Rivoluzione silenziosaPerché aspettavamo da anni il Nobel a Claudia Goldin

L’economista del lavoro americana ha sostanzialmente inaugurato la gender economics, e lo ha fatto innanzitutto mettendo in evidenza i problemi

AP/Lapresse

Il Nobel per l’Economia è probabilmente il più bistrattato tra i premi: introdotto ben dopo la morte di Alfred Nobel dalla Banca Centrale Svedese, rappresenterebbe una banalizzazione del premio rispetto alle scienze “dure” quali la chimica, la fisica e la medicina. Come i premi per la Letteratura e per la Pace, però, il Nobel per l’Economia rappresenta l’avanzamento dell’umanità ben oltre il semplice allargamento della frontiera tecnologica. L’evoluzione della dottrina economica come scienza sociale, infatti, mostra come siamo cambiati nel tempo e come siano cambiate sempre più le nostre priorità.

I primi Nobel vennero assegnati a scienziati che si erano concentrati sulla costruzione di modelli teorici che spiegassero le decisioni economiche di individui e nazioni oppure che avevano definito e costruito gli indicatori fondamentali che utilizziamo ancora oggi, come il Pil, “inventato” dal vincitore del 1971 Simon Kuznets. Andando avanti nel tempo, ci si è concentrati su nuovi aspetti dell’economia, come lo sviluppo sempre più rapido della finanza o l’abbandono di ipotesi irrealistiche, come quella che tutti gli individui agiscano in maniera razionale nel compiere scelte economiche (la famosa teoria della razionalità limitata).

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova generazione di premi Nobel, che non ha certo obiettivi nuovi, come il contrasto alla povertà o alle disuguaglianze, ma che ha inaugurato nuove branche dell’economia che avessero la giustizia sociale come priorità, non come corollario a qualche altra teoria. È il caso dei vincitori del 2019, Banerjee, Duflo e Kremer, «per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale».

Claudia Goldin si inserisce perfettamente in questo filone. Il suo lavoro ha sostanzialmente inaugurato la gender economics, ossia lo studio delle differenze di genere sul lavoro, nella distribuzione della ricchezza e nel reddito e in tutti gli altri ambiti economici. Lo ha fatto innanzitutto mettendo in evidenza il problema: il suo lavoro di storica economica ha ricostruito la disuguaglianza di reddito tra uomini e donne negli ultimi due secoli e ha studiato il diverso andamento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne rispetto agli uomini.

La rivoluzione silenziosa
Nello studiare le dinamiche occupazionali, Goldin si è accorta di come il ruolo della donna nel mercato del lavoro sia cambiato molto negli ultimi due secoli. Mentre la partecipazione maschile al lavoro è aumentata in continuazione, con sempre più uomini in età da lavoro che ottenevano un impiego nei campi, nelle fabbriche e, infine, negli uffici, quella delle donne ha seguito una tendenza che va a formare una curva a U, come quella rappresentata nell’immagine presentata dal comitato del Nobel durante la premiazione.

Fino a inizio Ottocento, le donne lavorano molto, ma lo fanno soprattutto in famiglia, tramite il lavoro nei campi, e a retribuzioni molto basse. La prima e soprattutto la seconda rivoluzione industriale tendono ad escludere sempre di più le donne dal mercato del lavoro: le poche che hanno un impiego, sono di solito povere e sono costrette a lavorare, continuando ad avere un impiego anche dopo essersi sposate, mentre la maggior parte delle mogli vive solo grazie alle rendite o ai redditi del marito.

Le cose cambiano già prima della Seconda Guerra Mondiale, quando diventa più accettato a livello sociale che una donna sposata possa lavorare. Le ragioni sono varie, dall’aumento dell’accesso all’istruzione alla transizione dell’economia sempre più verso il settore dei servizi, che richiede la presenza di assistenti, segretarie, insegnanti, ecc. La partecipazione, però, inizia ad aumentare soprattutto tra le giovani donne non sposate, che comunque, in parte anche per via dello stigma intorno alle donne occupate, lasciano spesso il lavoro con il matrimonio. Infatti, meno di 1 donna sposata su 5 ha un lavoro.

La vera rivoluzione avviene dopo gli anni Cinquanta, quando cresce molto la partecipazione delle donne sposate al mercato del lavoro, prima tra le donne di 45-54 anni, poi per le più giovani (25-34 anni). Il cambiamento avviene anche, in parte, grazie alla creazione del lavoro part-time.

Il potere della pillola contraccettiva
Insieme a Lawrence F. Katz, Goldin ha dimostrato che la diffusione della pillola contraccettiva verso la fine degli anni Settanta negli Stati Uniti ha trasformato la situazione lavorativa delle donne giovani e non sposate: in particolare, ha portato a un innalzamento dell’età del matrimonio e a un aumento delle donne in professioni di alto livello.

In pratica, un effetto dell’accesso diretto a un sistema contraccettivo come la pillola è stato quello di ridurre il “costo” di non sposarsi per le giovani donne americane, mentre allo stesso tempo ha reso più facile perseguire obiettivi di carriera più ambiziosi, per esempio in legge o medicina. Il risultato? Non solo è aumentata la partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma anche la quota di donne all’interno di professioni di alto livello. Le figlie delle infermiere hanno iniziato a diventare medici, quelle delle segretarie avvocati. Un ruolo importante in questa trasformazione lo hanno avuto anche nuovi modelli di donna nella società: la crescita dell’occupazione femminile era frenata anche dalle aspettative che le donne stesse avevano sulla propria vita. I modelli di adulte erano soprattutto madri che avevano fatto vita da casalinghe, ma nel momento in cui questi modelli sono cambiati il processo è accelerato.

Occupazione delle donne laureate di 30-34 anni

L’eredità di Goldin
Gli studi sulle differenze di genere non sarebbero a questi livelli oggi senza il contributo di Goldin, che ha mostrato come una delle principali ragioni per il divario è da attribuire al fatto che il mercato del lavoro è spesso disegnato da uomini per gli uomini. Cambiare il modo in cui il mercato del lavoro funziona è una politica obbligata per raggiungere l’uguaglianza di genere, ma questo non significa che non si possa fare la propria parte anche in altri modi. Come ha sottolineato lei stessa, infatti, per eliminare il divario non è per forza necessario un intervento del Governo o un maggiore coinvolgimento degli uomini nella cura della casa e della famiglia, ma questo non significa che questi non possano avere un impatto sulla rapidità con cui l’obiettivo verrà raggiunto.

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