Prevenire meglio che curareIl conto salato dell’inazione climatica e l’accettabilità sociale della transizione verde

Per molti è difficile, se non impossibile, accogliere una spesa ingente nell’immediato in cambio della promessa di un risparmio futuro. Questo discorso vale anche per il passaggio a un’economia green, i cui costi devono essere ripartiti in modo equo per essere compresi

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Per anni si è parlato dell’aumento delle temperature e delle sue conseguenze senza ottenere, nella maggior parte dei casi, cambiamenti significativi nelle abitudini e nelle convinzioni delle persone. La percezione del problema cambia radicalmente, però, quando la crisi climatica diventa così attuale e vicina da poterne “toccare con mano” gli effetti. Anche in termini economici e finanziari. 

«È importante parlare anche al portafoglio delle persone», commenta Fabio Moliterni, esperto di finanza etica, senior Esg e climate specialist presso Etica Sgr. «Spesso è la cosa che convince di più le persone». Diversi studi negli anni hanno provato a stimare i danni economici del cambiamento climatico, talvolta segnalando che tale impatto sembra essere cresciuto nel corso dei decenni. 

Secondo un rapporto delle Nazioni unite del 2020, ad esempio, gli eventi climatici estremi censiti dall’Emergency events database sono costati milleseicento miliardi di dollari tra il 1980 e il 1999 e quasi tremila miliardi di dollari tra il 2000 e il 2019. Di recente, un nuovo studio pubblicato su Nature communications – calcolando l’aumento dei costi direttamente attribuibili al riscaldamento globale causato dalle attività umane – ha proposto una cifra simile: l’impatto economico globale della crisi climatica dal 2000 al 2019 sarebbe di almeno duemilaottocento miliardi di dollari, ossia sedici milioni di dollari all’ora per vent’anni. 

Una cifra che tra l’altro è ampiamente sottostimata, avvisano gli autori della ricerca, sia perché in molti casi mancano dati adeguati da inserire nel calcolo, sia perché si è scelto di prendere in considerazione solo gli eventi estremi come tempeste, inondazioni, ondate di calore e siccità – eventi che, come è noto, la crisi climatica ha reso più intensi e frequenti. Gli autori hanno inoltre specificato che il metodo da loro usato potrebbe rivelarsi utile per calcolare l’entità del fondo Perdite e danni (Loss and damage), finalizzato al risarcimento dei Paesi più poveri e meno responsabili dell’emergenza climatica.

Formalmente approvato alla Cop27 e ancora inattivo, il Fondo dovrebbe rappresentare il primo strumento di finanza climatica in cui governi ed enti pubblici (e forse anche privati) saranno chiamati a investire per aiutare i Paesi più vulnerabili ai disastri climatici. In vista di Cop28, la Ong Italian climate network ha avviato la campagna #sottoinostriocchi per chiedere alle istituzioni di garantire la rapida attivazione del fondo.

Costi indiretti e diretti: un calcolo complesso
Lo studio su Nature communications tiene conto solo del costo dei danni prodotti direttamente dagli eventi climatici estremi, considerando le perdite sia di vite umane sia di case, risorse e infrastrutture. La ricerca ha stimato che questi disastri climatici abbiano colpito 1,2 miliardi di persone negli ultimi vent’anni. 

Ci sono però «molte altre conseguenze della crisi climatica difficili da stimare dal punto di vista economico, perché hanno a che fare con cambiamenti graduali e lenti. Ad esempio, ogni anno la stagione calda si allunga e dunque la produttività dei terreni cambia: calcolarne l’impatto però è davvero complesso», spiega Moliterni. Anche l’innalzamento del livello dei mari produce un impatto economico a lungo termine, così come lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost: è stato stimato che solo le conseguenze dirette e indirette di quest’ultimo fattore potrebbero innalzare i costi globali della crisi climatica anche di centotrentamila miliardi di dollari, che si fermerebbero a diecimila miliardi di dollari se si riuscisse a contenere l’aumento delle temperature entro il grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. 

Queste inevitabili complessità sono uno dei motivi per cui probabilmente qualunque stima dei costi della crisi climatica sarà sempre al ribasso, e non di poco. Anche un evento climatico estremo, inoltre, può portare con sé conseguenze socioeconomiche a lungo termine secondarie o nascoste, difficili da calcolare in prima istanza: l’aumento del costo dei beni di prima necessità, la riduzione della popolazione, la diminuzione del reddito medio e dei posti di lavoro, la difficoltà a ricostruire quanto distrutto. 

