Mutamento di pelleIl lungo addio dei riformisti da un Pd sempre più a immagine e somiglianza di Elly Schlein

Con la nuova segretaria non è solo cambiata la linea politica, ma qualcosa di più profondo che attiene alla fisionomia e natura del partito: è ancora una formazione di sinistra, ma non ha più la spinta governista che aveva avuto fin dalle origini. E trenta liguri passano con Calenda

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Nel suo piccolo la notizia è significativa: trentuno tra dirigenti e militanti della corrente riformista del Partito democratico ligure hanno lasciato il partito per aderire ad Azione. Ci ha colpito una frase di uno di loro, il consigliere regionale Pippo Rossetti: «Spesso il segretario nazionale ha caratterizzato l’identità del partito (Bersani, Renzi, Zingaretti), ora il cambiamento è strutturale e si è affermato con la modifica del Manifesto di Veltroni del 2007».

Nero su bianco si traggono le conseguenze sull’avvenuto mutamento di pelle impresso da Elly Schlein. In questi mesi infatti non è solo cambiata la linea politica ma qualcosa di più profondo che attiene alla fisionomia, alla natura, all’ideologia, se si può dir così, del Partito democratico.

C’è di più. Questa trasformazione si va compiendo ormai in un partito personale (non solo e non tanto della segretaria, ma del suo giro stretto) molto più di quello che fu il partito di Matteo Renzi, il quale era duramente interpellato-contestato in tutte le riunioni della Direzione del partito (chiedere a Gianni Cuperlo). Molto più di lei. «Abbiamo vinto il congresso su una linea di sinistra opposta a quella seguita dal Partito democratico renziano, ma in parte anche dopo», è la spiegazione dei dirigenti dem. Ma è davvero così?

Il congresso (questo mix di democrazia degli iscritti e democrazia dell’elettorato Pd – e oltre – che forse andrebbe meglio regolato) ha senza dubbio riconosciuto nella figura di Elly Schlein un forte simbolo di rinnovamento, ne ha colto l’ansia libertaria e sociale, la tendenza a collocarsi nettamente a sinistra. Non è un caso se due osservatori attenti come Stefano Folli, su Huffington Post, abbia parlato di una fase «corbyiniana» e Daniela Preziosi, su Domani, di un Partito democratico modello Izquierda, la sinistra spagnola di Sumar: riferimenti a due modelli di rottura più che di sintesi, quella sintesi che è stata un po’ la parola-chiave del Partito democratico fin da quando nacque.

C’è da chiedersi se davvero sia stato questo il senso profondo del mandato del «popolo delle primarie» – com’è noto gli iscritti preferirono Stefano Bonaccini – cioè non una correzione, anche netta, della linea politica ma un autentico mutamento di pelle.

Schlein e i suoi l’hanno interpretato così, dunque riscoprendo il conflitto sociale  (solo dichiaro nei talk) come l’alfa e l’omega della politica, lo statalismo come terreno di lotta, il pacifismo che non discerne troppo torti e ragioni, il fascino discreto dell’antiamericanismo, un evidente conservatorismo istituzionale (come ha scritto bene su Linkiesta Claudia Mancina) e in sede politica la riproposizione dell’asse con Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni e magari con brandelli della galassia più estremista.

Però si possono fare due considerazioni. La prima è questa: il mandato congressuale non è come un voto in un collegio uninominale, in un partito, qualsiasi partito, non è che chi vince un congresso prende tutto. Il Partito democratico è diventato un partito personale anche per colpa dei cosiddetti riformisti di cui si è sostanzialmente persa traccia tranne qualche sporadico (e opportuno) intervento come quello di Lorenzo Guerini che ha rintuzzato l’uscita schleinana sulla diminuzione delle spese militari. Ma in generale in campo ci sono solo Elly e i suoi seguaci.

Seconda osservazione legata alla prima: Schlein ha vinto le primarie con il cinquantatré per cento, non con il novanta per cento, e come detto aveva perso la competizione tra gli iscritti, due dati che dovrebbero consigliare una ben maggiore attenzione alla mediazione interna non tanto sulle “caselle” e le nomine ma proprio sulle scelte politiche. In altre parole, non sembra infondata l’ipotesi che la giovane leader stia molto forzando l’esito di un congresso non risultando da nessuna parte che gli iscritti e gli elettori del Partito democratico abbiano votato per una linea che è ai margini se non fuori dal socialismo europeo e più vicina a Corbyn, Sumar, Mélenchon, Syriza, che non solo demolisce il renzismo – che dibattito vecchio – ma polemizza, nell’accezione greca del termine, con il riformismo di Paolo Gentiloni, Stefano Bonaccini, Enrico Letta e la stragrande maggioranza dei dirigenti di questi anni, molti dei quali tuttora in Parlamento.

Chi ha deciso tutto questo? Nelle parole pronunciate da Gentiloni alla Festa dell’Unità di Ravenna sta il succo del problema: «Il Pd deve essere un partito di sinistra di governo. Se manca una delle due condizioni le cose mi ballano un po’». Sembra un’ovvietà ma nell’epoca di Schlein non lo è. Perché manca palesemente una cultura di governo, e non può essere questo il senso del mandato congressuale perché equivarrebbe a chiedere la chiusura del Partito democratico così come lo si è conosciuto in questi quindici anni.

Forse è arrivato il momento di riaprire una discussione seria, anche se ciò dovesse costare il posto a qualcuno nella nomenclatura o nelle liste per le elezioni europee. Altrimenti il caso ligure farà scuola e nel Partito democratico comincerà il lungo addio dei riformisti. E forse la lugubre profezia di Nicola Zingaretti – «con questa prendiamo il diciassette per cento» – si rivelerà azzeccata.

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