Rombo di Tuono Quando i miti se ne vanno e lasciano un posto vuoto a tavola

Giornata di lutto per il popolo sardo, e non solo, che ha perso la sua figura di riferimento più importante. Gigi Riva aveva le sue abitudini legate al cibo, che si sono ripetute uguali ogni giorno per anni

Foto ©Jonathan Moscrop, LaPresse

Il rispetto del silenzio, i commenti sottovoce, gli occhi commossi: oggi va così. Cagliari piange, piange la Sardegna. Quel suo quinto moro attaccato alla maglia, alla bandiera, al cuore. È un rincorrersi di messaggi mandati, di buongiorno che diventano ricordo. Gigi Riva non c’è più. Ha lasciato questo mondo a 79 anni appena compiuti e festeggiati con una grande festa, che è stato l’abbraccio di tutta un’isola, nei suoi confini e laddove arriva l’emigrazione sarda. Se n’è andato con la stessa fierezza ed eleganza con cui ha vissuto la vita. Il cuore che fa i capricci, la proposta rifiutata in ospedale di un’angioplastica. Forse doveva andare così. Forse è cosi che se ne vanno i più grandi. Con lo sguardo alto, un pizzico di paura mascherato da coraggio. 

Anche tra le vie strette e quasi labirintiche della Marina a Cagliari si piange, si scuote la testa. Li, in quello che un tempo era il quartiere dei pescatori, c’è una trattoria, storica come poche, di quelle che sono una certezza per chi ci abita e anche per chi entra in contatto con la città per la prima volta, turisti che la trovano per passaparola e anche per suggerimento della “rossa”, la guida Michelin. 

Una porta come tante, vecchie sedie in legno, tavoli che forse non hanno mai cambiato posizione, da quando nacque negli anni Novanta, dopo i mondiali di Baggio e Schillaci. Luoghi che ti danno sicurezza, che rimangono fedeli a sé stessi, nonostante gli anni portino le cose e la vita a diventare diverse, a ribaltarsi, a estinguersi. La Stella Marina di Montecristo, no, è sempre lì. E il suo oste, Giacomo Deiana, pure. Il menu non esiste, si ripete uguale, giorno dopo giorno. Gli antipasti che arrivano avvolti dalla carta stagnola, le cozze, i gamberi. I primi piatti, la fregula, lo spaghetto, sempre di mare. La grigliata mista da condividere. Al muro decine di foto che ritraggono Giacomo con gli avventori famosi: giornalisti, calciatori, stelle del basket, attori. E le maglie, quelle del Cagliari, accompagnate dallo striscione rossoblù, con la scritta “Cagliari – Campioni d’Italia 1969/70”. 

Foto @Enrico Locci, LaPresse

Oggi, a un tavolo, quel tavolo all’angolo, quasi in disparte, vicino all’uscita, c’è un mazzo di rose rosse, al posto del suo cliente più affezionato. Gigi Riva era solito sedere lì. Per oltre venticinque anni la Stella Marina di Montecristo è stato il luogo dove Rombo di Tuono ha cenato tutte le sere, senza eccezioni. Solo la domenica andava altrove. Gli spaghetti alle arselle, la frittura di triglie. E il caffè. Solo a Gigi Riva veniva portato il caffè. Per tutti gli altri clienti l’ammonimento era chiaro: il caffè si beve altrove. E solo a lui era concesso fumare, anche quando le bionde poi sono diventate fuorilegge. Ma nessuno si lamentava. La Stella è stata il tempio e chiesa laica di quell’uomo timido e abitudinario, che non negava mai un sorriso o un saluto. Lo è stata anche dopo che Riva ha smesso di essere assiduo e costante frequentatore dell’osteria, dopo che gli acciacchi e la salute hanno cominciato a suggerirgli una vita più ritirata. Lo sarà anche adesso, ancora di più. Forse quel tavolo rimarrà vuoto per sempre, in segno di ricordo e rispetto. Giacomo è custode di chiacchierate e confidenze, come i tanti che lo hanno conosciuto. Un padre, un amico, un nonno, un riferimento. Un mito, indiscusso.

«Amava la zuppa di pesce» racconta anche Stefano Rocca, un tempo re della bottarga e oggi ristoratore di Sa Pischera nello stesso quartiere della Stella. «Gigi e mio padre si sono conosciuti una sera in un ristorante. Il giorno dopo mio padre lo invitò a casa a mangiarne una delle sue e iniziò un’amicizia». Dalle sponde del lago Maggiore di Leggiuno alle rive del Mediterraneo. Acqua dolce e acqua salata che si incrociano come negli estuari. E lo era anche lui, pieno di forza esplosiva come il fiume che si tuffa nel mare. 

Non solo pesce. Non solo cena. Le sue erano abitudini ben salde, di quelle che lasciano sensazione di tranquillità e sicurezza. Amava mangiare bene ma leggero. «Fino a qualche tempo fa veniva nel mio locale quasi tutti i giorni. Ordinava una tisana» racconta Ivan Marcis, di Desulo, ma che a Cagliari ha un bar-ristorante, il Golden Coffee, proprio vicino all’ultima casa dove ha vissuto Gigi Riva. «Per un periodo è venuto qui a pranzo, prendeva le zuppe. Poi un giorno gli ho fatto provare il mio cinghiale in umido. L’ha amato così tanto, che ne ho preparato un po’ perché se lo portasse a casa, e qualche dopo gliel’ho direttamente mandato per Natale». Come si fa con quelli di famiglia. Con gli amici, con le persone a cui si vuole bene. Perché Gigi Riva era questo. Uno di famiglia, uno a cui era impossibile non sentirsi legati. Oggi è il tempo delle lacrime, dei ricordi, dei “no, non è possibile”. Oggi a Cagliari è lutto cittadino, ma lo sarà per sempre per i cagliaritani che da ora non potranno più incrociare lo sguardo di Rombo di Tuono per un brindisi furtivo davanti a un piatto di spaghetti con le arselle. 

Foto LaPresse Torino, archivio storico