PseudoberlusconismoIl provincialismo di Meloni tra passerelle, viaggi infiniti e la faccia piacevole del potere

La premier ha capito che più sta lontana da Roma e meglio è, ma forse negli ultimi tempi ha esagerato anche nel tentativo di imitare Silvio

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A Giorgia Meloni negli ultimi tempi sta venendo a mancare quella sobrietà che all’inizio del suo mandato era parsa caratterizzarne l’immagine, fino al punto di scomodare i modelli di Angela Merkel e Margaret Thatcher, nel tentativo di scrollarsi di dosso il toni missino-garbatellesco in vista di un tratto più istituzionale.

Ma la premier invece di procedere in questa direzione sta semmai regredendo. Come se a quasi un anno dalla presa di palazzo Chigi si considerasse ormai in una dimensione “berlusconiana” che, se era sgradevole per un un uomo che però aveva l’Italia in mano e molte risorse e molta spregiudicatezza, in una come lei risulta ancora più imbarazzante.

Le passerelle, la famiglia, la nuova villa, i viaggi infiniti, le cenazze romane. Un berlusconismo minore, più da Ennio Fantastichini di “Ferie d’agosto” che da Cavaliere.

Per conoscere il mondo Berlusconi non aveva certo bisogno di allungare un viaggio politico come invece fa l’attuale premier che parte sempre un giorno prima o torna un giorno dopo dalla sue missioni come quegli statali che si danno malati il venerdì per fare il ponte. Si è capito da tempo che Meloni più sta lontana da Roma meglio è per i suoi nervi. Ma questo provincialismo dovrebbe avere un limite, se non altro per fugare l’impressione di essere costantemente fuori posto. E infatti eccola a Monza a chiacchierare con Flavio Briatore, un altro esemplare della cultura berlusconiana e pure di serie B, invece di andare a Cernobbio con quei noiosi banchieri a parlare di Pil e legge di Bilancio.

E così oggi, dopo un inevitabile Consiglio dei ministri, Giorgia parte per New Delhi per il G20, poi Malaga, Budapest, Bruxelles, New York e dunque «vedrà l’ufficio per una manciata di giorni», come scrive Claudia Fusani sul Riformista (ma tutti questi viaggi a Budapest a parte baciare la pantofola di Viktor Orbán a cosa servono?), portandosi appresso spesso e volentieri la bambina («Sono una madre», no?).

Poi l’altra sera c’è stato un cenone con tutti i Fratelli d’Italia di gusto molto berlusconiano: «Calamarata con pachino, burrata e pistacchio, guancia di manzo, fassona brasata e tiramisù. Giorgia Meloni fa il giro dei tavoli, baci-abbracci-battute-risate», scrive Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, e sembra il film di Sorrentino su Silvio Berlusconi, un “Loro” dei poveri dove probabilmente vagava nell’aria un sentore di congresso e lotte interne.

Ma a parte questi dati esteriori, che pure sono abiti che fanno il monaco, c’è qualcosa di berlusconiano anche sotto la pelle del rapporto psicologico con un pezzo di Paese, un ubi consistam che rimanda all’immortale refrain guzzantiano del «fate un po’ come c… vi pare» che trent’anni fa sintetizzava in quattro parole la filosofia edonistico-irresponsabile del berlusconismo entrato nella stanza dei bottoni, che in Giorgia è leggibilissimo nel patto politico-elettorale con balneari, albergatori, tassisti, ristoratori rassicurati di poter fare quello che vogliono tanto nessuno toccherà il loro privilegio di fissare prezzi e tariffe – non siamo in Unione Sovietica, direbbe il cognato ministro dell’Agricoltura, che di tutto si occupa tranne che di agricoltura. Berlusconi controllava strettamente tutto l’apparato egemonico, ma agli italiani dava l’idea che ognuno potesse fare quello che gli pare. Così fa anche lei ma in modo più dilettantesco.

Così come è evidentissimo il rapporto padronale che palazzo Chigi ha con i nuovi direttori di Tg1 e Tg2, par di sentire «ahò, aprite con la bonifica a Caivano», allo stesso modo in cui la macchina mediatica di Berlusconi imponeva le sue direttive a tutte le televisioni pubbliche e private che d’altronde erano entrambe sue.

E dunque siamo costretti a vedere nei pastoni i leader di partiti e partitini del centrodestra con una certa aria strafottente e supponente circondati da deputati e collaboratori sempre con gli occhi al cellulare stretti in abitini blu di Upim, e le collaboratrici con gli occhiali da sole spesso sulla fronte, quelli del 1994 erano magari cafoni ma più elegantini.

Lei, la presidente del Consiglio, era parsa volersi sforzare di elevare il suo stile e se stessa all’atto di baciare i Trudeau e i Macron e gli altri – come ha notato Natalia Aspesi –, in questi mesi ha lavorato moltissimo e studiato tutto quello che poteva studiare. Non parliamo qui di cultura, che è quella che è, ma dei famosi dossier, poi si deve esser detta, sai che c’è, mi compro una villa con piscina da più di un milione, viaggio, vedo gente: in questo lago di ansia in cui si è venuta a trovare che la spinge a controllare tutto proprio come Silvio (ma lui lo faceva sorridendo, lei digrignando i denti) bisogna pur godersi la faccia piacevole del potere, no? Ora che Berlusconi non c’è più qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure della nuova stagione meloniana, questo berlusconismo un po’ straccione che basta e avanza.

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