Rewind 2023Le storie più rilevanti di quest’anno per il sistema moda (prima parte)

Dal ritorno di Phoebe Philo al “caso” Farfetch, passando per la morte di Davide Renne e non solo. Riavvolgiamo il nastro del fashion system nel 2023

Sabato De Sarno (LaPresse)

Se non avete ancora ascoltato la nuova puntata de “La teoria della moda”, il podcast di Giuliana Matarrese per Linkiesta Etc dedicato al fashion system, cliccate qui.

Un anno, il 2023, che a guardarlo tra cinquant’anni in qualità di appassionati di storia del costume e della moda, forse, non apparirà neanche troppo rilevante: in effetti sono stati 365 giorni di passaggio, nel senso di sinonimo di un momento di transizione ben più ampio. A voler però andare nello specifico, ci sono stati diversi avvenimenti che li hanno caratterizzati, e di alcuni di loro parleremo anche in futuro. Benvenuti alla lista delle storie più rilevanti del 2023 nel fashion system, in ordine rigorosamente sparso.

Il ritorno di Phoebe Philo
La sacerdotessa e musa delle philophiles, dopo anni di assenza dalla scena della moda, è finalmente tornata, con il suo brand eponimo. Una figura ormai leggendaria per chi c’era negli anni di Cèline con l’accento: l’inglese Phoebe Philo aveva fatto perdere le sue tracce dopo aver lasciato il ruolo di direttrice creativa del brand francese, nel 2017. Nel 2021 era stato annunciato il lancio del marchio con il suo nome, nel quale il conglomerato LVMH avrebbe giocato il ruolo di azionista di minoranza. Dopo diversi rinvii e posticipi – forse dovuti al desiderio della designer di presentarsi al mondo con una collezione all’altezza della sua fama –, a fine ottobre è stato finalmente possibile acquistare sul sito dedicato il primo “edit” della collezione. E già da qui si percepisce lo spessore intellettuale della designer: un gigante del vocabolario se paragoniamo il raffinato “edit” ai ben più grevi “drop” – terminologia dello streetwear che vuol dire la stessa cosa –, e che dal 30 ottobre ci vergogniamo già di aver usato con scioltezza per anni.

Ma parlando della collezione, che uscirà in diverse fasi, in selezioni ridotte – anche per una questione di eco-consapevolezza – il primo edit, appunto, ha raccolto una generale approvazione della stampa di settore (anche se, va detto, il sistema moda ha sempre amato incondizionatamente l’intellettuale inglese e l’idea di muoverle una critica sembra quasi profana). La linea Phoebe Philo è un guardaroba completo: pantaloni con frange a tremilaottocento euro, blazer destrutturati da tremila, tote bag a seimilaottocento, cappotto in montone da tredicimila. Prezzi che hanno fatto storcere il naso, ma che sono di poco superiori a quelli della maison: una borsa Chanel 2.55 oggi ha un prezzo di base di ottomila euro, il trench in pelle di agnello di Saint Laurent di questa collezione invernale è in vendita sul sito a novemila euro. Al netto delle polemiche, il primo edit è stato un successo, registrando subito il sold out (anche se, essendo disponibile solo tramite il suo sito, non è possibile capire quanti pezzi di ciascun capo abbia in realtà prodotto e quantificare il successo).

La realtà è che il ritorno di Philo, a cinquant’anni e sei di assenza dalla moda, sembra più che altro un affare da nostalgici culto e la stessa designer sembra animata non tanto da un desiderio di rivoluzionare la moda così come aveva fatto in passato, ma quanto di ribadire la primigenia su quel lifestyle da lei raccontato e che poi è divenuto mainstream sulle passerelle. The Row, Daniel Lee da Burberry, Peter Do da Helmut Lang, Mathieu Blazy da Bottega Veneta, JW Anderson da Loewe sono tutte sue creazioni (alcune legittime, visto che alcuni tra i designer citati si sono formati nel suo ufficio stile). La proliferazione di brand che dall’Old Cèline prendevano le mosse ha reso l’eccezione che lei rappresentava, la nuova regola aurea alla quale attenersi ed è legittimo che voglia tornare a ricordarci che la madre di quest’era, è – in realtà – ancora lei. Se avrà voglia di dirci altro, lo scopriremo ai prossimi edit.

