Il secondo poloQualcuno trovi una soluzione alla stagnazione della sinistra e del centro (senza Conte)

Schlein dice che la legislatura non durerà altri quattro anni, ma l’asse Pd-Sinistra-Verdi muove poco, mentre l’alleanza con il populismo del M5s (anche in vista delle Europee) può portare voti ma è destinata a perdere sempre. Possibile che nessuno trovi il modo di chiamare a raccolta tutti i riformisti?

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Oggi come oggi non c’è partita: la destra governa maluccio ma senza rivali. La sinistra Pd-Sinistra-Verdi è culturalmente, psicologicamente e politicamente minoritaria. Il Movimento 5 stelle sta coltivando da solo il suo trasformismo acchiappavoti. Il centro è residuale e non esce da una strutturale condizione di scarsa rilevanza politica. In più, le contraddizioni nella destra sono reali ma non tali da far prevedere una rottura interna, mentre i due principali partiti dell’opposizione sono oggettivamente in competizione tra loro, e quanto al centro nessuno ha un’idea di come ricostruire su basi nuove un progetto fallito.

Questo è il quadro con cui va a concludersi il 2023, anno primo del melonismo. Un po’ a sorpresa è giunto ieri il sasso gettato nello stagno da Elly Schlein, che ha detto che la legislatura non durerà altri quattro anni. Più per incapacità del governo che per meriti dell’opposizione, pare di capire, anche se la previsione resta a metà tra il desiderio e l’analisi politica.

Comunque l’accelerazione di Schlein ha un pregio, smuove le acque. Non è chiaro lo schema di gioco della segretaria del Partito democratico. Sembrerebbe un mini-Ulivo. Una grossa sinistra con una ruotina centrista, Azione di Carlo Calenda. Ma è evidente che lo spirito dell’Ulivo non rinascerà mai anche perché è vero che la storia non si ripete due volte – se non come farsa –, ed è meglio evitare.

Dunque, ci sarebbe da mettere in piedi una coalizione sinistra più centro, con un grosso trattino tra i due termini, esattamente il contrario della teoria del “primo Pd”: ma le cose sono andate così. E oggi il partito di Schlein è una “grande Sel” che in vista di un voto anticipato potrebbe stringere un accordo solido, forse addirittura federativo, con Giuseppe Conte (anche al prezzo di accettarne la leadership: vedremo i rapporti di forza che usciranno dalle elezioni europee). Fin qui è tutto relativamente facile. Una “sinistrona” molto identitaria e con tratti populisti che può piacere o no ma avrebbe chance di raccogliere buoni numeri.

Il problema invece è la seconda gamba centrista e riformista che oggi non c’è. Non c’è perché sia Carlo Calenda sia Matteo Renzi, che pure fanno la stessa analisi ma che sono divisi per ragioni pre-politiche, rifiutano di schierarsi nel centrosinistra vagheggiando una collocazione terza del tutto velleitaria e irrealistica in un sistema bipolare che verosimilmente resterà tale – a meno che loro non siano in grado di rovesciare l’attuale Rosatellum per introdurre una legge proporzionale, ipotesi dell’irrealtà perché non conviene agli altri partiti.

Il proporzionale c’è alle Europee, ma i vari centristi o si mettono insieme o rischiano di non superare lo sbarramento, il che equivarrebbe al loro funerale politico. Ma non ci vuole un politologo di Harvard per capire che in un sistema bipolare in qualche modo devi scegliere dove stare, ed è questa l’obiezione che un normale cittadino rivolgererebbe ad Azione e Italia Viva senza ottenere risposte convincenti.

Calenda chiede rispetto, giustamente, per i due milioni e spicci che hanno votato Terzo Polo un anno fa. Ma il problema non è il rispetto. Il problema è che fine fanno quei voti. Dice Calenda che il progetto del Terzo Polo è fallito «perché Renzi ha voluto che fallisse» ma «è la strada giusta».

Quindi pare di capire che ora dovrebbe portarlo avanti lui da solo, passando dal quattro per cento a numeri più importanti. Ammesso che vi riesca, sarebbe verosimilmente comunque un partito con una percentuale abbastanza bassa, quindi nella migliore delle ipotesi una stampella una volta a un polo e una volta all’altro. Malgrado le migliori intenzioni, questo alla lunga si chiama trasformismo. E se poi viene costruito nell’idea, che Calenda teorizza, che alla fine fanno tutti schifo e sono tutti incapaci di governare allora si chiama neopopulismo, anche se “populismo di centro”.

Altra cosa invece sarebbe se una personalità oggi non invischiata nei giochi politicisti, o anche se un gruppo di persone – ognuno pensi ai nomi, ce ne sono vari – prendesse in mano la situazione e si mettesse al lavoro per riunire tutti i riformisti, compresi quelli che stanno in sofferenza nel Partito democratico schleiniano, per costruire la seconda gamba del centrosinistra nel tentativo di egemonizzarlo o almeno condizionarlo con un forte disegno di governo. Ci sarebbero un sacco di discussioni, figurarsi, quelle non mancano mai. Ma forse la politica italiana potrebbe uscire dalla stagnazione prima di quanto si creda.