L’affare Dreyfus dei nostri tempiIl “J’accuse” di Manuel Valls sull’indagine Onu contro Israele

L’ex primo ministro francese accusa le Nazioni Unite di mancanza di imparzialità e di complicità con Hamas, condannando l’iniziativa del Sud Africa alla Corte dell’Aia

(La Presse)

L’Aia, 11 gennaio. La folla è in delirio. Kefiah palestinesi al collo degli uomini, presenti in grande maggioranza, canti e salti fanno danzare le bandiere sopra le teste, tutti galvanizzati all’idea di una ben curiosa vittoria. A pochi metri, l’atmosfera è di cordoglio. Le bandiere israeliane si muovono lentamente, come coloro che le portano. Le facce sono tristi, molti hanno con sé le foto di un ostaggio. È l’ora del dolore, dopo il 7 ottobre.

Il giorno prima, Jean-Luc Mélenchon si rallegrava su X di essere stato invitato a questo evento. Ci si chiede in quale veste, ma lui sarà “presente per la pace”, nel campo della celebrazione di quello che per qualcuno è il processo del secolo. È una “scelta”, dice, “che rifiuta la legge del più forte, del più armato, o le ingiunzioni di teorie mortifere come quella dello scontro di civiltà o della guerra del bene contro il male”. Insomma, una scelta politica.

Tra i due muri, di fronte ai manifestanti, si erge la Corte internazionale di giustizia (CIJ), di fronte alla quale il Sudafrica ha trascinato in giudizio Israele con l’accusa di genocidio ai danni dei Palestinesi di Gaza, inscrivendola in una “Nabka (esodo forzato, ndt) che continua da sessant’anni a questa parte”. Se l’indecenza politica ha imperversato tra i paesi del mondo negli ultimi mesi, essa trova finalmente il suo apogeo nel principale organo giuridico delle Nazioni unite. Il processo del secolo, lo chiamano, o l’affare Dreyfus dei nostri tempi.

“Poiché essi hanno osato, oserò anch’io”. Centoventi anni dopo, è arrivato il mio turno di dire tutta la verità.

La verità, prima di tutto, sul processo e le accuse menzognere contro Israele.

Perché l’arringa sudafricana è patetica. Con un montaggio di video trovati sui social e frasi choc apparse sulla stampa e in rete, gli avvocati si dànno il cambio, ripetendo un solo e unico messaggio: nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, Israele ha per unico obiettivo quello di distruggere il “sottogruppo” dei Palestinesi di Gaza.

Idea particolarmente seducente per gli antisionisti che favoleggiano di Israele dipingendolo come il grande tiranno del Medio Oriente. Ma che dicono delle 1200 persone assassinate con l’odio più selvaggio, smembrate, violate, decapitate, bruciate? Dei più di 7.550 feriti e dei 139 ostaggi, 19 corpi dei quali rinvenuti dopo il massacro del 7 ottobre 2023, senza contare i 110 liberati e traumatizzati per il resto della loro vita? E delle salve di razzi incessantemente lanciati da Hamas? Che cosa dicono, del buon senso e della legittima difesa? Il mito, nutrito dalle menzogne sudafricane, di un paese assetato di sangue palestinese, è un’oltraggiosa bugia. Le accuse di genocidio appaiono del resto ben fragili, applicate all’unico stato democratico del Medio Oriente. Sarebbe un disonore non ricordare i considerevoli sforzi fatti da Israele per proteggere i civili in questa guerra, malgrado gli sforzi di Hamas per trattenerli e farne scudi umani. Sarebbe un disonore non ricordare che per uno stato che persegue l’eliminazione dei palestinesi da Gaza, curare i bambini gazawi e i terroristi negli ospedali israeliani sarebbe controproducente. Sarebbe un disonore non ricordare che uno stato genocidario non accoglierebbe decine di migliaia di Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania per lavorare allo scopo finale di creare le condizioni per favorire la loro sparizione. Di fronte a tutto ciò, è un disonore, per un paese terzo, insistere nell’accusare Israele di atti genocidi.

La verità, in secondo luogo, su una classe politica intrisa di odio antisemita guidato da un’insaziabile avidità elettorale.

