Azione olisticaEconomia circolare e tracciabilità della filiera sono le vie per una moda più sostenibile

L’industria del fashion non può più rinunciare alla transizione ecologica, per cui è necessario ripensare l’intero settore. Per farlo, bisogna cominciare dalle basi e renderle più solide che mai, con un focus sulla catena produttiva e la raccolta di dati accurati. Lo conferma l’esempio virtuoso della startup Sustainable Brand Platform

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Il 30 novembre, durante la prima giornata della Cop28, Global fashion agenda ha rilasciato il Global fashion agenda monitor , un documento volto a guidare i leader mondiali della moda verso un’industria a impatto positivo sull’ambiente e sulla società. «È imperativo che la moda passi dall’ambizione a un’azione olistica, che sia equa e inclusiva, che garantisca il ripristino dell’ambiente naturale e che nessuno venga lasciato indietro», si legge sul documento. Per la prima volta, il report include nuovi dati dal Fashion Industry Target Consultation, realizzato grazie a più di novecento industrie in novanta paesi diversi con lo scopo di tracciare e allineare le azioni delle aziende, seguendo una priorità di sostenibilità socio-ambientale.

«Immaginiamo un futuro in cui i prodotti verranno utilizzati di più, saranno realizzati per essere riprodotti e saranno realizzati con input sicuri, riciclati o rinnovabili. Il Global Fashion Agenda Monitor della Global Fashion Agenda aiuta le organizzazioni ad affrontare la transizione multiforme verso un’economia circolare per la moda, sottolineando l’importanza della trasparenza, vitale per trasformare questa visione in realtà», ha detto Jules Lennon, fashion lead della Ellen MacArthur Foundation.

Ogni anno in Europa vengono scartate circa cinque tonnellate di capi d’abbigliamento, all’incirca dodici kili a persona e solo l’un per cento dei materiali utilizzati per la produzione viene riciclato. Il Joint Research Centre ha stimato che nel 2015 l’Europa ha superato questo trend, registrando l’acquisto di 6,4 milioni di tonnellate di capi d’abbigliamento: 12,66 chilogrammi a persona. Di questi, più del trenta per cento è stato scartato entro l’anno d’acquisto. L’industria della moda, oggi, si trova a dover affrontare una necessaria transizione verso un tipo di economia circolare – sostituendosi a una lineare, che segue il modello compra-usa-getta –, preferendo un tipo di utilizzo basato sulla condivisione, sulla riparazione e sul riutilizzo dei prodotti, insieme anche al loro riciclo.

Ph. Linkiesta Etc

Come riportato dal rapporto della Fondazione Ellen McArthur, la vita breve dei capi d’abbigliamento e i materiali utilizzati ne rendono difficile il riutilizzo: a livello globale, l’ottantasette per cento delle fibre impiegate nella produzione viene smaltito in discarica o incenerito e solo nel tredici per cento dei casi viene riciclato. Spesso, però, il riciclo delle materie consiste in un processo di down-cycling: rimesso in circolazione, viene riutilizzato per realizzare prodotti di valore inferiore rispetto agli originali. L’industria della moda utilizza ogni anno novantotto milioni di tonnellate di risorse non rinnovabili, è responsabile di oltre l’otto per cento delle emissioni di gas serra e produce il venti per cento delle acque reflue globali.

Nel dicembre 2015 la Commissione Europea ha adottato il primo piano d’azione per l’Economia Circolare, che affiancandosi all’impegno del Green deal e il Piano industriale europeo, si pone l’obiettivo di creare un settore tessile più sostenibile e più competitivo. «Il consumo di prodotti tessili nell’Unione europea è in media il quarto per impatto ambientale, successivo solo all’impatto dell’industria alimentare, di quella immobiliare e dei trasporti – si legge sul sito –. È anche il terzo settore più influente nel consumo di acqua e di suolo e il quinto per l’utilizzo di materie prime e produzione di gas serra».

La conoscenza e la gestione dei dati della filiera saranno sempre più il fulcro per sviluppare strategie efficaci di decarbonizzazione, sia dirette, sia indirette, per ogni brand e azienda produttrice, come si impegna a fare la tech-start-up italiana Sustainable Brand Platform, che opera nel settore della green e circular economy, rivoluzionando l’industria della moda attraverso l’analisi e la gestione delle prestazioni di sostenibilità aziendale e di prodotto, insieme alla compliance aziendale con le regolamentazioni Ue.

«Calcolare il proprio impatto ambientale solamente attraverso dati secondari, cioè sui dati non raccolti direttamente dalle filiere produttive impatta notevolmente sull’accuratezza con cui le aziende si misurano e conseguentemente definiscono loro strategie di sostenibilità future – ha detto Enzo Maria Savelli, Co-Founder & CEO di Sbp – . Per questo motivo, raccogliere dati primari su ciascun materiale prodotto e consumato è la scelta vincente per i brand, creando rapporti di interscambio di dati efficienti con le proprie filiere produttive».

Durante l’evento di presentazione del progetto, Baptiste Carriere-Pradal, direttore e co-founder di 2b policy ha parlato dello scenario normativo sulla sostenibilità delineato dall’Unione Europea per gli anni 2024, 2025 e 2026. L’obiettivo è definire azioni efficaci per garantire la conformità alle direttive future, in particolare la  Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd), la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (Csddd) e l’Eco Design for Sustainable Product Regulation (Espr).

La filiera moda può essere paragonata a un grande iceberg, in cui i brand costituiscono la parte emersa, visibile a tutti, ma che galleggia solo grazie alla parte immersa nell’acqua, rappresentata dall’intero ecosistema produttivo delle filiere agricole, di allevamento, dei distretti tessili e conciari e delle manifatture. Questo mondo sommerso ha una responsabilità indiretta, perché detentore dei dati indispensabili ai brand, sempre più scrupolosi e bisognosi nel richiedere informazioni mirate sulle produzioni delle filiere.