Cervelli in fugaIl modello norvegese per attrarre talenti stranieri e affrontare l’inverno demografico

Da anni Oslo attua politiche per attirare lavoratori provenienti dall’Ue e in particolare dal Sud Europa grazie a un sistema che valorizza e riconosce le qualifiche professionali, mentre l'Italia fatica a trattenere i suoi talenti

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Puntuale come un treno che non trasporta Ministri dell’Agricoltura, arriva l’articolo dei quotidiani nazionali dedicato ai giovani professionisti che trovano lavoro nel Nord Europa, dove inevitabilmente finiscono per realizzarsi e mettere radici. Questa volta, la storia è quella di Giulia e Michele, due infermieri che sono brillantemente riusciti a superare l’ostacolo linguistico e inserirsi in Norvegia, un paese che, indubbiamente, offre un livello di sicurezza sociale e opportunità di crescita altrimenti difficili per le generazioni più giovani in Italia. Viste dalla prospettiva italiana queste storie dovrebbero far sorgere dubbi sulla qualità offerta dal nostro sistema-paese, per lo meno per quello che concerne istruzione, stipendio, costo della vita e tempo libero, ma viste dalla prospettiva di un paese che accoglie professionisti del settore ci si ritrova nella dimensione che potrebbe attendere l’Italia fra qualche anno, con l’aggravante che, il nostro, non è un paese in grado di attrarre talenti.

Se l’Italia piange, con cinquantotto milioni di abitanti, un’età media di 46.5 anni e un’aspettativa di vita di ottanta anni per gli uomini e ottantaquattro per le donne, la Norvegia è già passata alla fase successiva. L’aspettativa di vita è la stessa del nostro paese, l’età media è più bassa, a 41.1 anni, in crescita di quasi due anni rispetto allo scorso decennio. La differenza la fanno nascite e flussi migratori: secondo i trend attuali di nascite, decessi, immigrazione ed emigrazione, nel 2060 la Norvegia avrà attorno ai sei milioni di abitanti, oggi ne ha 5.4, con un’aspettativa di vita di novanta anni. L’Italia si ritroverebbe ad avere dieci milioni di abitanti in meno rispetto a oggi, con la stessa aspettativa di vita della Norvegia. E quando gli abitanti sono meno di un decimo rispetto all’Italia, i fenomeni sociali si mettono in moto prima.

La differenza nel livello di educazione (il 35.3 per cento della popolazione sopra i sedici anni, in Norvegia ha almeno una laurea triennale; in Italia siamo al 20.1 per cento nella fascia 25-64) non gioca un particolare ruolo nella preoccupazione principale degli economisti norvegesi, che hanno già compreso come l’offerta di personale qualificato (specialmente in ambito sanitario scientifico) non corrisponda alla crescente domanda.

Il tentativo di assumere personale proveniente dal sud dell’Unione Europea non è isolato, ma spesso si scontra con le aspettative sulla qualità della vita: il comune di Høyanger, perla tra i fiordi a metà strada tra Bergen e Trondheim, ha provato negli scorsi anni a reclutare infermieri spagnoli offrendo corsi di lingua, ma è stato tutto inutile: gli iberici hanno abbandonato il luogo in breve tempo, tornando a casa o cercando una sistemazione più prossima alle grandi città. Le autorità sanitarie della zona hanno dovuto ripiegare su personale a tempo determinato attraverso agenzie interinali.

Questo elemento è fondamentale per comprendere le dinamiche attuali in Norvegia e che presumibilmente arriveranno in poco tempo a colpire anche l’Italia: a dispetto del crescente costo della vita, le città riescono tutto sommato a coprire la domanda grazie alla capacità attrattiva dettata dalle alternative professionali, dalla vita sociale e dai servizi offerti. E se oggi è la Norvegia a dover offrire benefit ai giovani di Høyanger per rimanere nel comune di origine, un domani non sarà diverso per Messina, Ascoli e Urbino, che già oggi subiscono un sensibile calo demografico.

Non è neppure un problema di fuga dei cervelli: i norvegesi in età lavorativa emigrano con più frequenza degli Italiani (2.08 per cento della popolazione norvegese nella fascia venti-sessantaquattro contro l’1.77 per cento degli italiani fra i diciotto e i sessantaquattro anni fra il 2002 e il 2021). La questione si basa sulla capacità attrattiva. I norvegesi che emigrano lo fanno per ragioni principalmente non economiche o legate alla qualità della vita (non a caso emigrano nel mondo anglosassone o nel resto della Scandinavia) e la Norvegia riesce ad attrarre forza lavoro dall’Unione Europea (pur non facendone parte), semplificando il riconoscimento dei titoli di studio. Il comune di Oslo ha avviato una procedura sperimentale per accelerare l’accesso dall’estero per chi ha un’offerta di lavoro in città.

