Il suo tesoroIl gran galà tolkeniano di Meloni non nasconde la foga della destra per il potere

La mostra su Tolkien organizzata a Roma dal ministro Sangiuliano non è il tentativo del Governo di imporre una egemonia culturale, ma una stucchevole rivendicazione della volontà di conquistare e gestire i posti di comando culturali, un tempo della sinistra

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Una storia stucchevole. Che di culturale ha ben poco. È una storia all’italiana quella di piegare il professor J.R.R. Tolkien alla destra, alle «radici che non gelano», tirarlo per la giacchetta di tweed, ma allo stesso tempo farlo passare per uno scrittore di principi universali, né di destra né di sinistra, fortemente identitario per chi rifiuta la globalizzazione che tutto appiattisce nel nichilismo solipsistico. Non basta una grande mostra rievocativa di Tolkien, del Signore degli anelli e degli Hobbit pelosi alla Galleria d’arte moderna di Roma per costruire una narrazione egemonica, una rivincita culturale. 

Certo, c’era pure tutto questo nell’iniziativa voluta da Gennaro Sangiuliano, il ministro della Cultura che ha osato portare pure Dante, il Sommo Poeta che amava San Francesco, sul trapezio circense della destra. Poi c’era la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, che ha paragonato la presidente del Consiglio a Éowyn, la principessa che diventa guerriera contro il volere degli uomini e uccide il cattivissimo signore dei Nazgûl. E alla Galleria di Villa Borghese c’erano ministri, sottosegretari, nuovi potenti della televisione e dei musei, direttori di telegiornali, tante auto blu parcheggiate a Valle Giulia, uno luogo iconico del Sessantotto romano, che voleva la fantasia al potere, e l’altro ieri era pieno di giacche e cravatte della destra al potere. 

Un «gran galà, tantissima destra, tutta destra, solo destra», ha scritto sulla Stampa Flavia Perina. Lei ai Campi Hobbit c’era davvero, a cominciare da quello del 1977, anno in cui è nata Meloni. E c’era pure mercoledì scorso all’inaugurazione della mostra su Tolkien, notando quanto questa destra, sia le giovani donne che  gli uomini âgé, quasi mezzo secolo dopo, ha «il problema di individuare e affermare contenuti culturali che la distinguano e diano il senso della sua presenza». 

È il grande equivoco di Tolkien e la destra italiana di cui ha scritto bene Andrea Fioravanti su Linkiesta a settembre. È proprio quella Terra di mezzo tra le radici missine post fasciste e la proiezione conservatrice alla quale Meloni ha ancorato Fratelli d’Italia quando era all’opposizione e sta lucidando a Palazzo Chigi per entrare nella fantomatica e concreta stanze dei bottoni dopo le europee. Magari facendo diventare il cognato Francesco Lollobrigida commissario europeo all’Agricoltura. E avanti con il potere, Giorgia (Sam), la sorella Arianna (Frodo) che ha citato questi due personaggi della mitologia tolkeniana, guarda caso, proprio nel giorno della vittoria del 25 settembre 2022.

Ecco, più dell’egemonia culturale, agli gnomi della destra interessa la cultura del potere. Non è che a quelli di sinistra, si presume più acculturati, non interessi il potere. Anzi, ci sono stati talmente tanto e senza vincere le elezioni che hanno perso tanta credibilità e soprattutto milioni di voti. Tanto che adesso sono minoranza e non hanno voce in capitolo perché è finita pure l’egemonia culturale. Gli avversari di destra giocano alla rivincita, ma è tutto solo un gioco, una storia stucchevole, appunto, perché in questa presunta contesa è solo la conquista e la gestione del potere in tutti i suoi gangli ciò che conta. 

Lascino in pace Antonio Gramsci, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Prezzolini, Julius Evola, Celine, J.R.R. Tolkien. Lasciano perdere i concorsi letterari, i saloni del libro, il cinema, i musei. E la retorica patriottarda, perché i patrioti veri sono una ridotta mentre sono tantissimi i patrioti interessati alle tasse, ai condoni fiscali e sensibili alle misure securitarie (ieri il Consiglio dei ministri ne ha sfornato una bella carrellata, comprese sulle donne incinte e i bambini in carcere). È l’elettorato che ha tenuto per vent’anni Berlusconi sulla ribalta politica, cresciuto con la tv commerciale che ha plasmato una forma di cultura popolare. Elettorato ereditato, conquistandolo, da Meloni. 

Non c’è bisogno di arrampicarsi sulla storia infinita di Atreju. E se proprio occorre scomodare un vecchio antimodernista come Tolkien, è meglio fare ricorso agli Anelli del Potere, non quelli della fiaba, ma quelli veri, che in politica non hanno nulla di elfico e fantasy. 

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