L’uragano Iniki che ha colpito nel 1992 Kauai, nelle Hawaii, ha causato danni stimati intorno a 7,4 miliardi di dollari, ma secondo uno studio l’economia dell’isola diciotto anni dopo il disastro doveva ancora riprendersi completamente. Queste conseguenze economiche a lungo termine poi, e anche questo è un fattore di complessità da tenere a mente e difficile da stimare, colpiscono la popolazione in modo disuguale. Alcune ricerche suggeriscono che nelle zone rurali i cittadini meno abbienti siano i più colpiti in caso, ad esempio, di inondazione; ma una ricerca del 2022 negli Stati Uniti ha suggerito invece che a uscire più danneggiati dai disastri naturali degli ultimi dieci anni siano stati i redditi della classe media.

L’inazione ci costa più dell’azione
Una stima economica davvero precisa e completa dei danni della crisi climatica, insomma, è probabilmente impossibile. Gli studi condotti tendenzialmente prendono in considerazione solo specifici aspetti dell’emergenza, quelli che è più facile tradurre in numeri. Nonostante questo, nel 2022 il presidente del World economic forum Børge Brende ha dichiarato che «il costo dell’inazione supera di gran lunga il costo dell’azione». 

La crisi climatica non ci conviene, insomma: non certo solo in termini economici, che pure diventeranno sempre più salati, ma letteralmente di sopravvivenza del Pianeta e dei suoi abitanti. Eppure, qui iniziano ulteriori complessità. Le questioni che sentiamo più vicine e che suscitano più facilmente una nostra reazione sono quelle che intaccano direttamente la nostra vita o le nostre finanze. E se abbiamo avuto la fortuna di non vedere la nostra casa spazzata via da un’alluvione, è probabile che a toccarci in prima persona per ora non siano tanto i costi della crisi climatica, ma piuttosto quelli della transizione energetica ed ecologica, che presenta l’intero conto in anticipo. 

In gergo finanziario si parla di “rischi di transizione”: così sono chiamate le perdite finanziarie dirette o indirette che avvengono in seguito alle misure di transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Secondo uno studio di McKinsey, per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero al 2050 la spesa globale di governi, imprese e individui per i sistemi energetici e di utilizzo del territorio dovrebbe aumentare addirittura di tremilacinquecento miliardi all’anno, ogni anno. 

Nella sola Europa, invece, si stima che bisognerà investire trecentosessanta miliardi di euro all’anno per trasformare il sistema energetico: una cifra «sconcertante, eppure del tutto alla nostra portata», ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a patto però che Governi e settore privato si uniscano per raggiungere l’obiettivo comune della transizione. Questa spesa è e sarà in parte a carico anche dei cittadini, traducendosi ad esempio in un aumento dei costi in bolletta o nella necessità di sostituire l’automobile o la caldaia. 

Sempre lo studio di McKinsey dice anche che nella maggior parte dei Paesi entro il 2025 i costi totali di possesso e gestione di un veicolo elettrico saranno inferiori rispetto a quelli di un veicolo diesel o benzina, ma il punto è proprio questo: per molti è difficile o impossibile accettare una spesa ingente nell’immediato in cambio della promessa di un risparmio futuro e di un beneficio a lungo termine. «Il problema è che si tratta per lo più di costi per misure preventive e in genere è molto difficile convincere le persone sulla necessità di prevenire», prosegue Moliterni. 

«Dire che la transizione ecologica costa meno è effettivamente un argomento, nel senso che prima agiamo e meglio è. Se ne sono accorte le istituzioni dell’Unione europea e anche quelle statunitensi, che nel 2022 hanno iniziato a far crescere la propria industria legata alla transizione climatica. Lo fanno perché ci vedono un vantaggio economico e competitivo: c’è una corsa per ottenere la leadership del mercato».

La prospettiva di un privato cittadino su questo tema, però, è chiaramente diversa. Una certa coscienza civica e ambientale è probabilmente utile per accettare i costi della transizione energetica ed ecologica, ma «le masse non si convincono con la coscienza civica», commenta Moliterni. Inoltre, c’è un tema cruciale di disuguaglianza e giustizia sociale: se i costi della transizione non vengono ripartiti nel modo più equo possibile, difficilmente verranno accettati. 

«È assolutamente necessario toccare gli aspetti economici e concreti: l’accettabilità sociale della transizione è fondamentale. Penso al caso dei Gilet gialli: a fronte di un aumento minimo del costo del carburante, che però colpisce tutti indiscriminatamente, i francesi sono scesi in piazza. Un esempio più recente sono i recenti scioperi negli Stati Uniti nel settore automobilistico. Le ragioni hanno a che fare in parte con la disparità salariale, ma anche con l’esigenza da parte dei lavoratori di essere maggiormente coinvolti nelle politiche di transizione all’elettrico, che potrebbe portare alla perdita di posti di lavoro. Questi scioperi sono un riflesso della necessità di far sì che questa transizione sia fatta nel modo più accettabile possibile», prosegue Moliterni. 

