Vent’anni dopoLa guerra in Ucraina, una seconda chance per l’Europa?

Si può formare una comunità politica che trascenda l’attuale Ue, contrasti l’imperialismo russo e riavvii la globalizzazione sotto gli auspici della giustizia sociale e climatica. Ma bisogna coinvolgere quella che non deve più considerarsi l’ultima generazione di ucraini ed europei

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Un progetto di Voxeurop in collaborazione con Eurozine indaga attraverso sei saggi il futuro dell’Europa, rileggendo alla luce del conflitto scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina uno storico intervento del 2003 di Jürgen Habermas e Jacques Derrida. Qui si può leggere il primo intervento,qui il secondo, qui il terzo.

Sarebbe fuori luogo e un po’ ipocrita soffermarsi su che cosa i due giganti della filosofia europea, Jürgen Habermas e Jacques Derrida, abbiano sbagliato nel 2003. Dopotutto, le loro speranze erano anche le nostre. Anche noi volevamo un’Unione europea più unità e post-nazionale e uno spazio pubblico transnazionale. E anche noi avevamo previsto l’emergere di una federazione europea come attore geopolitico indipendente. Le differenze stanno nei dettagli, ma non sono trascurabili. La critica agli Stati Uniti era troppo unilaterale, dal nostro punto di vista. La Russia, invece, non era criticata, anche se, tre anni dopo l’inizio della prima presidenza di Vladimir Putin, era già chiaro che il dispotismo era in vista.

A peggiorare le cose, l’Europa dei due filosofi era un’Europa piccola, una Kleineuropa, che non includeva quelle nazioni centro-orientali le cui rivoluzioni avevano dopotutto messo fine alla divisione del continente e che sarebbero finalmente entrate a far parte dell’Ue un anno dopo la pubblicazione del manifesto. Inoltre, vanno aggiunte le questioni legate alla migrazione e all’ecologia, che nel manifesto del 2003 non erano quasi state prese in considerazione.

Da allora, c’è stata una grande disillusione nei confronti dell’Europa. Il Regno Unito è uscito dall’Unione con un’ostinazione suicida, per inseguire vecchi sogni imperiali. In Ungheria e in Polonia, lo Stato è stato conquistato da governi estremamente illiberali che, invece di un’Unione più profonda, hanno perseguito uno scisma nazionalista- identitario, omofobico e antisemita [nelle recenti elezioni polacche il governo a cui fanno riferimento Cohn-Bendit e Leggewie è stato sconfitto dai partiti europeisti, ndr].

Nel 2017, ripensando all’adesione del suo Paese all’Ue, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha proclamato: «Allora pensavamo che l’Europa fosse il nostro futuro, oggi sappiamo di essere noi il futuro dell’Europa». Questa oscura profezia potrebbe avverarsi se i conservatori di Francia, Spagna, Germania e Austria seguiranno l’esempio delle loro controparti in Italia e in Danimarca e formeranno coalizioni con l’estrema destra. L’ascesa al potere di Donald Trump ha messo in luce la fragilità anche di democrazie “classiche” che si immaginavano più solide. Tuttavia, già all’inizio di questo millennio era chiaro che l’effetto-domino della democrazia globale si fosse rovesciato verso un nazionalismo reazionario e un autoritarismo spietato.

Una comune politica europea estera e di sicurezza
Il potenziale ritorno al potere di Trump dimostra quanto sia pericolosa la dipendenza quasi esclusiva dell’Europa dalla Nato. L’iniziativa franco-tedesca di Habermas e Derrida ha rafforzato le aspettative di una comune politica estera e di sicurezza per l’Europa. Concepito inizialmente come un’unione di difesa, prima di trasformarsi in un’amicizia basata sull’economia e sulla cultura, l’asse franco-tedesco era predestinato ad assumere il comando. Tuttavia, il tandem si è indebolito e l’asse è ora fortemente squilibrato.

