«Lo dico da madre» Le chat dei genitori su Whatsapp, i ghiaccioli di latte materno e altri animali fantastici della maternità

Sul palco de Linkiesta Festival, Assia Neumann Dayan ha presentato il suo libro (edito da Linkiesta Books) in cui racconta il senso di colpa delle mamme, il dolore del parto, i coupon per passare il tempo coi papà

Lorenzo Ceva Valla

Con buona pace di Tolstoj, quando si tratta di crescere i figli le famiglie si somigliano tutte, quelle felici e infelici. Nei primi mesi di vita i bambini fanno quasi tutte le stesse cose e non esiste un manuale di istruzioni infallibile per genitori ansiosi. La scienza della maternità (e paternità) non è stata ancora inventata. Ma quando hai un figlio tutti ti dicono cosa fare: i giornali, le femministe, le suocere, gli osteopati. Negli ultimi anni la maternità è diventato un tema centrale nella civiltà della conversazione social e un mercato appetibile per pseudoprofessionisti. Qualcuno ne ha fatto addirittura un mestiere: psicologi, nutrizionisti, farmacisti, avvocati, giornaliste e anche chi un figlio non ce l’ha. Assia Neumann Dayan ha deciso di scrivere un libro (edito da Linkiesta Books) per raccontare questo microcosmo che tanto micro non è. A patire dalle temibilissime chat delle mamme.

«Le chat dei genitori replicano i modelli di quando eravamo studenti del liceo: se una nasce cheerleader lo sarà anche su Whatsapp. Si parla di tutto, ma quasi mai di cose attinenti alla scuola. Un atteggiamento passivo aggressivo. Nomi non se ne fanno perché il principio guida è la tutela della privacy. Parlo come se fosse tutto un sentito dire. È utile perché ti mette in contatto con persone con cui non usciresti mai a cena», spiega Neumann Dayan sul palco de Linkiesta Festival. «Abbiamo reso eccezionale una cosa che in teoria è normale. Siccome abbiamo la necessità di documentare la nostra vita, dobbiamo trovare qualcosa per renderlo eccezionale, ma non lo è. Anche i gatti fanno i figli».

Su Instagram Gaia Spizzichino ha aperto da tempo il profilo “Normalize Normal Homes”, seguito da più di centosessantamila persone, in cui combatte quotidianamente con leggerezza e (auto)ironia le aspettative irraggiungibili in materia abitativa. Ha una bambina di sei mesi e ha commesso il peccato di creare un gruppo whatsapp, ma non per celebrare la maternità, bensì per normalizzarla, «smontando un po’ alla volta i dogmi sulla maternità. Da brava ansiosa ho letto tutti i libri sull’essere madri e non sono serviti a niente. Mi sentivo preparata ma è stato scioccante. Tutte queste informazioni contradditorie, l’ansia da prestazione. Trent’anni fa si viveva meglio la cosa. Per non parlare di tutte quelle che pensano che il loro figlio sia eccezionale. Una mia amica mi suggeriva di prendere uno stesso babysitter di Dubai perché così le nostre figlie impareranno l’arabo. Ma se lo faccio come ci parlo con mia figlia? Non lo so l’arabo». 

Per Neumann Dayan il senso di colpa è la base fondativa dell’essere madri: «È una reazione esagerata di fronte a un problema che non esiste. Spesso è una scusa per fare o non far cose. Ho sentito molte donne che hanno deciso di non tornare al lavoro perché si sentono in colpa, ma è un ragionamento troppo semplice da fare per un adulto. Si è creato un giro di soldi particolare dietro il concetto del tempo. Addirittura una casa editrice ha creato dei coupon “passa un’ora con i papà”. È il riflesso di una illusione, quella del tempo di qualità. Sono diventati tutti dei piccoli Einstein, esperti della relativizzazione. Non è l’unica follia a cui assistiamo. Alcune madri, che immagino abbiano tanto tempo libero, passano il tempo a fare i ghiacciolini di latte materno».

Un’altra illusione è quella del parto. Fa male e «per ricevere una epidurale bisogna chiamare l’avvocato in sala parto. È un diritto che una donna può e deve chiedere, ma che viene negato quotidianamente. Io stessa non ho avuto la risposta pronta. Poi è successa una cosa strana: dopo aver partorito nessuno mi ha chiamato più per nome (o cognome): dottori, ostetriche, luminari, tutti hanno iniziato a chiamarmi “mamma”».