TikTok è TikTokLo stupro di Palermo, le scritte sulle mani e il nostro fesso esibizionismo

Nel secolo più stupido della storia dell’uomo, durante il quale non si distingue più tra una tragedia e un like, la fiaccolata e il cancelletto sono diventati la modalità espressiva per dissociarsi da chi commette un reato (come se non fosse ovvio disapprovare la violenza di uno stupratore)

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Cosa dobbiamo fare per risolvere, o almeno attutire, la tendenza di questo secolo a trasformare tutto in puttanate socializzabili? C’è una cura, una via d’uscita, un modo per tornare a distinguere tra tragedie e like?

Mentre scrivo questo articolo, il sindaco di Bologna marcia in testa a una fiaccolata a un anno dall’uccisione di una poveretta ammazzata dal suo ex sotto casa. È una fiaccolata contro gli ex? È una fiaccolata per sconsigliare di mettersi con uomini che poi ti ammazzano? È una fiaccolata perché il comune di Bologna è specializzato in simbolismi gratuiti?

Ma non è mica solo il comune di Bologna. Mentre scrivo questo articolo, ho Instagram pieno di gente che si scrive sulle mani – speravo che questa imbarazzante trovatina di scriversi sulle mani l’avessimo esaurita col disegno di legge Zan – un cancelletto che dice «io non sono carne».

È la risposta (vabbè) della società civile (vabbè) alla trascrizione di uno degli stupratori di Palermo, che ha detto che faceva tutto un po’ schifo ma, oh, «la carne è carne». Sto cercando di immaginare i delitti d’un secolo meno scemo di questo affrontati in questo modo, gente che risponde, che ne so, alle frasi di Pacciani, di Unabomber, di Priebke, di un qualsivoglia brigatista tenendoci a dire al proprio pubblico che ah, no, io con questo criminale proprio non sono d’accordo. La notizia sarebbe se lo fossi, pulcino.

Naturalmente la fiaccolata e il cancelletto hanno un’altra cosa in comune, oltre a essere le modalità espressive del secolo più stupido della storia dell’uomo: rispondono a violenze dei maschi sulle femmine, che per qualche ragione esoterica non vengono mai trattate come reati ma sempre come interruzioni dell’equilibrio poetico.

Sono, anche, l’unico genere di reati in cui si torna a parlare di uomini (quelli che hanno per natura una muscolatura più possente, e quindi possono ammazzarti o violentarti se gli gira) e donne (quelle cui bisognerebbe far fare corsi di autodifesa fin dalle elementari, ma comunque sempre alla legge della giungla staremmo: il giorno che uno più forte decide di sopraffarti, lo fa).

Se in sette ne violentano una, o se uno ammazza la sua ex, come per magia ci dimentichiamo le adesioni fideistiche alle neoreligioni per cui non esistono uomini e donne ma solo percezioni, per cui una muscolatura maschile non è pericolosa se s’accompagna al gusto d’indossare i tacchi alti, per cui si usano senza mettersi a ridere parole da setta come «cis» e «trans».

Ha senso parlare dello stupro di Palermo? Me lo chiedo da giorni. Cosa dobbiamo dire? Cosa si può dire che non sia assurdo e non sia un cancelletto e non sia un’iperbole che butta tutto in vacca e non sia neanche uno di quegli inviti alla sensibilizzazione del maschio fin da piccino, come stessimo parlando di buone maniere e non di reati, come i reati uno li compisse perché non li sa tali?

Lo rimarco casomai servisse: non è normale che in sette violentino una ragazza. Non lo è in nessuna delle molteplici accezioni della parola «normale».

Non è normale perché non deve accadere, ma non è normale anche perché, di norma, non accade. È per questo che è una notizia: perché non succede abitualmente. Se la risposta è «noi donne non ci meravigliamo, perché abbiamo tutte paura di uscire la sera», se la risposta è una simulazione di persecuzione perpetua in cui ogni giorno c’è uno stupro di gruppo, non so bene che progressi pensiamo di fare. Ammesso che dei progressi siano possibili.