Ciò è dovuto in gran parte all’indifferenza tedesca, a partire da Gerhard Schröder per arrivare fino a Olaf Scholz, nei confronti dei piani francesi per un’«Europa che ci protegge» (Emmanuel Macron), portando in ultima analisi a una diplomazia concertata e a un esercito comune. Anche il tandem franco-tedesco avrebbe dovuto allargarsi fino a diventare un “triangolo di Weimar” che avrebbe incluso la Polonia, riflettendo la crescente importanza di quel Paese e l’apertura dell’Unione agli Stati baltici, all’Europa centro-orientale e ai Balcani. Oggi è necessaria una comunità politica che comprenda più dei ventisette Stati membri dell’Ue e che resista all’imperialismo del “mondo russo”.

La trinità fatale costituita da pandemia, cambiamento climatico e guerra ha dato all’Ue una seconda possibilità. I virus e la CO2 non si fermano alle frontiere e il necessario allineamento della politica sanitaria ed energetica deve essere reso comune più di prima, cosa che si riverserà sulle questioni dominanti della politica fiscale e sociale. L’attacco di Putin all’Ucraina ha anche portato un’unità inaspettata; perfino la post-fascista Giorgia Meloni ha acconsentito alle forniture di armi. Politici controcorrente come Viktor Orbán, di solito desiderosi di collaborare con Putin, hanno dovuto trattenersi. E la Serbia, candidata all’adesione all’Ue, ha moderato la sua russofilia.

Ciò che non è stato raggiunto a livello transnazionale, ossia la formazione di un nuovo tipo di Stato federale, può ora avvenire attraverso un coordinamento intergovernativo, come se operasse un hegeliano spirito mondiale. Oggi l’Unione europea è più di una mera confederazione di Stati. I desideri di uscirne sono caduti nel dimenticatoio, l’euro ha resistito con successo a una serie di crisi finanziarie, le istituzioni sovranazionali come la Corte di giustizia europea hanno sanzionato i tentativi di smantellamento dello Stato di diritto in Ungheria e in Polonia e i pubblici ministeri europei attaccano la radice di tutti i mali: la corruzione.

Tuttavia, gli europei sono sempre più stanchi di assorbire i rischi di crisi multiple. Le paure si diffondono, l’adesione alla democrazia liberale è in calo e i reazionari nazionalisti- identitari sfruttano ovunque l’incertezza. La criminale guerra in Ucraina, che sfiora il genocidio, ha sottolineato la necessità di solidarietà e di cooperazione, ma la volontà di fare sacrifici è destinata a diminuire, in particolare con il perdurare dell’inflazione. Se il conflitto tra Stati Uniti e Cina dovesse aggravarsi, gli europei sarebbero probabilmente riluttanti a farsi coinvolgere. Un messaggio più chiaro e concertato da parte dei leader europei, con meno pathos e meno divisioni, aiuterebbe sicuramente, e sarebbe inoltre un argomento per il “pubblico europeo”.

L’Europa nel mondo
Ci siamo «svegliati in un altro mondo» (per usare le parole del ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock) molto prima del 24 gennaio 2022. Tre questioni centrali e interconnesse erano già all’ordine del giorno nel 2003, ma non hanno ricevuto attenzione: in primo luogo, la geopolitica del Sud globale e l’ostinato atteggiamento sempre più anti-occidentale degli Stati “non allineati”, guidati dai Paesi BRICS; in secondo luogo, il cambiamento climatico e il declino della biodiversità, che sono entrati nella consapevolezza generale solo con le conferenze di Parigi e Montreal nel 2015 e nel 2022, e in terzo luogo, la migrazione di massa verso l’emisfero settentrionale, intensificata dalle “catastrofi naturali” causate dall’uomo.

La geopolitica, i confini planetari e le migrazioni non comparivano nel manifesto di Habermas e Derrida: i due filosofi traevano lezioni generali e pacifiste dalle guerre mondiali e dai genocidi del passato, ma non avevano alcun senso del presente e del futuro caratterizzato da questi tre sviluppi. Esaminiamoli più da vicino.

