Democratici e noLa sinistra deve scegliere se stare con Macron (e Israele) o Mélenchon (e Hamas)

Il presidente francese ha invocato un’alleanza internazionale contro il gruppo terrorista palestinese sul modello della lotta all’Isis. Un appello destinato a creare un solco politico tra liberali e socialisti da una parte e la sinistra terzomondista e antioccidentale dall'altra

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Israele si frappone ad altezza altissima tra Emmanuel Macron e Jean-Luc Mélenchon e in filigrana segna un solco enorme in tutta Europa tra i sostenitori della democrazia israeliana e i suoi nemici e riemerge ancora una volta lungo il crinale drammatico della guerra scatenata da Hamas il 7 ottobre la spaccatura francese tra democratici, liberali e socialisti da una parte e la sinistra radicale, terzomondista, antioccidentale dall’altra.

La frattura, qua e là a malapena occultata dalla invocazione a una generica pace, corre sottotraccia anche negli ambienti della sinistra italiana, dentro i suoi partiti, nei giri intellettuali a essa vicina, per tacere della freddezza che pare disumana estraneità di un partito come quello di Giuseppe Conte pronto a raggranellare facili consensi pacifisti nel nome del disarmo – in questa situazione internazionale! – mentre, come abbiamo scritto più volte, Elly Schlein sta tenendo una linea giusta, al riparo, per ora, dai rigurgiti antiamericani della sinistra del Partito democratico. 

La divisione già gigantesca tra Macron e Mélenchon ieri si è palesata dopo il discorso che il presidente francese ha tenuto in Israele durante la visita a Benjamin Netanyahu nel quale ha ipotizzato (ma c’è voluta poi una precisazione dell’Eliseo per rendere chiaro il concetto) un’alleanza internazionale contro Hamas sul modello di quella che venne creata contro l’Isis, un’alleanza politica e non strettamente militare, insomma un chiaro messaggio inteso a far capire che il compito di sostenere Israele non spetta solo agli Stati Uniti, il Paese che in questa fase più si sta impiegando contro i terroristi, ma che Tel Aviv può contare sul sostegno di tutto il mondo libero. 

Il capo della sinistra radicale francese Mélenchon si è subito allarmato. Egli peraltro non ha preso una posizione di inequivocabile condanna del pogrom del 7 ottobre, tantomeno apprezza lo Stato di Israele in sé e l’appoggio a esso fornito dagli Stati Uniti. E questo diventerà inevitabilmente un enorme fattore politico nella corsa all’Eliseo che sarà segnata come non mai da questa crisi internazionale. 

La Francia insomma è il simbolo della inconciliabilità valoriale tra il mondo democratico e la sinistra estrema (da ricordare che i socialisti francesi che pure sinistra dentro la coalizione Nupes non sono sulla linea di Mélenchon): e questo è un problema che investe tutta quella parte della sinistra europea in gran parte dominata da un ritorno di antisionismo, evidentemente mai sopito, come elemento costitutivo del suo congenito antioccidentialismo. 

Per questo David Grossman e altre importanti personalità della cultura soprattutto del mondo anglosassone, dal filosofo Michael Walzer alla scrittrice Cynthia Ozick, dallo storico Simon Sebag-Montefiore appunto a Grossman hanno rivolto un pesante atto d’accusa contro la sinistra internazionale e la sua mancanza di empatia verso le vittime israeliane: i firmatari della lettera si dicono «disgustati e col cuore a pezzi per la scioccante mancanza di empatia da parte di molta della sinistra globale per gli israeliani innocenti che sono stati assassinati o rapiti (…) Per molta della sinistra, questa era “resistenza”». 

E d’altra parte anche da noi imperversano posizioni anti-israeliane da tutte le parti. Apparizioni televisive imbarazzanti si susseguono con una certa regolarità propalando tesi ambigue e fake news da far paura garantendo notorietà a personaggi estemporanei che peraltro spesso durano quello che durano, tipo questa Elena Basile che già si lamenta di non essere più invitata nei talk.

Quotidianamente, da Carlo Rovelli a Jacopo Fo, se ne sentono di tutti i colori. Retequattro e La7 si ingegnano ad attizzare il fuoco delle polemiche non solo in omaggio al pluralismo ma soprattutto in cerca di punti di audience. Ma il vero rischio è che l’odio per Israele possa diventare un fatto di massa soprattutto nelle grandi capitali europee tipo Londra e Parigi dove si sono svolti cortei inneggianti alla Jihad mentre in Italia il fenomeno è molto più circoscritto a gruppetti studenteschi, anche se non va sottovalutato.

Ritorna dunque come un vecchio fantasma che si era assopito nelle soffitte del tempo l’ombra dell’odio incarnato nel terrorismo. E come nei tornanti storici decisivi ancora una volta la sinistra è chiamata a scegliere, e senza giri di parole, in Europa, in Italia.

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