Per una parte della classe politica europea e internazionale, nessun abominio commesso da Hamas sulla popolazione di Gaza e sugli Israeliani, il 7 ottobre in particolare, è stato sufficiente. Con Jean-Luc Mélenchon e Jaremy Corbyn in testa, peraltro invitati eccellenti, non si sa a quale titolo, del processo della CIJ all’Aia, né gli abusi, né la presa di ostaggi, né le uccisioni, né le decapitazioni, né gli smembramenti, né gli stupri sono sufficienti per qualificare Hamas come terrorista. Un’ulteriore vergogna che si aggiunge alle rispettive, lunghe liste di dichiarazioni infamanti, antisemite e incitanti all’odio dei due vecchi politici. Un vero naufragio per la sinistra francese e britannica, che non hanno più nessun credito nella difesa dei valori umani universali. La loro visione manichea del potere e delle minoranze le priva di ogni lucidità, mentre trovano legittimità alla barbarie, e le rende complici di atti e di crimini che dovrebbero scardinare le loro più profonde convinzioni, se ancora esistono. Questa sinistra nauseabonda ha accettato di svendere le sue fragili convinzioni per il presunto nuovo proletariato che si è proposta di conquistare: la grande massa di immigrati e di musulmani, e al diavolo la difesa delle classi popolari e dei lavoratori, che non sono più abbastanza vittime per essere ancora attraenti.

La verità, infine, su questa “guerra del bene contro il male”.

“Il martirio è senza alcun dubbio il più grande segreto del nostro successo. Il tuo avversario cerca (sempre) di ucciderti, a meno che per te non sia importante perdere la vita ma conti solo raggiungere il tuo obiettivo, e allora perde ogni controllo su di te”. È su queste parole di Naim Qassem, numero due di Hezbollah, rivelate in un documentario di France 2, che si cristallizza questa guerra, che non è del bene contro il male, ma una guerra di valori. Da Hamas a Hezbollah, dall’Isis all’insieme dei gruppi terroristi islamisti contemporanei, l’obiettivo è lo stesso: annientare l’Occidente e guidare un jihad mondiale. L’urgenza, per Hamas, Hezbollah, per gli Houti e per l’Iran che sta dietro di loro, è farla finita con l’“entità sionista”, da essi chiamata anche “piccolo Satana”, e soprattutto porre fine alla minaccia americana (“il grande Satana”).

Capire ciò che oggi accade in Medio Oriente significa capire le sfide che dovremo superare domani. La barbarie e la disumanità delle azioni che si sono espresse il 7 ottobre hanno dato a noi tutti una lezione sui nemici, gli islamisti e il terrorismo, che gli Israeliani si trovano a combattere. I nostri, in Francia e in Europa, non sono stati e non sono così diversi.

In questa guerra della vita contro la morte, a essere considerati genocidari non sono né i bombardamenti israeliani né le dichiarazioni dei dirigenti, ma l’esistenza stessa dello Stato d’Israele, considerato genocida di per sé. Da troppo tempo la bandiera palestinese non è più brandita con dolore per piangere la perdita di civili. No, da troppo tempo la bandiera palestinese è brandita con rabbia feroce, come simbolo politico di una guerra condotta oggi contro gli ebrei e Israele e domani contro le democrazie e l’Occidente. È quest’odio viscerale dei valori incarnati dagli ebrei e da Israele che unisce, senza nessun’altra apparente coerenza, terroristi, Stati sovrani e dirigenti politici. Questa “guerra del bene contro il male”, come la chiama Jean-Luc Mélenchon, non è altro che una guerra di valori tra due mondi, un instancabile ripetersi della storia, è la caduta a precipizio in un’era che avremmo preferito dimenticare.

Per i motivi sopra esposti,

io accuso i terroristi di Hamas di atti genocidari contro la popolazione palestinese a Gaza e precisamente di uccisioni e torture sugli omosessuali e sugli oppositori politici; di gravi attentati all’integrità fisica e mentale dei Gazawi, quando utilizzano la popolazione, donne e bambini, come scudi umani, così come le scuole, le università, gli ospedali e le ambulanze a fini terroristici; di sottomissione intenzionale dei Gazawi a condizioni di esistenza che comportano la loro parziale distruzione, stornando gli aiuti internazionali a favore di sviluppo di armamenti e di finanziamento del terrorismo, confiscando gli aiuti umanitari ai civili e tenendo in ostaggio la popolazione nonostante i preavvisi israeliani di bombardamento; di misure che pregiudicano le nascite, privando le donne palestinesi di Gaza di cure di qualità, negli ospedali largamente usati come depositi di armi.