Oggi, il discorso postcoloniale e antirazzista mette in discussione e mina la visione occidentale. Il disprezzo, il saccheggio e l’oppressione che gli europei bianchi (e i nordamericani) hanno inflitto al Sud globale sono così profondi che l’emergenza di una coalizione politica dell’“Occidente globale” contro l’attuale imperialismo di Russia e Cina è difficile. Non esiste nemmeno un fronte comune contro le classi dirigenti corrotte del Sud, che non potrebbero portare avanti i loro affari se non fossero protette anche dall’Occidente. Gli interventi statunitensi dopo il 1945, l’arrogante neocolonialismo della Francia in Africa, il comportamento delle società e delle agenzie occidentali e lo spreco di fondi per lo sviluppo dominano l’immagine che il Sud ha dell’Occidente e fanno sembrare vuote le sue promesse.

È per questo che i tentativi del G7 di convincere gli Stati BRICS che l’aggressione del loro partner, la Russia, va contro i principi che stanno alla base della loro decolonizzazione e indipendenza sono stati vani. Sebbene molti Paesi non allineati abbiano condannato l’azione di Putin all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i rapporti commerciali e diplomatici con Mosca continuano (come nel caso della Turchia, membro della Nato, e dell’Austria, membro dell’Ue).

E anche se, ovunque si parli di Cina nel mondo tricontinentale, gli osservatori indipendenti denunciano estorsioni e spudorato neocolonialismo, la dipendenza dagli investitori cinesi è apparentemente già troppo grande per essere bloccata (cosa che vale anche per la Grecia, l’Italia o la Germania).

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e i suoi colleghi europei non sono riusciti a rompere questo fronte agli ultimi vertici del G7 e del G20. Ora si stanno precipitando in India, in Brasile e nelle medie potenze africane per promuovere alleanze almeno parziali, ricevendo nel migliore dei casi un cortese disinteresse. I Paesi non allineati non sono amici di Putin, ma vogliono evitare di essere indirettamente coinvolti nella guerra sostenendo sanzioni o forniture di armi. Il loro obiettivo è semplicemente quello di vedere una fine rapida di una guerra che va contro i loro interessi, non solo per quanto riguarda forniture alimentari sicure e accessibili, pagamenti di compensazione per il clima e investimenti nella trasformazione economica, ma anche per quanto riguarda l’avanzamento dei loro interessi regionali e il consolidamento delle loro autocrazie nazionali.

Opportunità geopolitiche nella situazione attuale
Ciò significa che la politica estera basata su valori e regole, cominciata nel 1945 e portata a livello globale negli anni Novanta sotto la bandiera della democratizzazione, ha perso la sua attrattiva. In Nord Africa, in Asia meridionale e in America Latina, i governi autoritari hanno poca empatia per i movimenti democratici di cui hanno registrato senza rimpianto la soppressione a Hong Kong, e alla cui difesa in Ucraina non vogliono prendere parte.

Il Brasile, il Sudafrica e l’India non possono certo passare per modelli democratici. Che cosa obiettare, dunque, quando trentacinque dei cinquanta Stati autoritari attualmente elencati da Freedom House ricevono aiuti militari dagli Stati Uniti? E quando l’Occidente continua ad armare l’Arabia Saudita, che sta conducendo una barbara campagna di distruzione nello Yemen che finora ha fatto molte più vittime della guerra in Ucraina?

Tuttavia, ci sono anche opportunità geopolitiche nella situazione attuale. I leader africani chiedono una riforma radicale delle Nazioni Unite, che a loro avviso non sono riuscite a mantenere le loro promesse universali, e questo fin dall’inizio. Il potere del Consiglio di sicurezza è visto come un anacronismo, dal momento che permette ai cinque membri permanenti di scavalcare quello che nel 2050 diventerà il continente più popoloso del mondo, l’Africa, e di fatto la maggior parte dell’umanità. (Per non parlare della totale incapacità dell’Onu di far rispettare la sua missione in risposta all’invasione russa dell’Ucraina).