© Phoebe Philo

Davide Renne
Un avvenimento del quale non avremmo voluto parlare è la scomparsa di Davide Renne, il quarantaseienne toscano nominato direttore creativo di Moschino e mancato per un malore dopo dieci giorni dal suo insediamento nella maison milanese, a inizio novembre. Una tragedia dal tempismo crudele, che ha colpito profondamente non solo – ovviamente – i suoi cari, il compagno Richard Delas e la famiglia di Moschino, i cui dipendenti in soli dieci giorni di tempo erano stati contagiati dalla sua energia, ma anche il mondo della moda milanese in generale.

Conosciuto come un professionista dedito al suo lavoro, per vent’anni da Gucci – strumentale nel creare insieme ad Alessandro Michele l’immagine iconica del brand dalla doppia G – Renne era molto amato e rispettato da colleghi e giornalisti. I dipendenti di Moschino, pur avendolo conosciuto per poco, erano realmente affranti dalla sua scomparsa, perché con lui se n’è andata (momentaneamente) anche la speranza di dare una svolta ad una maison da dieci anni addormentata dall’incantesimo al saccarosio pop di Jeremy Scott.

A piangere la sua dipartita anche in maniera pubblica è stato Alessandro Michele, ma anche Walter Chiapponi, il direttore creativo di Blumarine nella cerchia degli amici più intimi di Renne, con il quale si erano conosciuti agli inizi, quando entrambi lavoravano da Alessandro Dell’Acqua. A scriverne un bel pezzo per celebrarne il lato privato, giocoso, generoso, è stata la giornalista Alessandra Pellegrino, Digital deputy director di Ad, che per Vogue Italia ha raccontato la sua ventennale amicizia con Renne, forse anche come atto di catarsi, dopo il dolore per la sua scomparsa. Oltre però alla tragedia privata, questo lutto dovrebbe anche portarci a riflettere su un dramma più ampio: quello di avere a disposizione, in Italia, una classe di professionisti ormai maturi, che dal dietro le quinte hanno influito più di quanto il pubblico saprà mai, nella creazione di collezioni che passeranno alla storia. Professionisti che hanno racimolato vent’anni di esperienza e che spesso – per amore di sensazionalismo o per il desiderio, così provinciale, di sentirci internazionali – vengono scartati quando si tratta di scegliere il nuovo direttore creativo, in favore di nomine Instagram friendly.

Se la notizia di Renne da Moschino era stata accolta così bene dai magazine di settore è stato anche dovuto al fatto che si trovava rassicurante, per una volta, l’idea di affidare una maison a un creativo di una generazione più giovane, ma obiettivamente capace e, per una volta, anche italiano (d’altronde l’estetica di Franco Moschino – come ci ha dimostrato Jeremy Scott – è incomprensibile da decodificare per chi non è cresciuto in quegli anni, in quell’Italia, e si fa molto prima a tramutarlo in un cartonato pop di incarti di patatine del McDonald’s e vestiti come bouquet di fiori). Con la sua scomparsa, si spera che non venga a mancare anche quel desiderio appena sbocciato e tutto sommato sano, di voler promuovere al grado più alto dell’ufficio stile degli italiani nelle maison italiane. Non per campanilismo, ma perché lo meritano tanto quanto gli altri e hanno vissuto sulla loro pelle la storia del costume che hanno realizzato questi brand tra gli anni Ottanta e Novanta. Da Moschino, intanto, non sono ancora arrivati annunci su chi prenderà il posto di Renne e a loro va tutto il nostro supporto, anche perché un brand legato così strettamente con l’Italia che siamo stati merita un futuro luminoso.

Ph. Alessio Bolzoni

Top model
Tremate, le top model sono tornate. Dopo una strategia di riavvicinamento fatta di copertine, di passerelle calcate, di interviste, Linda, Cindy, Naomi e Christy sono ufficialmente riapparse anche sui nostri schermi, con il documentario prodotto a settembre da Apple, “The Supermodels”. Una passeggiata nei viali della memoria, utile a ricordarci cosa hanno rappresentato queste donne anche in una cornice di emancipazione femminile. Il bel documentario è ricco di materiale d’archivio, ma povero di riflessioni un po’ più ampie, che vadano oltre la passerella e raccontino anche delle “spigolosità” delle vite di queste donne, qui beatificate o peggio costrette a scusarsi per esser state “troppo divine”.