Io accuso Hamas di attacchi incessanti, tesi a minacciare la sicurezza territoriale israeliana, e di crimini di guerra e presa di ostaggi che hanno condotto lo Stato di Israele ad avviare una risposta militare di legittima difesa.

Io accuso Hamas di essere il solo responsabile della drammatica situazione dei Palestinesi a Gaza, fin dalla sua presa di potere nella Striscia, e della guerra che vi è condotta da Israele.

Io accuso Hamas, Hezbollah, gli Houti e l’Iran di intenzioni genocide contro la comunità ebraica, Israele, gli Stati Uniti e le nazioni occidentali

Io accuso il Sudafrica e i suoi sostenitori di farsi portavoce di Hamas e della sua propaganda di fronte alle più alte istanze mondiali. Io li accuso di colpevole silenzio quando era necessario condannare la Siria, l’Afghanistan, lo Yemen, il Sudan, l’Iraq e l’Iran per genocidio contro le loro popolazioni e per crimini di guerra.

Io accuso il Sudafrica e i suoi sostenitori di rifiutarsi di prevenire e punire i propositi genocidari rivendicati direttamente e pubblicamente contro Israele.

Io accuso il Sudafrica e i suoi sostenitori di tacere sui massacri del 7 ottobre, che essi non considerano nel quadro della risposta israeliana

Io accuso il Sudafrica e i suoi sostenitori, per le ragioni sopra esposte, di portare di fronte alla Corte internazionale di Giustizia una causa infondata, politicamente motivata dal rifiuto del diritto dello Stato di Israele di esistere e di godere di una salda sicurezza territoriale.

Io accuso Jean-Luc Mélenchon e Jeremy Corbyn di essere gli intermediari politici dell’antisionismo propugnato da Hamas, rifiutando di riconoscere l’organizzazione come terrorista e attribuendogli attività di resistenza.

Io accuso l’Onu di mancanza di imparzialità nei confronti di Israele, fatta oggetto di diciassette risoluzioni di condanna nel 2020 contro sette per il resto del mondo (delle quali una contro l’Iran e una contro la Siria).

Io accuso l’Onu di un’incomprensibile cecità, fino all’8 gennaio 2024, di fronte agli stupri e alle mutilazioni sessuali inflitti il 7 ottobre 2023 in Israele.

Io accuso l’Onu di mancanza di obiettività di fronte alle informazioni diffuse da Hamas, concernenti le morti e gli attacchi attribuiti agli Israeliani. La penosa eco data dall’Onu alle false informazioni di Hamas sull’Ospedale Al-Shifa avrebbe dovuto metterci sull’avviso.

Io accuso l’UNRWA di complicità con i terroristi di Hamas a danno della popolazione civile. Condanno con la più grande fermezza il dirottamento da parte di Hamas dei fondi europei e internazionali verso il finanziamento di libri scolastici antisemiti, di armi e di infrastrutture belliche e il controllo del gruppo terrorista sul razionamento alimentare.

A più di cento giorni dal più grande pogrom subito da Israele e dal tentativo genocidario che si è trovato a combattere, io condanno l’indegna chiamata di Israele a rispondere all’accusa di atti genocidari, e porto il mio sostegno alla democrazia israeliana in questa insopportabile guerra politica di cui essa è bersaglio. Mi unisco agli israeliani che piangono i loro morti e condivido il loro terrore nel sapere che nel momento in cui Israele è giudicato per genocidio, 120 Israeliani sono ancora ostaggi dei gruppi terroristi nella Striscia di Gaza, vittime delle sevizie di cui quei gruppi sappiamo essere capaci.

Mi aspetto da parte della Francia lo stesso impegno della Germania a fianco degli Israeliani, un impegno chiaro e totale, e una condanna inequivocabile dell’iniziativa del Sudafrica.

(Traduzione di Nicoletta Tiliacos per Setteottobre)

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