L’Unione africana chiede quindi una “conferenza di revisione della Carta” per rivedere completamente il sistema delle Nazioni Unite. Questo processo sarebbe avviato da una “coalizione dei volenterosi”, che costituisca una maggioranza di due terzi dell’Assemblea generale dell’Onu, la quale, ai sensi dell’articolo 109 della Carta delle Nazioni Unite, non può essere scavalcata dal Consiglio di sicurezza. La grande domanda, ovviamente, è come risponderebbe a questi piani la Cina, la cui ascesa imperiale è stata favorita non tanto dalla guerra della Russia, quanto dalla disponibilità dell’Occidente alla cooperazione.

Una globalizzazione alternativa
Una riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite darebbe all’Europa un seggio permanente, permettendole di agire come partner dell’Africa, e creerebbe l’opportunità per una politica climatica e ambientale davvero mondiale. Una politica che considerasse il Sud globale non solo come fonte di materie prime necessarie alla decarbonizzazione del Nord, ma anche come fornitore di “servizi ecosistemici” sotto forma di foreste pluviali e zone marittime protette, diventerebbe un progetto consensuale di sviluppo ecologico, economico e socialmente sostenibile.

La globalizzazione non avrebbe bisogno di essere invertita, ma di essere riavviata sotto gli auspici della giustizia sociale e climatica, consentendo quello che nella politica di sviluppo viene definito come un salto (di qualità): un accesso diretto alle fonti energetiche alternative, tutte disponibili in abbondanza, insieme alla transizione verso le economie verdi e blu, concetti che non sono più estranei nemmeno in Africa.

Strettamente legata a tutto ciò è la migrazione Sud-Nord che sta interessando l’Europa e la sta dividendo sempre più, ma che soprattutto condizionerà il futuro dell’Africa. È necessario un radicale cambiamento di rotta. Le speranze spesso proclamate di un “secolo africano” sono state invece troppo spesso deluse dalla corruzione e dalle guerre civili e gli effetti degli investimenti per lo sviluppo sono stati molto scarsi. I numerosi interventi militari europei, il cui numero è appena superato da quello delle truppe mercenarie russe, hanno solo peggiorato la situazione.

Alternative alle politiche migratorie protezionistiche
I demografi prevedono che nel 2050 il continente ospiterà 2,5 miliardi di persone. La stragrande maggioranza di loro sarà giovane e in cerca di un lavoro degno e permanente. La demografia sarà il destino dell’Africa se una più stretta cooperazione Europa-Africa non riuscirà a impedire ai giovani di emigrare in massa attraverso il Mediterraneo. L’attuale politica migratoria europea (e statunitense) è puramente protezionistica e orientata esclusivamente all’interesse economico. Le alternative sono opportunità di lavoro locali, migliori politiche educative e sanitarie, uguaglianza per le donne e fine della corruzione endemica. Solo così l’Europa potrà finalmente mettere fine alle morti di massa nella sua periferia sud-orientale.

Conclusioni: la guerra in Ucraina ha creato un nuovo slancio. C’è, ora, la possibilità di una comunità politica che trascenda l’attuale Unione europea ed esprima solidarietà contro l’imperialismo russo, come è avvenuto di recente per la Moldova. Anche prima di aderire alla Nato e all’Ue, l’Ucraina potrà beneficiare delle garanzie di sicurezza previste dalla clausola di mutua assistenza di cui all’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea e ricevere i fondi necessari per la ricostruzione. Non ci facciamo più illusioni e questi piani si realizzeranno solo con il sostegno di una gioventù che non deve più considerarsi “l’ultima (e perduta) generazione”.

Traduzione di Giulia Federica Gadoni | Voxeurop

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