Il sesso deboleIl femminismo conformista e lagnoso che parla delle donne solo quando sono vittime di violenza

Serve un cambiamento radicale nella percezione e nel trattamento delle donne nella società, promuovendone l’autonomia e il loro ruolo attivo, senza limitarsi alla sfera sentimentale o domestica

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Solo il sangue, la morte e la violenza fa parlare delle donne. Si parla di noi solo se veniamo ammazzate o stuprate. Più è aberrante lo scempio che si fa del nostro corpo maggiore è la visibilità per noi nel dibattito pubblico. Abbiamo diritto a entrare nelle preoccupazioni dell’opinione pubblica da oggetti di discussione e quasi sempre da morte, lasciando che altri parlino di noi e per noi.

Il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, secondo gli organizzatori della manifestazione, quasi cinquecentomila persone sono scese nelle strade. Persone indignate e furiose per la mattanza quotidiana commessa da mariti, fidanzati, amanti debolissimi. Dell’assassino di cui tutta Italia parla morbosamente, mi ha colpito la sua capacità di premeditare l’omicidio della sua giovane fidanzata e l’incapacità di scappare con abbastanza soldi per mettere benzina. Non proprio un esempio di forza patriarcale, piuttosto una spregevole nullità che come le altre spregevoli nullità prima di lui e dopo di lui uccidono per la sconfitta inaccettabile subita dalla forza delle donne, capaci di immaginare un progetto di felicità che non li comprende più.

Ora si è scatenata la ricerca ossessiva dei dettagli che riguardano vittime e carnefici, delle testimonianze delle donne che hanno vissuto qualsiasi forma di violenza mentre una donna al giorno si aggiunge al bollettino delle morte ammazzate. Sui social chiunque abbia avuto una storia con un cretino qualunque sente il bisogno di testimoniarla pubblicamente. Tutto è violenza, i giornali invitano le donne a raccontare la loro esperienze, mettendo spesso sullo stesso piano il tizio che urla uno sproloquio per strada, quello che mette una mano sul sedere, quello che preferirebbe la moglie non lavorasse con uno che massacra di botte la compagna, violenta e uccide.

Tutti sullo stesso piano e anche tutte noi. Vittime in tutto e per tutto. Solo vittime. Vittime che si indignano, vittime che si emozionano, vittime che si fanno forza le une con le altre, ma che «non fanno paura a nessuno». Lo scrive Alessandra Bocchetti, filosofa e femminista della differenza, nel suo ultimo libro “Basta lacrime” titolo che già da solo basterebbe a farmi chiudere questo pezzo qui.

Alla manifestazione del 25 novembre, quella organizzata dal transfeminismo woke, quello che dimentica le donne israeliane trucidate, stuprate, rapite e ammazzate, non ho voluto partecipare perché non condivido neanche mezza parola del manifesto politico degli organizzatori e perché trovo svilente e offensivo per le donne partecipare a una manifestazione che rivendica la loro presenza alla ricorrenza più triste dell’anno sull’onda dell’emozione per rendersi poi assenti ingiustificate nella politica quotidiana.

Oggi sono tutti femministi perché questa idea è diventata accessibile a tutti, accessibile perché svuotata di ogni pensiero politico, di ogni riflessione profonda e scomoda per l’ordine stabilito. Il femminismo si è fatto testimonianza dell’emozione individuale e del vittimismo. Puro conformismo. Il pensiero delle donne è sparito, la loro soggettività è sparita, vive di rimessa e solo rispetto al rapporto con l’uomo considerato nella sfera delle relazioni sentimentali e sessuali. Le donne hanno smesso di pensare a loro se stesse, di interrogarsi su chi sono e cosa vogliono, su cosa serve per cambiare la loro condizione di vita e spingerla verso la loro legittima pretesa di libertà e felicità. Hanno soprattutto smesso di chiedersi come vogliono cambiare questo mondo. Già, che felicità e che mondo vogliamo?