La dipendenza dalle droghe di Linda Evangelista viene saltata a piè pari, non si parla assolutamente della condanna a Naomi, obbligata dalla legge a lavori socialmente utili – che svolgeva in vestiti di alta moda – per aver colpito una delle sue assistenti con un telefono in un momento di rabbia, nel 2006. La questione ben più spinosa relativa all’ex marito di Linda Evangelista, Gérald Marie, accusato nel 2021 da quindici donne (tra le quali le ex modelle Karen Mulder e Carré Otis) di stupro e violenza sessuale è affrontata solo dal punto di vista personale.

Capo dell’Elite model management di Parigi, Marie sposò Evangelista nel 1987, quando lei aveva ventidue anni e lui trentasette. Nel documentario la top model dichiara di esser stata anche lei vittima di violenza da parte dell’ex marito, ben consapevole però del valore del volto di sua moglie e quindi attento a evitare quella parte del suo corpo durante le percosse. Accuse rispedite al mittente da un infuriato Marie, che nel frattempo è stato assolto dalla corte francese: non perché non ci fossero abbastanza elementi per decretarne la colpevolezza, ma solo perché i fatti sono accaduti troppo tempo fa, andando oltre i termini di prescrizione.

Evangelista afferma di non essere mai stata a conoscenza degli atteggiamenti che suo marito aveva con le altre modelle, ma di credere alla voce delle vittime. Sulla frase più famosa di Evangelista, quel «non mi alzo dal letto per meno di diecimila dollari», pronunciata dalla top all’apice della sua carriera e per la quale ricevette molte critiche di avidità e cattivo gusto già all’epoca, si fa un pesante scivolone: pressata dall’opinione pubblica che l’ha inseguita per anni ricordandole il misfatto, Evangelista nel documentario si scusa. Non si capisce poi in realtà di cosa, considerato che moltissimi miliardari della Silicon Valley di oggi – ma anche squali della finanza di ieri – si sono sempre vantati senza pudore della loro ricchezza, costruita e non ereditata, senza che nessuno pensasse di inquisirli per cattivo gusto. Quando a farlo è una donna, però, i doppi standard si fanno vedere in tutta la loro greve possanza.

A prescindere dalla qualità del documentario, la preponderanza delle top degli anni Novanta, nel 2023, è un segnale profondo non solo dell’importanza del passato, ma anche dell’irrilevanza del presente, nel quale le modelle di riferimento delle più giovani – quelle che hanno ereditato, senza averci molto lavorato su, il titolo di top – sono un prodotto della cultura di Instagram. Sono “figlie di”, esteticamente conformi al gusto occidentale (come Kaia Gerber, figlia della stessa Cindy Crawford), con fidanzati e profili ig studiati ad arte e però sono prive di quelle narrative avvincenti. Storie che si guarda sfilare in passerella, plaudendone il portamento, ma alle quali è difficile – tutto sommato – appassionarsi o trovare delle pur lontane somiglianze con il proprio vissuto. Per le icone, pare di capire, c’è ancora da aspettare le prossime generazioni.

AP Photo/ LaPresse

L’arrivo di De Sarno da Gucci
Non ci poteva essere un debutto più complesso di quello di Sabato De Sarno da Gucci. Arrivato da Maison Valentino a sostituire Alessandro Michele – ormai santino pagano di riferimento di una generazione – la sua prima da Gucci, chiamata “Ancora”, a settembre, è stata caratterizzata dalla sfortuna atmosferica, che ha portato il brand a lasciare le strade di Brera, location all’aperto pensata per l’occasione e abbandonata a due giorni della sfilata per timore di un temporale, tornando nel suo Gucci Hub di via Mecenate. Un debutto sul quale non si può esprimere giudizi definitivi, in quanto i percorsi stilistici sono comprensibili solo dando il dovuto tempo al progetto di maturare e che certo però ha scatenato reazioni accese.

Una dipartita netta dall’estetica di Michele, così come – si suppone –, volesse la casa madre Kering, la poetica di De Sarno sembra voler parlare alle generazioni più giovani (e d’altronde, una collezione che manda in scena felpe legate e minigonne in vinile, probabilmente alla Gen Z si rivolge) facendole sentire incluse nel grande discorso sul costume. E in effetti è proprio “welcoming” la parola inglese usata da De Sarno per definire Gucci, parlandone a novembre a Roma, in occasione del Forces of Fashion organizzato da Vogue. Un obiettivo ammirevole, che è però un cambio di rotta rispetto al passato di un brand che sembrava parlare a un’enclave di stravaganti outsider, che rifuggivano qualunque accenno alla quotidianità vestimentaria come materia assai banale e non meritevole di riflessioni.

