Zelo pietosoUn anno senza Mahsa Amini e con la battaglia per la libertà contro il regime iraniano

Oggi ricorre l’anniversario della ragazza picchiata a morte dalla polizia religiosa iraniana per non aver indossato bene il velo. Le proteste dei suoi connazionali non si sono mai fermate, ma la dittatura degli ayatollah continua a reprimere il dissenso (anche con nuovi metodi)

AP/Lapresse

Il 16 settembre 2022 è una data storica per l’Iran. La morte di Mahsa Amini ha risvegliato nel Paese un fuoco così forte che resiste ancora oggi. E probabilmente non si spegnerà finché il regime non sarà caduto. Era un venerdì di un anno fa quando Amini è stata uccisa per aver indossato male il velo. Ventidue anni, originaria del Kurdistan iraniano, si trovava a Teheran quando a polizia religiosa l’ha arrestata e poi picchiata fino a mandarla in coma. Per quanto mai rivendicata dal regime, la sua morte ha avviato numerose proteste nel Paese. E questo anniversario viene ricordato oggi con manifestazioni in diversi Stati, anche in Italia.

Tutto è iniziato nella sua città, Saqqez, nella provincia iraniana curda, al confine con l’Iraq  per poi allargarsi al resto del Paese. La vicenda ben presto è diventata nota in tutto il mondo. Il regime ha sempre represso con la forza questi atti di dissidenza, con incarcerazioni, esecuzioni, sparatorie sulla folla, procedimenti disciplinari. Durante il funerale di Amini diverse donne hanno espresso solidarietà togliendosi il velo. Un gesto di sfida nei confronti delle autorità, che hanno reagito sparando contro i manifestanti.

Le proteste si sono raccolte dietro allo slogan «Donna, vita, libertà». Un manifesto che porta con sé un concetto di democrazia che in Iran sembra ancora lontano. Lo aveva spiegato lo scorso ottobre a Linkiesta una donna trentaduenne, che vive in Italia da due anni: «Questa non è solo una lotta delle donne contro l’obbligo del velo. In Iran c’è un problema di libertà e democrazia che riguarda tutti. Ogni giorno vengono uccise decine di persone in tutte le parti del Paese, ci sono migliaia di prigionieri politici, non abbiamo libertà di stampa. È una questione di diritti per tutti».

La risposta del regime iraniano al dissenso delle manifestazioni si legge nei numeri della repressione. Il 2022 si è concluso con l’uccisione di circa quattrocentottantotto persone, dopo appena tre mesi di proteste. Sette persone sono state condannate a morte, tra cui lo zio di Mahsa. Arrestate altre diciottomiladuecento. I controlli per strada sono raddoppiati, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento delle donne, per assicurarsi che venissero rispettate le norme islamiche. Ma ancora oggi ci sono persone che in memoria di Mahsa non indossano il velo.

Fin da subito è stato chiaro che questa vicenda non sarebbe rimasta entro i confini dell’Iran. Poco dopo l’inizio delle proteste è stata staccata la rete internet proprio per rendere ancora più difficili le comunicazioni con il mondo esterno. Il regime ha accusato Stati Uniti e Israele di aver fomentato i dissidenti. Anche l’Unione Europea si è mobilitata, chiedendo agli ambasciatori iraniani di fermare la repressione e stilando una lista di sessanta persone ed entità da sanzionare.

Come avevamo scritto a gennaio 2023, al momento ci sono ben centoventisei persone sanzionate e undici unità, tra cui l’emittente televisiva di Stato iraniana Press TV, giudicata responsabile della produzione e trasmissione di confessioni estorte a detenuti. Alla lista però manca il corpo militare islamico e le figure apicali del regime, come il presidente Ebrahim Raisi e l’Ayatollah Ali Khamenei.

Per i Paesi europei non è semplice dare supporto ai manifestanti. Perché in gioco c’è anche l’accordo sul nucleare iraniano, un’intesa che era stata raggiunta nel 2015 ma poi respinta dagli Stati Uniti tre anni dopo. Una faticosa trattativa che l’Alto rappresentante europeo Josep Borrell sta cercando di ricucire.

A un anno di distanza, la morte di Mahsa Amini ha scatenato una reazione a catena che nessuno poteva prevedere. Partita come una richiesta di maggiori diritti, la protesta si è poi intrecciata con la crisi economica, tra i prezzi in crescita dovuti all’inflazione, i salari bassi e le conseguenze delle sanzioni occidentali che stanno impoverendo anche la classe media. E ha evidenziato ancor di più la precarietà dei rapporti internazionali. Mentre l’Ue si mobilitava per sanzionare il regime, suscitando un dibatto tra i Paesi membri, l’ayatollah ha studiato nuovi sistemi di controllo. Con l’aiuto della Cina.

Il movente è la paura di una reazione incontrollabile da parte dei dissidenti, la maggior parte dei qual rappresenta una generazione che ormai sfugge ai codici della Rivoluzione islamica. Il regime sta quindi lavorando a un progetto pilota in collaborazione con Pechino. Come ha raccontato Cecilia Sala nel suo nuovo libro “L’incendio”. Nell’agosto del 2022, poche settimane prima che in una stazione della metro Amini venisse fermata per il suo velo, un ufficiale iraniano ha ammesso per la prima volta la presenza di telecamere collegate agli algoritmi per sbirciare le donne e scovare quelle con un hijab insufficiente.

Le telecamere, sbucate nella notte, sono state messe in cima ai bancomat, agli scivoli per bambini nei parchi giochi, negli uffici pubblici, agli incroci delle strade e dentro le stazioni. La tecnologia la fornisce Tiandy, leader della videosorveglianza con sede a Tientsin, a sudest di Pechino. Il progetto serve ad anticipare la repressione, portandola dentro le case, prima ancora che in piazza.

La strategia di oscurare gli atti di protesta a partire dalle strade serve proprio per spegnere la scintilla prima dell’incendio. La repressione diventa più ambigua e silenziosa, così da rendere meno necessaria la violenza delle manganellate per strada che indigna anche le famiglie religiose generalmente poco o per nulla ostili al regime. La tecnica prevede di identificare i manifestanti e, tra loro, soprattutto gli organizzatori e i leader, controllare la loro rete di contatti sui social, andarli a prendere in segreto per fermare il contagio: convincerli o costringerli a rinunciare.

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