Delirio di onnipotenzaMeloni non arretra sull’elezione diretta del premier e sfida la maledizione dei referendum

Le riforme costituzionali raramente risparmiano i capi di governo, ma la leader di Fratelli d’Italia non vuole rinunciare alle sue: non cede ancora all’ipotesi del cancellierato alla tedesca né a un accordo con una o più forze dell’opposizione

Lapresse

Arriva sempre un momento nell’animo di chi siede a Palazzo Chigi che trascende nel delirio di onnipotenza. Il potere in genere dà alla testa e offusca la mente, ma Giorgia Meloni è convinta che si tratta di una sindrome tipicamente maschile, ormonale, testosteronica. Le donne invece avrebbero i piedi ben saldi sulla terra, anche quando raggiungono posizioni apicali. Sarà pure come dice lei, ma la sfida lanciata sull’elezione diretta del premier rischia di smentirla: la “maledizione” dei referendum sulle riforme costituzionali finora non ha risparmiato nessuno.

In Italia è «una lotteria», sostiene il senatore Marcello Pera, l’ex presidente di Palazzo Madama eletto nelle liste di Fratelli d’Italia, che non esclude modifiche emendative in corso d’opera. Compresa una virata verso il cancellierato alla tedesca che spiazzerebbe l’opposizione – in particolare il Partito democratico – e spaccherebbe i Cinquestelle. La riforma costituzionale verrebbe approvata in Parlamento con i due terzi dei voti, evitando il referendum ammazza governi.

Meloni però non sembra intenzionata a cedere. Vorrebbe anzi rafforzare i poteri del premier e rendere più incisiva la norma anti ribaltone, eliminando un secondo incarico all’interno della stessa maggioranza nel corso della legislatura. A parole, la leader di Fratelli d’Italia si mostra sicura di farcela, di non temere la consultazione elettorale né di fare la fine di Matteo Renzi.

Tuttavia alcuni indizi fanno pensare che questa sicurezza non sia così tetragona. Il primo indizio c’è quando afferma che non si dimetterebbe in caso di sconfitta referendaria. Affermazione più che paradossale: è presuntuosa. Come potrebbe rimanere in piedi il suo governo dopo un capitombolo nelle urne di tali proporzioni? Per non parlare dell’imbarazzante situazione politica che si verrebbe a creare con il premierato affondato e l’autonomia differenziata che va avanti. Sarebbe assurdo, una beffa per Meloni.

Ma l’indizio più clamoroso del terrore referendario viene dal Giornale di Alessandro Sallusti, che con la premier ha un canale privilegiato (è suo il libro-intervista “La versione di Giorgia”). Ieri il quotidiano, edito dal parlamentare della Lega Antonio Angelucci, raccontava di una task force che si dedicherà a raccogliere tutti i voti possibili in Parlamento, gruppo per gruppo, con tanto di nomi e cognomi. Viene chiamato il «tridente d’assalto» formato dal presidente del Senato Ignazio La Russa, dal ministro Francesco Lollobrigida e dal capogruppo Tommaso Foti. Saranno loro a dare caccia ai cinquantadue parlamentari (ventuno senatori e trentuno deputati) necessari per raggiungere i fatidici due terzi ed evitare di fare i conti con gli elettori.

Alla Camera, scrive Il Giornale, in realtà basterebbero ventuno voti, da pescare soprattutto in Italia Viva. La trattativa sarebbe addirittura aperta con Renate Gebhard, Franco Manes, Manfred Schullian e Dieter Steger delle minoranze linguistiche della Valle d’Aosta e del Sud Tirolo. Altra pesca nel gruppo Misto: nel mirino ci sarebbe Franco Gallo, eletto in Sicilia con il Movimento di Cateno De Luca. «Con il vulcanico sindaco di Taormina una trattativa è possibile, soprattutto con uno sguardo alla Regione Siciliana dove il partito di De Luca potrebbe ottenere, in cambio del sì alla riforma, l’ingresso in maggioranza». Il mercato delle vacche sarà aperto anche al Senato. La seconda carica dello Stato punterà molto su Italia Viva e Azione. Il quotidiano di Sallusti sostiene che Giusy Versace e Mariastella Gelmini starebbero pronti, sulla scia di Letizia Moratti, al rientro nel centrodestra.

Quanto ci sia di vero si capirà quando si apriranno le danze della “madre di tutte le riforme” (copyright della stessa Meloni). E magari la premier si accorgerà che forse è più prudente ripiegare sul cancellierato. Per vincere il referendum non basterà presentare agli elettori un quesito semplice e sintetico, giocare la carta della stabilità dei governi e il refrain anti inciucio. Non esistono ricette magiche contro trasformisti e transfughi. Se poi i voti per i due terzi La Russa e il cognato li cercheranno tra i singoli parlamentari dell’opposizione significa che vogliono fondare la riforma costituzionale proprio sul trasformismo.

Più saggio e meno testosteronico sarebbe invece cercare un accordo, anche sulla legge elettorale, con una o più forze dell’opposizione. Evitando di spaccare il Paese.

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