La consapevolezza delle donne rispetto alla loro condizione, alla loro posizione e al loro ruolo nella società farebbe detonare un cambiamento destabilizzante per l’ordine costituito. Farebbe saltare lo status quo, come è avvenuto negli anni Settanta e nei decenni successivi in Italia e nel mondo. E come oggi avviene in Iran. Questo è il femminismo, questo è il pensiero delle donne che si fa azione, cambiamento, consuetudine e infine legge e progresso. Non il contrario. È questa la politica di cui le donne devono essere motore, perché al centro devono esserci soltanto loro e la loro visione del mondo. Invece è l’assenza del fattore politico a caratterizzare questo femminismo contemporaneo e lagnoso, incurante delle donne iraniane e del loro instancabile coraggio a rivoltarsi ogni giorno per la libertà. A noi piace asciugarci le lacrime, ad altre sfidare Ali Khamenei e la polizia morale con i capelli al vento.

Mi ha colpito un titolo in questi giorni sul “blog al femminile” del Corriere in cui si diceva, a proposito della violenza economica (altra variante che sterilizza qualsiasi potenziale pensiero politico) «una donna su dieci si vede negare dal marito la possibilità di lavorare(!!!)». Ma come? Mi sono detta. Semmai una si vede negare questa possibilità da mercato del lavoro disfunzionale e da un welfare inesistente. E comunque, con tutte le difficoltà devi andare a lavorare, a ogni costo devi avere i soldi in tasca. Invece siamo ancora qui, a occuparci dei nostri mariti, fidanzati, compagni.

Siamo interessate a come ci vedono loro, a chiedere la loro approvazione. Se devi avere l’approvazione di un uomo per lavorare di che cosa parliamo? Che cambiamento vuoi fare? A chi fai paura? A cosa vuoi dare fuoco? Che rumore vuoi fare? Niente e nessuno sono le uniche risposte.

Non nego l’esistenza della violenza maschile e di tutte le forme subdole e perverse in cui essa si manifesta, forme a volte difficili da codificare giuridicamente eppure pericolosissime, ma prendo le distanze dall’autocommiserazione, dal voler fare pena in quanto donne offese dopo essere state complici inconsapevoli in quel gioco di ruoli che ci ha poi sopraffatte. Dovremmo invece pensare soltanto a noi, se necessario far saltare tutto quello era certezza per gli uomini e corrispondere a nient’altro che alla vita che ci aspettiamo, «non dobbiamo chiedere agli uomini di cambiare, noi dobbiamo cambiare e di conseguenza cambieranno anche loro», scrive Bocchetti.

Tornando al suo libro, il cui capitolo sulla violenza andrebbe imparato a memoria dalle scuole elementari in poi, l’autrice coglie il punto quando nota una verità lapalissiana ma invisibile alla maggioranza. Vale a dire la disponibilità dei partiti politici e delle istituzioni a dare spazio alla violenza contro le donne, spazio invece a loro negato in qualsiasi altro contesto possa minacciare i posti occupati dagli uomini e dal loro pensiero. E in questo stato delle cose parlare di violenza fa comodo, perché si dissimula la sincera volontà di tenere le donne ai margini, confinante nell’irrilevanza e lontanissime dal solo sfiorare la possibilità di incidere nelle decisioni pubbliche.

Anche il discorso sull’educazione sentimentale ricalca lo stesso schema, concepire il rapporto dei sessi nella prospettiva sentimentale e sessuale, quindi privata anziché pubblica. Anche nella formazione dei giovani tiriamo in ballo il sesso e i sentimenti invece di insegnare ai ragazzi il contributo determinante delle donne nella civiltà, un contributo cancellato nei libri di scuola volto a inquadrare le donne nella sola sfera privata invece che storica e pubblica. Se preferiamo essere oggetto di pietà invece che soggetti della storia accontentiamoci pure di due tristi ricorrenze l’anno, dove in entrambe si ricorda la nostra morte.

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