A distanza di due anni dopo “The French Dispatch”, Wes Anderson torna sul grande schermo con la sua nuova opera “Asteroid City”. Fedele a quell’incertezza che da sempre lo contraddistingue, Anderson – maestro del cinema contemporaneo – grazie a un cast stellare evoca con un’ironia a tinte pastello paure sia collettive come la morte e il dolore, sia individuali come la solitudine, l’amore e gli affetti famigliari. Del resto, il regista americano o lo si ama o lo si odia, proprio come i suoi film.
Chi lo adora per la sua estetica, anche questa volta non rimarrà deluso da “Asteroid City”, vista l’abbondanza di scenografie zuccherose, abiti a tinte pastello e fotografia rétro. Le opere di Anderson (in questi giorni potete vedere anche alcuni suoi corti su Netflix) hanno tutte una serie di ingredienti fissi: attori famosi, storie assurde, scene perfette che sembrano uscite da uno spot anni Cinquanta, dialoghi surreali e una pluralità di punti di vista e di emozioni.

In “Asteroid City” compaiono dive del cinema, militari, sceneggiatori, registi, cowboy, e poi lutto, rinascita e accettazione che convergono nella pellicola senza stupire lo spettatore, ma semplicemente confondendolo. Non serve a nulla dividere la storia in tre atti come un’opera teatrale, tirare in ballo il rapporto tra autore e creazione, tra scrittore e vita reale, tra fantasia e sogno, tra passato e futuro. Anderson prende personaggi iconici e figure tipiche della narrativa americana per enfatizzarne i vizi e le debolezze, perché questo è il suo modo di omaggiarle, ma nella pellicola i protagonisti divengono troppi e le storie delle star chiamate in causa si sovrappongono, ma non si toccano; si intrecciano, ma rimangono fredde su uno sfondo di perfezione artefatta.
Cercare un filo logico tra i diversi piani di narrazione si fa complicato, minuto dopo minuto. E anche se si decide di scegliere il filo conduttore in cui Anderson ci confessa per la prima volta il suo sentire conflittuale di autore in cerca di un’ispirazione, esplorando nuovi territori o facendoci immergere nelle pieghe delle fobie e delle ossessioni dei protagonisti, il tutto rimane sempre sullo sfondo, come una bellissima cornice vuota. La pellicola diventa una trasfigurazione tra il farsesco e il fiabesco che, dopo aver visto (e amato) “Le Avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel” e naturalmente “I Tenenbaum”, risulta quasi stucchevole.

All’inizio, la versione ucronica dell’America degli anni Cinquanta condensata nell’immagine plastificata di Asteroid City, piccolissimo paesino nel deserto del Nevada, sicuramente incuriosisce. Così come coinvolge – almeno all’inizio – sapere che in realtà Asteroid City è il titolo di un’opera teatrale, concepita – come spiega il presentatore Bryan Cranston all’inizio della pellicola- dallo scrittore Conrad Earp, interpretato da Edward Norton. Poi però tra immagini in 4/3 in bianco e nero, scene in cinemascope dalle tonalità confetto, tra split screen e rapidi movimenti di macchina, la storia sembra andare in troppe direzioni, perdendo d’intensità.
Forse per la difficoltà di trovare un filo logico al susseguirsi degli avvenimenti nei diversi piani di racconto o nel cercare di riconoscere i tanti – forse troppi – attori coinvolti: da Tilda Swinton a Scarlett Johansson, da Jason Schwartzman a Tom Hanks, solo per citarne alcuni. Fotogramma dopo fotogramma la storia perde di pathos e trovare un senso tra i diversi piani di narrazione si fa complicato.
Ora, se anche si volesse seguire il filo conduttore in cui Anderson ammette di essere un autore in cerca di ispirazione, o tratta per la prima volta nuovi temi come la pandemia, la scienza e il potere dei governi, tutto comunque rimane immobile. Ecco, dunque, che lo spettatore si sente ancora più confuso un po’ come il dinoccolato alieno che arriva ad Asteroid City per riprendersi quella roccia caduta dal cielo tanti anni prima.

Il film è neutro come la luce del deserto dove sorge la cittadina, un paesino formato da un motel, un benzinaio e un diner: priva di ombre, surreale come le fumettistiche formazioni montuose, i grandi sandwich troppo soffici e i milk shake alla fragola troppo rosa. E se anche un concorso di astronomia per giovani nerd diventa l’espediente per raccontare come scorre la vita ad Asteroid City in giornate sempre uguali a sé stesse, in un deserto dove incredibilmente non fa caldo e al massimo puoi bere un Martini o comprare un appezzamento di terreno direttamente dal distributore automatico, tutto rimane plasticamente fisso, come le quinte di un palco senza attori.
La pellicola di Wes Anderson è una storia strampalata su un gruppo di persone che per una serie di fortunate o sfortunate coincidenze si ritrova in mezzo al deserto a fare i conti con la propria esistenza, senza fare nulla per difenderla, anche quando è minacciata dall’invasione aliena e che finito il lockdown, ritorna con mestizia alla vita precedente. È una pellicola meta-cinematografica, meta-teatrale e metafisica intrisa di quell’eleganza cromatica che da sempre contraddistingue il regista americano senza però farci capire quale sia il vero argomento trattato dal film. L’imprevedibilità della vita? La sua inutilità? Il suggerimento di non prendere nulla sul serio? Forse tutti e tre. Forse nessuno di questi. Certo è che neanche Anderson sembra saperlo, infatti in una delle scene in bianco e nero sarà proprio uno dei protagonisti a dire «Non sto capendo la commedia». Così, il film che dovrebbe rappresentare la commedia dell’esistenza umana, non si comprende fino in fondo perché manca di empatia, di profondità e di potenza emotiva, rimanendo pur un perfettissimo, elaboratissimo e studiatissimo esercizio di stile.