Nel frattempo, le performance del brand sono al di sotto delle aspettative nel terzo trimestre del 2023 (sono diminuite del sette per cento a tassi comparabili), ma il dato non è colpa o merito di De Sarno che ha sfilato solo a settembre. D’altronde la congiuntura economica è difficile e forse qualche analista troppo positivo aveva portato i brand a pensare di poter continuare a fare profitti in un mondo falcidiato da conflitti e caratterizzato da un calo generalizzato del desiderio verso la moda. Tutto il gruppo Kering – e non solo Gucci – ha registrato delle perdite, compreso Bottega Veneta (meno sette per cento a tassi comparabili) e Saint Laurent (meno dodici per cento a tassi comparabili). Restiamo in attesa della prossima sfilata per scoprire l’evoluzione del marchio.

Sabato De Sarno (ph. Riccardo Raspa)

Farfetch
Chiudiamo con il reale caso dell’anno, quello che farà storia per tutti i marketplace online di qui a venire e che mentre scriviamo, sembra aver trovato un White Knight – un investitore di buona volontà – che lo salvi dai debiti e dalla pubblica umiliazione. È il caso di Farfetch, gigante dello shop online nato nel 2008: nel 2018 era stato quotato con grande fanfara alla Borsa di New York. Cinque anni dopo, rischia l’amministrazione controllata. Dopo aver prosperato durante il revenge shopping dovuto al Covid, il gruppo si trova ora costretto ad affrontare 1,6 miliardi di debiti da restituire tra il 2027 e il 2030, con poche speranze che riesca veramente a farlo. Ma cosa è andato per il verso sbagliato? Lo spiega il Financial Times nel pezzo Where did Farfetch go wrong? del 14 dicembre.

La questione è complessa e richiederebbe delle puntate dedicate. Per non tediare chi ascolta, basterà spiegare che il gruppo guidato da José Neves non ha visto i tempi che cambiavano e invece di concentrarsi su un solo obiettivo ha diversificato, facendo shopping tra i concorrenti, acquisendo gruppi che si occupano di licenze e streetwear, come l’italiano New Guards Group, per un prezzo di seicentosettantacinque milioni di dollari.  Un investimento che oltre a fargli perdere due miliardi di valore in un solo giorno, secondo il New York Times non ha pagato, considerato che lo streetwear per come lo conosciamo oggi è in una fase discendente e la sua domanda è in forte calo sia in America che in Cina, i mercati di riferimento del lusso di oggi.

www.nytimes.com

Quest’anno a NGG non sono bastate le licenze di Reebok, la proprietà di Alanui, Palm Angels e Off-White:  le sue vendite secondo il FT sono crollate del quaranta per cento. A metterci il carico da novanta è stata la comunicazione dello scorso mese, che Farfetch non avrebbe presentato il proprio report dei risultati quadrimestrali: le sue quote hanno perso il novantasette per cento del valore rispetto a quando il brand si è quotato in Borsa. Inoltre, se molte boutique vendono i loro prodotti online tramite Farfetch, quando non hanno un e-shop proprio, i brand non sono dello stesso avviso: a oggi le grandi maison stanno internalizzando le vendite online con negozi online di proprietà, per rinforzare il controllo sulla propria distribuzione ed evitare la scontistica importante a cui va incontro la merce che viene poi venduta su Farfetch.

Il fallimento di Farfetch rappresenterebbe un immenso problema anche per tutte le boutique – circa cinquecentocinquanta in centonovanta paesi – che così non saprebbero come gestire il loro inventario e sarebbero costrette a venderli con forti sconti per liberarsene. Mentre registriamo questa puntata (il 19 dicembre) sembra essere arrivata l’ancora di salvezza. È notizia di qualche ora fa che Coupang (gigante sudcoreano dell’e-commerce) ha acquistato Farfetch e gli fornirà cinquecento milioni di dollari in finanziamenti di emergenza per evitare la bancarotta. In ogni caso, questa storia di cui a oggi non si conosce ancora l’epilogo, porterà a un profondo ripensamento del modello di business dei marketplace online. Perché – se non fosse chiaro – questo livello di produzione e vendita non è più sostenibile. E non serviva il fallimento di un gigante per rendersene conto.

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