È colpa del porno sul telefono? Non ne ho idea (come tutti), ma il porno c’è sempre stato, anzi prima aveva il gusto del proibito, dovevi procurartelo di straforo, adesso ce l’hai in tasca a tutte le ore, l’eccesso di disponibilità non dovrebbe renderlo meno impattante sulla fragile psiche degli scemi, cioè dei ventenni?

Il porno c’è sempre stato ma non c’è sempre stato il telefono con la telecamera con cui tutti si riprendono, rapinatori e stupratori, spacciatori e fedifraghi, evasori fiscali e latitanti, tutti quelli che dovrebbero far di tutto per non lasciare tracce fanno di tutto per lasciarne, e questo forse dovrebbe spiegare in che modo essere perpetuamente su un palco a tariffa fissa mensile abbia guastato i cervelli degli abitanti di questo secolo.

Su TikTok c’è un ragazzo di Palermo che conosce i sette ma non è uno di loro. Non è uno dei due i cui account pare siano falsi ma, per ragioni che attengono all’esibizionismo in questo secolo, sembrano veri. Questo ragazzo non c’entra, e ha fatto un video per dirlo, per dire che li conosce ma non è uno di loro.

Sotto al video c’è un commento che lo scagiona, lo lascia una ragazza che ha lo stesso nome della vittima, dice «Lui non c’entra niente», e a quel punto il ragazzo fa un secondo video attorno al commento (su TikTok puoi tenere appiccicato in mezzo al nuovo video il commento cui stai rispondendo, lasciato da qualcuno sotto a un qualche video precedente).

E tutte le militanti (vabbè) che sull’Instagram ci spiegano la vittimizzazione secondaria e come vanno fatti i giornali, che non va pubblicata l’immagine della telecamera di sicurezza, che la poverina sarà sotto shock e non vorrà tutta quest’attenzione, tutte queste volontarie della sociologia un tanto al chilo non hanno neanche loro capito cos’è successo agli esseri umani, e che viviamo in un mondo in cui forse (sarà davvero lei?) una ragazza che è stata stuprata interviene nelle conversazioni social sul suo stupro, commenta i video di uno a torso nudo e col cappellino che ha per questo secolo scimunito la notiziabilità che una volta aveva un editoriale in prima pagina (e che adesso ha un cancelletto che ti scrivi col rossetto su una parte di corpo).

Gli account dell’ex minorenne, quello dei sette che parrebbe fare video sbruffoni ma pare siano video vecchi che qualcuno ripubblica facendoli sembrare nuovi, quegli account lì possono sembrare veri perché non hanno niente di diverso da come un diciottenne accusato di stupro si muoverebbe nel mondo di oggi. C’è un post in cui il forse millantatore, sempre conciato come ogni scemo della sua età (cappellino con visiera e sopra cappuccio della felpa), esorta a farlo arrivare a mille follower, così finalmente gli si attiva l’opzione di fare video in diretta e può spiegare com’è andata davvero. Neanche per un secondo mi sembra inverosimile che, nel 2023, un diciottenne accusato di stupro abbia come priorità fare la live su TikTok – e a voi?

In cima all’account che forse è della vittima c’è un post fissato, quello che resta sempre in cima alla pagina. È un video identico a milioni di video che milioni di ragazzine mettono on line: c’è lei che agita il culo in favore di telecamera. La me di qualche anno fa avrebbe pensato che fosse la prova che non era lei: vuoi che un avvocato, un genitore, un adulto qualunque non le dica di levarlo, ché di certo i difensori dei sette lo useranno come prova della di lei disponibilità?

La me del 2023 guarda quel video e pensa solo che, se scrivo che se accusi qualcuno di stupro è prudente non avere un account pubblico in cui ci sbatti il culo in faccia, arriveranno le militanti neofemministe a sbraitare che questo è victim blaming. Figlie del loro tempo: capaci solo di concentrarsi sulle puttanate.

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