Architettura nippo-italianaDa Barletta a Yokohama il passo è breve

Junko Kirimoto e Massimo Alvisi si sono uniti grazie a un consiglio di Renzo Piano, dando vita a progetti realizzati attraverso un’estrema attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale. A Firenze e Milano, rispettivamente il 30 gennaio e il 22 febbraio, festeggeranno i venticinque anni di attività

Alvisi Kirimoto, Viale Giulini Affordable Housing, Barletta (Puglia) ©Marco Cappelletti

Junko Kirimoto è nata a Yokohama, in Giappone. Si è iscritta alla facoltà di Architettura all’Università di Kyoto. Nel 1992 avvia una carriera in Italia, prima a Roma e poi a Milano, per poi fondare, dieci anni dopo, lo studio in collaborazione con Massimo Alvisi, dando vita a quello che oggi è a tutti gli effetti l’Alvisi Kirimoto, il polo ricettivo dell’avanguardia architettonica contemporanea, non solo nel nostro Paese, ma in un certo senso all over the world.

Non si sono limitati a rispondere a committenze esterne, piuttosto hanno interpretato la cifra esistenziale moderna, in cui i luoghi, gli spazi, i perimetri urbani non sono mai omogenei, ma tendono a contenere al loro interno interferenze globali: edifici residenziali, grattacieli, azzardi sperimentali, palazzine liberty, casette a un piano dai colori pastello. Oggi le città trattengono e manifestano tutto, laddove per città s’intende ormai l’intero pianeta, avendo i villaggi, i paesi, le zone rurali abbandonato da tempo la loro conformazione abituale e tendendo verso un allargamento dei propri confini.

Alvisi Kirimoto, ritratto ©Ilaria Magliocchetti Lombi

Anche Massimo Alvisi, dal canto suo, si colloca in un punto strategico tra culture diverse: quella italiana, la sua, essendo pugliese ma di acquisizione fiorentina, quella europea, dato che ha studiato e lavorato in Francia, in Olanda, in Svizzera in Germania. E naturalmente quella orientale, dettato dall’incontro con Junko Kirimoto, ma anche dalla fascinazione per le forme limite, per i residui, per ciò che si trova sull’orlo della sparizione. Perfino Renzo Piano rientra in questa connessione improvvisa di intermittenze: Alvisi ha lavorato insieme a lui e di lui ripropone la stessa affezione per le navi, per le imbarcazioni, un’atmosfera asciutta, funzionale e contemporaneamente antica, immota. È stato lo stesso Renzo Piano a suggerire a entrambi di rimanere con i piedi per terra, di dedicarsi a piccoli progetti ma sempre a fronte di grandi idee e di realizzarli con cura maniacale. «L’obiettivo è fare la differenza non rispetto alla dimensione del progetto, ma nel modo in cui lo sviluppiamo», ricordano oggi.

In vent’anni di professione, lo studio ha realizzato progetti praticamente dappertutto: quello per una piccola e media industria a Barletta, la città natale di Alvisi, che infatti rappresentava per lui la nostalgica congiuntura di ricordi e reminiscenze infantili, ma anche la cartina di tornasole di una gestione politica comune a molti territori italiani, industrializzati e inquinati, dove il progresso coincide con la corruzione, la collusione di interessi. Per questo, hanno deciso di approcciarsi cambiando il paradigma dei complessi industriali della zona: hanno immaginato una nuova tipologia modulare e aperta e un impianto urbanistico arioso e che integrasse anche alberi e natura. La realizzazione è stata esposta alla Biennale di Architettura di Venezia. Hanno collaborato con Oscar Niemeyer per l’auditorium di Ravello, con Rem Koohlas per la Fondazione Prada «scoprendo la bellezza dell’uso di materiali alternativi e incoerenti». Hanno preso parte alla realizzazione del progetto della Cantina Podernuovo a Palazzone che ancora definisce il loro metodo caratterizzato dal dialogo con l’ambiente, con il paesaggio naturale.

Alvisi Kirimoto, The Dome – Nuovo edificio scolastico LUISS, Roma ©Marco Cappelletti

«Il nostro desiderio non era quello di creare un’immagine di perfezione materiale, né di imitare la natura dal punto di vista estetico, ma di realizzare qualcosa che instaurasse una vera e propria relazione con la natura, che esaltasse il processo produttivo che c’è dietro la produzione, in questo caso, vinicola», affermano. Aggiungendo che i materiali sono espressi «nella loro natura più pura» e il cemento faccia a vista e gli impianti, anch’essi a vista, permettono di comprenderli, di vedere ciò che cela il processo di ideazione e costruzione. Esprimersi, secondo questa specificità, messa a fuoco dopo lunghe ricerche, li ha collocati subito in un settore inedito rispetto all’architettura di quegli anni e al modo di concepirla. La cantina ha vinto premi tra cui quello di Architettura Toscana, nonché la partecipazione alla Biennale di Venezia.

Per questo ha senso celebrare, festeggiare la ricorrenza, che cade quest’anno, il 30 gennaio, al Museo Novecento di Firenze e poi a Milano, il 22 febbraio, alla Triennale: vent’anni dall’esordio, vent’anni dall’origine. Vent’anni di successo raccolti nella monografia dal titolo Alvisi Kirimoto. Storia, Natura, Lavoro edita da The Plan Editions. Storia, natura e lavoro sono i tre imperativi portanti della loro carriera, che non è soltanto una carriera ma una vocazione, un’idea di mondo. «Ogni progetto è frutto, fin dall’inizio di un costante dialogo e scambio di idee con la comunità, piccola o grande, che vivrà le architetture, private o pubbliche che siano, e questo fa sì che ogni progetto sia necessariamente diverso e unico».

Alvisi Kirimoto, interno monografia ©Studio Daido

Massimo Alvisi e Junko Kirimoto sono stati capaci di aderire alla configurazione odierna del mondo, pur mantenendo, anzi, calibrando, anzi, alimentando una poetica immateriale sottesa alle opere: una poetica liminale, evanescente, rappresa di ciò che oggi sopravvive e si confonde con panorami metropolitani brulli, cementificati e una natura via via più ridotta, eppure costretta a tornare al centro della nostra attenzione, quantomeno mentale, quantomeno discorsiva, a causa delle esigenze storiche che attraversiamo.

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