L’Italia non solo contribuisce alla forza lavoro diretta in Norvegia, ma non è in grado di attrarne altrettanta dall’UE: il cinquantasette per cento della popolazione immigrata in Norvegia ha origine in un paese UE, mentre in Italia il livello è del 36.18 per cento. L’impatto è notevole, specialmente per quanto riguarda il riconoscimento dei titoli di studio in un contesto di mancanza di manodopera qualificata.

Il rimedio di ricorrere a personale con formazione estera, tuttavia, non può reggere sul lungo termine. Questo vale anche per un altro ambito vitale, quello di scienze, ingegneria, tecnologia e matematica (Stem). «Non c’è stata una pianificazione strategica per migliorare la qualità dell’educazione di base e la disponibilità di posti nelle materie Stem» indica Elisabeth Holvik, capo economista del colosso bancario Sparebank 1. «Dopo la caduta del Muro di Berlino, molti paesi occidentali hanno immaginato che in un mondo pacificato e democratico si potesse trarre beneficio dallo scambio e dalla libera circolazione, ma ora che si verificano tensioni e la globalizzazione si è arrestata, i paesi che non hanno priorizzato certi settori sono più deboli».

Secondo lo Cset, paesi autoritari come Cina, Russia e Iran, oltre all’India, dominano la classifica in termini di percentuale di laureati in Stem. Fra i paesi Oecd, l’Europa se la cava leggermente meglio per quanto riguarda i laureati in medicina rispetto a Stati Uniti, Corea e Giappone, ma mancano i paesi che non ne fanno parte. I dati della banca mondiale dimostrano che Cina e Pakistan, nel corso degli anni, hanno sviluppato un aumento di personale sanitario simile a quello del Nord Europa, mentre l’Italia è rimasta stabile.

La spiegazione di questo fenomeno la fornisce ancora una volta Elisabeth Holvik: «Per prima cosa, in alcuni paesi sono materie ritenute prestigiose rispetto ad altre, inoltre è un obiettivo strategico di Cina e alleati quello di rendersi tecnologicamente indipendenti dall’occidente», spiega l’economista. «Il risultato è che le economie emergenti hanno compreso l’importanza di questo settore, mentre noi abbiamo dato per scontato che avremmo mantenuto il vantaggio tecnologico senza investire molto, anche perché politicamente è stato più popolare spendere in altri settori»

Quali rischiano di essere gli effetti nel breve e lungo periodo? «L’aspetto più serio è che rischiamo di intraprendere una politica idealistica, ma molto poco realistica, come conseguenza della scarsità di studenti di materie Stem. Mancano persone qualificate in settori strategici o nelle posizioni di potere, ad esempio nel parlamento norvegese. Le aziende faticano a trovare le giuste competenze e i settori pubblici, privati e l’ambito militare concorrono fra di loro per gli stessi candidati, in particolare per quello che riguarda IT, programmazione, AI e cibersicurezza. In generale, la produttività norvegese si è indebolita di più rispetto ai nostri partner commerciali negli ultimi decenni, di conseguenza si è indebolita la concorrenza e infine questo ha a sua volte indebolito il welfare dato che solo una costante crescita in termini di produttività garantisce uno stato sociale sostenibile», conclude Holvik.

Tornando alla sanità, il quadro della situazione italiana è decisamente cupo, almeno secondo Roberto Chierchia, membro della segreteria nazionale per la Funzione Pubblica della CISL:  «Quella della fuga dei professionisti sanitari dal nostro paese verso altre mete è un problema davvero serio sulla cui risoluzione il nostro paese sta facendo davvero poco». Il problema non riguarda la formazione:  «La formazione specialistica e la qualità educativa dei nostri atenei rendono i professionisti italiani ambiti in paesi nei quali un professionista sanitario trova condizioni normo-contrattuali vantaggiose».

È anche e soprattutto una questione legata alla retribuzione: «Siamo ancora troppo lontani dalle medie retributive UE: in Germania un infermiere guadagna quarantunomila euro annui, in Belgio e in Irlanda si superano i cinquantamila, in Svizzera arriva anche a sessantunomila euro, una cifra che induce naturalmente molti laureati a scegliere la strada del pendolarismo transfrontaliero». Gli effetti si vedono anche all’interno del territorio nazionale: «Il tema degli stipendi crea una distorsione a tutto il mercato del lavoro e mette a rischio la tenuta del SSN» spiega Chierchia. «Nelle regioni del Nord, dove il costo della vita è più alto, assistiamo a una fuga verso il settore privato e questo mette a rischio la realizzazione dell’articolo 32 della Costituzione e la tenuta dei servizi pubblici utili alla cittadinanza più fragile, in particolare i servizi di emergenza e Pronto Soccorso», conclude il sindacalista. 

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