Votare per DanzicaL’insperata vittoria europeista in Polonia ci ricorda i veri rischi del populismo

Mai come in questi giorni, guardando le piazze delle città europee e le piazze virtuali dei social network, era apparso concreto il pericolo che i contrapposti fautori dello scontro di civiltà finissero per stritolare per primi proprio gli unici autentici difensori della civiltà occidentale

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La vittoria delle forze liberaldemocratiche in Polonia, nonostante i mille modi in cui i populisti di Diritto e Giustizia da otto anni al potere avevano ridotto ogni spazio di dissenso, equilibrio dei poteri, indipendenza dei giudici, della stampa e dei pubblici funzionari, ci ricorda anche come siano cambiati in questi anni il significato e il peso di alcune parole, e quanto possa essere pericoloso non accorgersene in tempo.

Fino a quando si svolge entro i confini di una consolidata forma di governo costituzionale, la vittoria dei liberaldemocratici può essere, da un punto di vista progressista, persino una brutta notizia. Nell’Italia degli anni Settanta, non c’era bisogno di essere militanti accaniti del Partito comunista per considerare una iattura una forte affermazione del Partito liberale di Giovanni Malagodi. Nel mondo di oggi, la vittoria delle opposizioni guidate da Donald Tusk e dalla sua Piattaforma civica, formazione di centrodestra iscritta al Partito popolare europeo, proprio come Forza Italia, è il più importante successo in cui potessero sperare i progressisti europei, come chiunque abbia minimamente a cuore la democrazia, i diritti delle donne, la libertà di stampa e la tutela delle minoranze. Un risultato tanto più incoraggiante perché arrivato in uno dei momenti più cupi per l’Occidente, con la guerra in Ucraina impantanata in uno stallo sanguinoso da un lato, dall’altro con il conflitto in Medio Oriente che ha improvvisamente riacceso la minaccia del terrore fondamentalista anche nel nostro continente.

Mai come in questi giorni, guardando le piazze delle città europee e le piazze virtuali dei social network, era apparso concreto il rischio che i contrapposti fautori dello «scontro di civiltà» finissero per stritolare per primi proprio gli unici autentici difensori della civiltà occidentale. Civiltà che si fonda sulla tolleranza e sulla divisione dei poteri, sulla libertà di stampa e sul governo costituzionale, cioè esattamente su tutto ciò che in Polonia, proprio come nell’Ungheria di Viktor Orban, i sostenitori della «democrazia illiberale» hanno cercato di distruggere. Senza che gran parte della destra italiana, a cominciare da Giorgia Meloni, si facesse il minimo scrupolo di sostenerli e applaudirli.

La posta in gioco, nell’Europa dei risorgenti autoritarismi sull’asse di Visegrad come negli Stati Uniti in cui il golpista mancato Donald Trump è deciso a prendersi la sua rivincita, non è ormai niente di meno che il futuro della democrazia, e in ultima analisi la pace stessa, contro quella eterogenea coalizione di forze, dalla Russia all’Iran, che vorrebbero farci tornare al Medioevo, e che trovano nelle varie formazioni populiste e sovraniste in giro per l’Europa i loro migliori alleati. Prima o poi chissà che non lo capiscano anche tanti politici, giornalisti e conduttori televisivi italiani.