«Bisogna agire subito, perché siamo in un’emergenza climatica, ma per risolverla non possiamo causare un’emergenza sociale. Il problema è che partiamo da una situazione che ha già delle lacune: i nostri sistemi economici sono intrinsecamente diseguali da tempo. Per questo la transizione in corso, se non gestita adeguatamente, non può che allargare ulteriormente il problema».

Ripartire i costi della transizione ecologica
Sebbene sempre Børge Brende nel 2022 sottolineasse di non concentrarsi esclusivamente sul prezzo della transizione, proprio questo prezzo è probabilmente quello che per ora viene percepito di più e prima da molti cittadini, seppure a livelli diversi. La transizione, infatti, è per varie ragioni causa di inflazione: l’aumento dei prezzi interessa tutti, ma evidentemente pesa maggiormente sui redditi più bassi. 

Un altro tema riguarda il mondo del lavoro, dato che si stima che abbandonare i combustibili fossili porterà all’eliminazione di centottantacinque milioni di posti di lavoro. Molti studi concordano nel dire che se ne creeranno altrettanti o di più nel settore della green economy; dunque, il bilancio finale sarà nullo o positivo. Il problema è che si tratta di un bilancio globale. Se settecentomila persone “restano a casa” in seguito alla chiusura delle miniere di carbone in India, insomma, non è detto che queste possano accedere ai nuovi posti di lavoro creati nel campo delle energie rinnovabili, che magari saranno localizzati altrove o si rivolgeranno a soggetti con competenze diverse. 

Nei costi della transizione rientrano anche le tassazioni. Ad esempio, dal primo ottobre è entrato in vigore il Carbon border adjustment mechanism (il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) dell’Unione europea, che impone un dazio sull’importazione di prodotti con elevate emissioni di gas serra come cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti e idrogeno. Anche questo si traduce, a cascata, in un aumento dei prezzi di determinati beni. 

Una “tassa climatica” su alcuni servizi e prodotti potrebbe in realtà svolgere una funzione utile ai fini della ripartizione dei costi della transizione, oltre che della presa di coscienza definitiva del legame tra le nostre scelte quotidiane e il problema della crisi climatica globale. «Quando si subisce l’impatto di un evento negativo possono emergere uno spirito di solidarietà maggiore tra le persone, a prescindere dal loro status, e una maggiore coscienza della realtà globale: si è visto ad esempio dopo le alluvioni in Emilia-Romagna», prosegue Moliterni. 

«Ma finché viviamo vite così agiate, in cui diamo tutto per scontato, certi problemi continueranno a sembrarci remoti. Forse se il pacco che ci viene consegnato comodamente e tempestivamente a casa prevedesse una maggiorazione legata alle emissioni associate al trasporto, ci renderemmo più facilmente conto del problema e potremmo più facilmente adeguare i nostri comportamenti. Per questo si parla sempre più spesso di Carbon tax e in molti Paesi, anche se è difficile, iniziano a essere previste. Credo sia l’unica via». 

I governi hanno sicuramente la responsabilità di agire per rendere la transizione il più possibile giusta e accettabile – sebbene, come ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, non ci si può aspettare che questa transizione sia «morbida». L’Unione europea ha già messo a disposizione un «Fondo per una transizione giusta», strumento che punta a supportare economicamente i territori che devono affrontare gravi sfide socioeconomiche a causa della transizione verso la neutralità climatica. 

Le sovvenzioni servono soprattutto a sostenere la diversificazione economica dei territori, la riqualificazione professionale e l’inclusione attiva delle persone in cerca di lavoro. Ma i fondi, ammesso che se ne trovino a sufficienza, non possono essere la soluzione definitiva. Per gestire la transizione in modo adeguato servono, oltre a investimenti privati, anche politiche pubbliche nazionali che puntino con decisione verso questa direzione. «Se le politiche pubbliche fossero tutte convintamente orientate alla transizione, potrebbero anche diventare un perno su cui disegnare nuove strategie industriali, a beneficio dell’economia intera», conclude Moliterni. 

Anche perché, è utile ribadirlo, non fare questa transizione non è un’opzione. «Il settore finanziario, nel quale lavoro, è grandemente impattato da tutto questo. Del resto, la finanza si basa su analisi del contesto globale e previsioni sul futuro. Secondo uno studio di Cambridge econometrics su quanto un portafoglio può perdere da qui ai prossimi trent’anni in scenari diversi, emerge che le perdite sono inferiori nello scenario in cui la transizione si compie adeguatamente, mentre perde fino al quaranta per cento del proprio valore nello scenario in cui la temperatura aumenta di quattro gradi. Questa percezione del rischio può tradursi in politiche di investimento precise e sempre più diffuse che, ad esempio, escludono il settore oil&gas o si orientano verso titoli con il tasso climatico più alto».

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