Comunicazione frammentataIl futuro incerto del Gruppo di Visegrad e la prospettiva di una cooperazione selettiva

Le divergenze politiche tra i quattro Paesi dell’Europa orientale rendono, e renderanno, sempre più difficile trovare un punto d’incontro che soddisfi tutti, su molti temi. Potrebbe essere la fine di quest’alleanza semi-ufficiale, o l’inizio di una nuova fase depotenziata e limitata ad alcuni settori

AP/Lapresse

Le associazioni dei contadini di Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto ai rispettivi Paesi di attivarsi in sede comunitaria per interrompere l’importazione dei prodotti agricoli di bassa qualità provenienti dall’Ucraina. L’appello ai governi chiede un approccio comune dei quattro Stati del gruppo di Visegrad e la protezione degli interessi dei consumatori e dei produttori agricoli. La Commissione Europea ha invece affrontato la questione rendendo noto che il commercio bilaterale con Kyjiv risulta soddisfacente anche se «ci sono alcuni rischi» che le importazioni agricole provochino un abbassamento dei prezzi e danneggino le produzioni locali.

Il tema delle importazioni agricole ucraine, aumentate esponenzialmente dopo la temporanea soppressione dei dazi doganali decisa da Bruxelles nel giugno 2022, è molto sentito in alcune nazioni dell’Europa Orientale e l’intervento congiunto delle associazioni dei contadini apre a una possibile convergenza, almeno temporanea, tra i quattro Stati che fanno parte del Gruppo di Visegrad.

L’alleanza semi-ufficiale tra Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria è priva di una struttura formale e istituzionale. È una piattaforma nata dopo il crollo del blocco sovietico nel 1991 e ha facilitato l’integrazione comunitaria delle nazioni aderenti nei primi anni 2000. Ma è stata poi sfruttata in chiave anti-Ue dagli esecutivi sovranisti che hanno assunto il potere nei quattro Paesi. Negli anni, Visegrad è diventata sinonimo di nazionalismo, politiche anti-immigrazione ed euroscetticismo prima di disgregarsi in seguito alle sconfitte dei sovranisti cechi, slovacchi ( poi tornati al potere con la vittoria del primo ministro Robert Fico alle consultazioni di alcuni mesi fa) e polacchi alle elezioni svoltesi tra il 2020 ed il 2023. L’efficacia dell’alleanza è messa a rischio dalle divergenze ideologiche e programmatiche tra gli esecutivi degli Stati membri.

Il presidente ceco Petr Pavel ha detto che il Gruppo Visegrad dovrebbe tornare a essere europeista e democratico come era al momento della sua fondazione ma sembra improbabile che ciò possa avvenire finché il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha collezionato scontri con Bruxelles in materia di Stato di Diritto, regresso democratico e politiche illiberali e l’omologo slovacco Robert Fico, apertamente filorusso, saranno al potere. Lo stesso Pavel aveva chiarito, alcuni mesi fa, di voler rafforzare la cooperazione con la Polonia e la Slovacchia (allora guidata da un esecutivo moderato ed europeista) ma non con Budapest, criticata anche durante la campagna elettorale. Orbán si trova in una situazione paradossale perché per diversi anni ha sfruttato il gruppo di Visegrad per rafforzare la propria influenza sull’Unione europea mentre ora rischia di ritrovarsi semi-isolato al suo interno, con l’eccezione del supporto di Fico.

L’Ungheria e la Slovacchia, ad esempio, sono contrarie all’invio di aiuti militari all’Ucraina e hanno adottato posizioni politiche filorusse, mentre Repubblica Ceca e Polonia hanno aiutato Kyjiv in tutti i modi e considerano Mosca come una minaccia strategica. Bratislava, Praga e Varsavia hanno ratificato il protocollo di accesso della Svezia nell’Alleanza Atlantica (Nato) mentre Budapest non lo ha ancora fatto ed i criptici messaggi lanciati da Orbán non hanno dissipato le nebbie sulla vicenda. I ritardi ungheresi mettono a rischio le posizioni di Stoccolma, che ha deciso di entrare nell’Alleanza Atlantica dopo l’invasione russa dell’Ucraina ed indeboliscono il prestigio della Nato, paralizzata dal veto di uno dei suoi Stati membri meno rilevanti. Il sapiente uso (o la minaccia) del veto da parte di Orbán non è un qualcosa di nuovo ma è uno strumento utilizzato dal premier ungherese per paralizzare, a proprio vantaggio, alcuni processi decisionali dell’Unione Europea ed in questo caso della Nato che richiedono l’unanimità. Il rischio, però, è quello di isolare ulteriormente Budapest dato che gli altri partner di Visegrad hanno intrapreso strade diverse,

Il futuro del Gruppo di Visegrad appare incerto ed i possibili scenari evolutivi sono tre. Nel primo caso la cooperazione rafforzata su temi critici è resa impossibile dalle differenze ideologiche ed il gruppo potrebbe continuare a esistere seppur in forma indebolita e simbolica. Un secondo scenario prevede l’allineamento tra i quattro governi di Visegrad in seguito a elezioni nazionali che potrebbero comportare il ritorno di quattro esecutivi sovranisti oppure di quattro esecutivi europeisti che condividono i medesimi principi politici. In questo caso Visegrad tornerebbe a contare, nel bene o nel male a seconda dei punti di vista, in sede comunitaria rivelandosi una fonte di accelerazione (o di blocco) del processo di integrazione dell’Unione europea. Il verificarsi di un simile scenario appare, al momento, molto improbabile dato che i moderati-europeisti si sono appena imposti alle elezioni polacche ed i russofili a quelle slovacche mentre Orbán appare più saldo che mai al potere. Un terzo scenario prevede una cooperazione selettiva, in un contesto frazionato come quello attuale, su temi specifici più o meno condivisi da tutti gli Stati membri per tutelare i propri interessi nazionali e senza fare troppo caso alla presenza di rivali politici nelle altre nazioni. La capacità di mediazione dei leader e la rilevanza dei temi strategici si rivelerebbero fondamentali. Il Gruppo di Visegrad ha, dunque, un futuro strettamente legato agli sviluppi politici locali e all’imprevedibile contesto internazionale.

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