Space Farming Il futuro del cibo è nello spazio?

La mostra di Next Nature, network di ricerca intento a intercettare i trend emergenti della gastronomia (e non solo), apre gli occhi su tecnologie alternative e a basso impatto ambientale che, entro il 2050, promettono di sfamare dieci miliardi di persone

@Next Nature

Carne in vitro, colture idroponiche, cibo prodotto a partire dall’aria: nei prossimi anni sentiremo parlare frequentemente di queste modalità alternative per produrre alimenti senza consumare le sempre più esigue risorse che il pianeta ci mette a disposizione. Con la crescita esponenziale della popolazione si è reso infatti necessario pensare a lungo termine, mettendo in atto strategie che rendano accessibili alimenti di qualità in ogni parte del globo.

D’altronde, la produzione di cibo e il modo in cui viene cotto è ciò che, migliaia di anni fa, ha reso il genere umano diverso dagli altri animali, permettendogli di assimilare in modo più semplice il nutrimento.

Oggi, con la popolazione che cresce a vista d’occhio, l’impoverimento dei suoli e l’inquinamento a minacciare gli ecosistemi terrestri, è giunto il momento di pensare seriamente al futuro, ricercando nuove vie per sfamare l’umanità senza gravare troppo sulle risorse (non infinite) della terra.

Di queste tematiche e delle potenzialità dello spazio quale luogo da cui attingeremo per il nostro nutrimento in un lasso di tempo neanche troppo lontano, ha parlato Next Nature. Il network, che da anni studia il mercato e prevede le tendenze future nel campo gastronomico con un approccio scientifico, ha così organizzato un’esposizione tematica sulla potenziale rivoluzione dell’industria alimentare

 Con “Space Farming: The Future of Food”, fino al 23 marzo 2024 nelle sale di Evoluon a Eindhoven, una mostra raccoglie all’interno di diverse cupole le innovazioni più incredibili che potrebbero completamente cambiare il modo in cui l’umanità si nutre. Inizia tutto dalla corsa allo spazio che, negli ultimi anni ha spostato l’attenzione degli scienziati dalla domanda «Potremo davvero coltivare cibo nel cosmo?» a «Quando lo faremo?».

@Tom Doms

Il progetto “Potatoes from Mars” dell’agricoltore spaziale Wieger Wamelink mostra come un team di ricerca stia già coltivando tuberi all’interno dei simulatori marziani che la Nasa ha messo a punto in vista dei prossimi viaggi verso il pianeta rosso. Mentre a oggi il cibo che consumano gli astronauti arriva in gran parte dalla Terra, composto da frutta fresca, acqua e pasti preconfezionati consegnati periodicamente da navicelle spaziali comandate in remoto, in un’installazione video l’astronauta André Kuipers mostra come ha coltivato con successo delle zucchine nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Considerando che tra l’80 e l’85 per cento dell’urina prodotta dagli ospiti degli avamposti spaziali sono convertite in acqua potabile, i designer Pleun van Dijk e Fred Erik hanno immaginato nuovi modi per utilizzare capelli, residui di epidermide e sudore per facilitare la coltivazione di cibo nello spazio e perfino su Marte.

Da Evoluon sono esposti tre contenitori che mettono a punto un sistema rigenerativo alimentato da materiali corporei e rifiuti organici, dimostrando come ciò che è considerato “rifiuto” potrà diventare vitale per chi dovrà sopravvivere sul pianeta rosso.

@Next Nature

Infine, la designer Laila Snevele ha messo in mostra prodotti alimentari stampati in 3D all’interno di “Food on Mars”, un sistema per la produzione di cibo negli altri pianeti del sistema solare. Dato per scontato che la percezione del gusto è influenzata per oltre il dieci per cento da colore, forma, consistenza e aroma, la progettista crede che sia possibile ingannare il cervello e fargli ricreare una sensazione gustativa ben precisa lavorando su temperature, texture e altri elementi, definiti per l’occasione “spezie multisensoriali”.

La rivoluzione alimentare della mostra “Space Farming” tocca anche confini più tangibili, evidenziando alcuni progetti innovativi già attivi sul nostro pianeta. Come Margaret, una mucca di acciaio costruita dai Those Vegan Cowboys che consente al robot di produrre caseina attraverso la fermentazione di componenti vegetali, eliminando la variabile animale dalla produzione di latte, formaggi e altri prodotti caseari.

Oppure “Cellular Alchemy”, l’installazione artistico-scientifica di Chloé Rutzerveld dove i visitatori possono progettare i propri piatti con un touch screen e vederli sotto forma di ologramma, ricorrendo all’espediente dell’agricoltura cellulare. Un processo con cui cellule vegetali e animali vengono fatte crescere con l’aiuto delle biotecnologie e creano nuovi sapori, forme e colori, a oggi impensabili per un alimento “naturale”.

@Tom Doms

Per attirare l’attenzione sull’importanza delle alghe per l’alimentazione umana, ricche di vitamine, minerali e proteine, Next Nature ha deciso di esibire il laboratorio Space10 di Ikea, un bioreattore alto quattro metri con cui si potranno approfondire informazioni su come produrre grandi quantità di cibo seguendo metodi alternativi. I visitatori della mostra potranno così assaggiare uno shot di alghe prodotto direttamente in loco.

Come e cosa mangeremo nel 2050 non possiamo saperlo, ma gli spunti della mostra “Space Farming: The Future of Food” invitano a esplorare nuove frontiere e ad alzare gli occhi verso il cielo, consapevoli che la superficie della terra, molto presto, potrebbe non essere più sufficiente.