se non hai il controllo della situazione tutto può succedere.

Dev’essere il vino, perché io negli anni Novanta c’ero, quando s’inventarono come droga-dello-stupro il GHB, un narcotico che non solo risultava insapore se te lo mettevano nel cocktail ma era anche impossibile da trovare nelle analisi se il giorno dopo andavi in ospedale a dire credo mi abbiano stuprata ma non mi ricordo niente.

Io c’ero, e nessuno mai per nessuna ragione ha pensato di dire a noialtre ragazze di allora che certo che dovevamo bere dai bicchieri che ci venivano offerti dagli sconosciuti, perché dirci di stare attente sarebbe stato colpevolizzarci, noi dovevamo bere cose di dubbia provenienza e poi stava ai maschi non stuprarci. Non ce lo dicevano perché in discoteca bevevamo crema di whisky e non Barbera?

Nessuno ci ha mai detto neanche, nei decenni precedenti, che era disdicevole raccomandarci di non accettare caramelle dallo sconosciuto fuori da scuola, perché in quelle caramelle probabilmente c’era la droga e saremmo finite come Cristiana F. Sospetto fosse una leggenda metropolitana, quella dello sconosciuto che ti regala la droga fuori da scuola, ma sono sicura di non avere mai mai mai sentito un adulto dire come vi permettete di spaventare le ragazzine, dovete invece rieducare gli spacciatori a non spacciare.

Era un secolo meno scemo o è solo che la diffidenza suggerita non toccava un patrimonio nazionale come il vino? È solo una delle molte domande che ho sulla vicenda Giambruno, che da tre giorni sta monopolizzando l’attenzione di quel coacervo di scemenza che è la comunicazione socialgiornalistica (due piani ormai indistinguibili).

La prima domanda che vorrei fare a tutti coloro che si stanno indignando è: dov’è la società di cui parlano? Dov’è la società che dice alle donne che se le stuprano è colpa loro? (Usano sempre «colpa», mai «responsabilità», perché hanno smesso d’andare a messa ma non d’essere culturalmente cattolici).

Dov’è questo tic di cui parlate, di non responsabilizzare mai i maschi? È con voi nella stanza adesso? Perché nella conversazione collettiva non c’è, non so come dirvelo senza svelarvi che non siete lucidi.

Non dubito che ci siano contesti degradati in cui lo stupro non è considerato immorale (questo è il punto in cui mi si obietta che quelli del Circeo, ventenni con precedenti penali, erano però di buona famiglia). La ragazza di Palermo (che spero qualcuno convinca a rinunciare ai social, perché non mi sembra una china dalla quale le può venire qualcosa di buono) ieri ha pubblicato su Instagram i messaggi di un tizio che le ha scritto cose come «intanto il cazzo l’hai preso» e «se non mettevi quelle foto non ti stupravano».

Ma la conversazione collettiva è – ma davvero c’è bisogno di dirlo? – tutta dal lato sensato delle cose, e anzi ha appunto queste derive assurde per le quali guai a dire alle ragazze di rendersi meno vulnerabili, è un’inaccettabile vessazione (se avessi una figlia, andrei a prendere a testate sul naso gli adulti che tentano di convincerla di queste assurdità, invece di dirle ragazza, senti ammé, non andare mezza nuda nelle banlieue, perché là fuori c’è di tutto e non fidarsi è meglio).

Ma torniamo a Giambruno, e al programma che nessuno ha visto, neanche lo stesso Giambruno. In Diario del giorno – un programma che sulla app di Mediaset non si trova col titolo né col nome di Giambruno ma solo facendo un giro assurdo dai palinsesti settimanali: sarà incapacità nella programmazione informatica o un tentativo aziendale di limitare il guaio? – lunedì Giambruno ha detto la frase che tutti hanno sentito, al tredicesimo minuto della puntata.

I dodici minuti precedenti non li ha sentiti Chiara Ferragni, e fin lì mi pare normale (è il 2023, abbiamo smesso di meravigliarci del ritaglio commentato come fosse l’intero, e degli articoli non letti dei quali si commenta il titolo).

Non li ha sentiti nessuno di quelli i cui articoli ho letto in questi giorni, e la ragione per cui ne sono certa è che gli articoli raccontano una conversazione diversa da quella che è avvenuta.

Ma soprattutto non li ha sentiti Giambruno, che probabilmente conduce in stato di trance (forse per quello parla a scatti come fosse alla sua prima diretta), e che quindi in tutte le sue precisazioni, fino all’intervista di ieri a Candida Morvillo, non ha detto l’unica frase che avrebbe dovuto dire in propria difesa. Qualcosa come: io veramente stavo riassumendo, nelle mie mansioni di conduttore, il punto di vista appena espresso dal direttore Pietro Senaldi e dall’avvocato Annamaria Bernardini De Pace; e, se foste in buona fede, che stessi riassumendo lo avreste capito dal tono anche solo vedendo il ritaglio del pezzettino in cui parlavo io.

La Bernardini aveva invocato «insegnamenti di autotutela in via preventiva» (e anche parlato della denuncia come «dovere» e non come «coraggio»: se la sentono le femministe dell’Instagram, parte il secondo tempo dello scandalo).

«Adesso non possiamo sperare che tutti gli uomini improvvisamente si redimano», aveva detto la Bernardini; e, prima di sintetizzare, Giambruno aveva passato la parola a Senaldi, che aveva esordito in modo interessante, per poi passare a dire che conosceva il pensiero della Bernardini e cioè che ci sono dei contesti pericolosi: «Mi spingete su un terreno dove è facile essere fraintesi, e premesso che io non voglio essere frainteso».

Senaldi, più sveglio di Giambruno, sa che viviamo nell’ecosistema del soundbite, dove prendono una tua frase, la isolano, e ti fanno sembrare il mostro di Firenze. Ma anche Senaldi tenerone, che pensa vorremo fraintendere lui, quando abbiamo invece a portata l’assai più ghiotto fraintendimento del tizio che divide la vita con la presidente del Consiglio.

In quei minuti di televisione è stato ripetuto non so quante volte «certo che è un tuo sacro diritto non essere violentata» (hanno applicato tutta la premessite del mondo, Giambruno e i suoi ospiti, invano), e io mi sono ricordata della mia adolescenza di perpetua sbronza, in cui niente di terribile mi è mai successo (almeno credo): un mezzo miracolo, a ripensarci.

Non riesco a figurarmi cosa la me sedicenne avrebbe pensato di adulti che le avessero detto ma certo, beviti un altro mezzo litro di tequila e vai ad agitare il culo tra sconosciuti in discoteca, è un tuo inalienabile diritto. Probabilmente niente: sarei stata troppo ubriaca per capire. Ma avevo sedici scemissimi anni: non avevo bisogno d’incoraggiamento, per mettermi nei guai.

Chissà se tutti coloro che continuano a ripetere che non è giusto che il diritto di ubriacarsi sia prerogativa dei soli maschi (ma veramente? il diritto di ubriacarsi? ma cos’avete, sedici anni anche voi?) ci credono davvero. O se invece il punto è solo che Bellicapelli sta con la Meloni e siamo determinati a dargli tutte le colpe del mondo.

Anche quella del più banale buonsenso, giacché ha ragione la Bernardini: in attesa del mondo ideale in cui non esisteranno più delinquenti, ragazza mia, cerca di mantenere uno straccio di controllo della situazione, invece di affidarti a un possibile mezzo miracolo. E ora scusate, devo andare a prepararmi a una giornata di «Soncini difende Giambruno»: credo di poterla superare solo con un coma etilico.

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