Vuoto normativoLa melina del governo sulla Bolkestein e il rischio di far pagare ai contribuenti una multa salata

Meloni vuole prendere altro tempo sulla direttiva che riguarda le concessioni balneari, nonostante la pressione di Bruxelles: magari aspetterà fino alle elezioni europee. Ma stavolta i margini di manovra sono molto limitati

Mauro Scrobogna/LaPresse

Il 30 dicembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato la legge annuale per il mercato e per la concorrenza. Contestualmente il Quirinale ha inviato al governo le osservazioni relative ad alcuni profili di contrasto della normativa italiana con il diritto europeo menzionando, in particolare, le proroghe delle concessioni per il commercio ambulante. La stessa indicazione era già stata inviata lo scorso febbraio sulla questione dei balneari, una vicenda che da allora è rimasta irrisolta. Il contesto normativo è sempre lo stesso: la direttiva Bolkestein.

Nella conferenza stampa di fine anno tenutasi il 4 gennaio, Giorgia Meloni ha sottolineato che «l’appello del Presidente Mattarella non rimarrà inascoltato». La Presidente del Consiglio però cammina su un terreno molto scivoloso visto che dovrà trovare una quadra tra le pressioni del Quirinale (e di Palazzo Berlaymont) e le promesse fatte negli ultimi anni, che hanno consentito a Fratelli d’Italia di intercettare i voti di un intero settore. Durante la campagna elettorale del 2022, infatti, Meloni ha ripetuto in più occasioni davanti agli imprenditori balneari che una volta al governo avrebbe fatto di tutto per impedire l’applicazione della Direttiva Bolkestein alle concessioni demaniali marittime.

La strategia è ormai nota: dimostrare che la “risorsa spiaggia” non è scarsa facendo venir meno, in questo modo, uno dei presupposti principali per l’applicazione della direttiva. La linea di Palazzo Chigi non cambierà nonostante le perplessità di Bruxelles e Meloni lo ha ribadito nuovamente in conferenza stampa: «Questo governo ha fatto per la prima volta un lavoro che curiosamente nessuno aveva inteso fare prima: la mappatura delle nostre coste per stabilire se esista o non esista il principio della scarsità del bene che è fondamentale per applicare la direttiva Bolkestein. Abbiamo fatto un lavoro serio che ci consentirà di mettere ordine. L’obiettivo del governo è una norma di riordino nella giungla di interventi e pronunciamenti susseguitisi, che ovviamente necessita di un confronto con la Commissione europea. L’obiettivo è duplice: scongiurare la procedura d’infrazione e dare certezza a operatori ed enti».

Restano molti dubbi. A partire dal lavoro svolto dal tavolo tecnico incaricato da Meloni di elaborare la mappatura delle coste. Il dato emerso del trentatré percento di spiagge occupate «non è pertinente», per dirlo con le parole utilizzate dalla Commissione europea. E questo perché è stata presa in considerazione la quasi totalità del litorale compresi i tratti di costa rocciosa, quelli non accessibili, quelli oggettivamente non appetibili e le spiagge che non possono essere date in concessione. La mappatura inoltre è stata fatta su scala nazionale e non comunale, trascurando la specificità delle varie realtà regionali.

Palazzo Berlaymont ha impiegato solo poche settimane a richiamare il governo, sottolineando tutte le perplessità rispetto ai risultati del tavolo tecnico istituito da Palazzo Chigi. La Commissione lo ha messo per iscritto nel parere motivato inviato il 16 novembre che ha avviato ufficialmente la procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese. All’Italia sono stati concessi sessanta giorni per rispondere, manca quindi poco più di una settimana. Ed è per questo motivo che le dichiarazioni della Premier non convincono: con margini così ristretti e la procedura d’infrazione alle porte potrebbe non essere sufficiente che il riordino del settore sia «oggetto del lavoro delle prossime settimane». Il governo proverà ancora a prendere tempo ma questa volta la Commissione europea potrebbe aver esaurito la pazienza, soprattutto considerato che la soluzione ipotizzata da Palazzo Chigi sembra essere l’ennesima forzatura per provare ad aggirare la direttiva. Evitare la procedura d’infrazione sarà molto difficile.

Nel frattempo anche gli enti locali sono in difficoltà: i vari Comuni si stanno organizzando cercando di colmare autonomamente il vuoto normativo lasciato dal governo, chi prorogando le concessioni in essere e chi preparandosi ai bandi. Il rischio però è che in entrambi i casi si inneschi una catena di ricorsi, viste le numerose pronunce europee che vietano la proroga automatica delle concessioni e vista l’assenza delle linee guida nazionali sui bandi. In teoria come quadro di riferimento ci sarebbe la legge 118/2022 del governo Draghi che prevede un sistema di gare in linea con la direttiva europea ma quella legge non è mai stata implementata. Una situazione di incertezza che ha penalizzato gli investimenti, in un settore che attende da tempo una normativa chiara.

Palazzo Chigi continua a procrastinare ormai da un anno e mezzo, rimandando una decisione che in ogni caso sarà inevitabile. E questa è a tutti gli effetti una scelta politica visto che Bruxelles ha ripetuto in tutte le salse che l’unica strada percorribile per risolvere la questione delle concessioni balneari è quella delle gare. Il governo lo sa ma prova a prendere tempo, magari fino alle elezioni europee, quando servirà il consenso anche di quella fetta di elettorato. Questa volta però i margini di manovra sembrano essere molto limitati e con la procedura d’infrazione in corso il rischio è di far pagare ai contribuenti italiani l’ennesima multa salata invece di prendersi le proprie responsabilità politiche.