È stato il VietnamUn’altra settimana di paura e delirio, stavolta a Roma nord

Stavolta è toccato a Castellitto, al Pd e a Calenda recitare la parte davanti a chi li guarda e pensa: «In altre città tutto questo non succederebbe»

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È stata Roma. A far stare in tendenza tutto ieri su Twitter Pietro Castellitto, giacché non c’è mica bisogno di dire che se parli romano non stai parlando italiano, perché i romani si agitino e corrano a riempirti di cancelletti; basta dire una cosa su Roma, una qualunque, e s’alzeranno le vocali allungate e le “c” strascinate e le “d” al posto delle “t” a protestare che tu mia mamma la lasci stare capitoooo («mamma» sta per Roma: non avendo i romani niente – non strade in cui camminare senza inciampare in una buca, non marciapiedi privi d’immondizia, non appuntamenti a un’ora precisa, non mezzi pubblici funzionanti – non resta loro altro che identificarsi coi tramonti sul Tevere e sentirsi da essi adottati). 

Se vi state chiedendo perché ieri fosse in tendenza un’intervista uscita venerdì scorso, effettivamente non è stata Roma, e la sua egemonia nell’arrivare tardi. È stato questo secolo, in cui i giornali vengono letti solo a mezzo fotografia – di due righe decontestualizzate – pubblicata su un social. Ieri qualcuno ha fotografato Pietro Castellitto che diceva (a Teresa Ciabatti, che lo intervistava per Sette) che chi è di Roma Nord è come avesse fatto il Vietnam. La Ciabatti non gliene chiedeva conto, perché nelle interviste di questo simpatico paese non si chiede conto di nulla agli statisti figuriamoci a Pietro Castellitto, la cui cifra stilistica è sparare in ogni intervista almeno un’enormità che ti farà diventare lo scandale du jour su Twitter (ormai ambizione massima d’ogni intervistatore). 

È stata Roma a farci credere che avesse un qualche senso il concetto di «Roma Nord», che fuori dal raccordo qualcuno sappia distinguere tra zone di Roma, che comunque sono tutte sempre e comunque «a cinque minuti dal centro» (qualunque romano, ovunque abiti, ti dirà che vive in centro, o se si sforza di parlare italiano «a due passi dal centro», o se è spontaneista «ce vojono cinque minuti a arriva’ ’n scentro», in una città in cui in cinque minuti non riesci neanche ad attraversare la strada scansando un materasso, due buche, tre cacche di cane). 

È stata Roma a instagrammare tutto ieri una nuova pubblicità (una televendita del giovane Castellitto o una coincidenza?), un cartellone che prometteva di venderti la casa che ti avrebbe fatto diventare di Roma Nord (ambizione o minaccia?). 

È stata Roma, Roma Nord, a far ritirare Conte (il segnaposto, no il cantante) dal collegio del centro, quello che chi straparla di élite definisce «collegio della ZTL», e noialtre che ci abbiamo risieduto troppo a lungo ricordiamo come il collegio dove votammo Luigi Spaventa senza avere la più pallida idea di chi fosse, solo perché era il 1994, e lì era candidato Silvio Berlusconi, e la vita era più facile: l’unica cosa che dovevi sapere era che Berlusconi era il cattivo, contro di lui avresti votato chiunque, persino un Conte che non fosse il cantante (che comunque faceva molti concerti al teatro Sistina, stesso collegio). 

È stata Roma a far stare un pòrocristo inviato di La7 tutto il giorno sotto casa di Conte (il segnaposto) perché Calenda (di Roma Nord: direi «come l’altro cinematografaro del giorno», ma Calenda a «cinematografaro» s’impermalisce) aveva minacciato di candidarsi contro di lui. Ringalluzzito dal trending topic «Roma Nord» (o forse da quello «Vietnam»), Calenda era seriamente indignato che Letta avesse deciso di appoggiare la candidatura di Conte, e insomma allora ditelo che volete lo sfascio: Calenda, tenerello, pensa che Roma sia governabile e non vada lasciata a sé stessa. 

(Non che il deputato eletto nel collegio di Roma 1 poi governi Roma, ma evidentemente Calenda lo ritiene un collegio simbolico, visto che ha twittato perentorio «I 5S hanno devastato Roma, paralizzandola per cinque anni e mortificandola in tutti i modi. Non esiste, ma proprio non esiste, cedergli un collegio dove hanno fatto uno scempio»: evidentemente Calenda pensa non sia stata Roma, pensa che siano stati altri a farlo a Roma). 

Poi il tapino (Conte, sempre quello che non canta, non scrive, e probabilmente neppure sa portare lo smoking, che comunque a parte quello che fa il cantante sanno portare in pochissimi) ha rinunciato alla candidatura, e l’inviato di La7 è rimasto lì, ad aspettare inutilmente, come spesso è accaduto a tutti noi che abbiamo in quel caso sospirato «È stata Roma», non volendo dire la verità, cioè che è stato qualche cafone di romano. 

L’inviato, specificando che citava Audace colpo dei soliti ignoti, ha detto «m’hanno rimasto solo». Non ha completato la battuta. Che, per completezza d’analisi politica, ma anche geografica, ma anche di collegio, faceva così: «M’hanno rimasto solo, ’sti quattro cornuti».

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