A proposito di SchmitI socialisti rischiano di non avere neanche un presidente delle istituzioni Ue

Il Pse candiderà probabilmente il Commissario Ue per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione nella corsa al Palazzo Berlaymont. Ma Ursula von der Leyen del Ppe punta alla riconferma. A quel punto rimarrebbe la presidenza del Consiglio europeo ma mancano nomi di grande peso

LaPresse

Il lussemburghese Nicolas Schmit sarà con tutta probabilità lo spitzenkandidat scelto dal Partito socialista europeo per guidare il gruppo politico alle prossime elezioni europee di giugno. L’attuale Commissario per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione ha incassato nei giorni scorsi il sostegno dei tedeschi di Spd e degli spagnoli del Psoe, tra i più importanti partiti della famiglia socialista insieme al Partito Democratico italiano. Anche se il candidato verrà formalmente eletto al congresso di Roma del 2 marzo, Schmit è praticamente l’unico che si è fatto avanti. Ex diplomatico dalla lunga esperienza europea, il leader lussemburghese non è forse così conosciuto fuori da Bruxelles ma grazie al forte impegno per un’Europa più sociale, è riuscito nei cinque anni da Commissario a ottenere apprezzamenti dai partiti più importanti della sua famiglia politica. 

Dopo che Frans Tiemmermans è rientrato nei Paesi Bassi, negli ultimi mesi è iniziato a circolare anche il nome del Vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič. Nel frattempo però il suo partito, i socialisti filorussi di Smer, hanno vinto le elezioni slovacche e il Primo ministro Robert Fico ha formato un Governo insieme all’ estrema destra, tenendo posizioni molto vicine a quelle di Orbán. Per questo motivo in ottobre i deputati di Smer sono stati sospesi dal gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, chiudendo di fatto la strada a una candidatura di Šefčovič. L’altro nome circolato in queste settimane è quello dell’eurodeputata tedesca Katarina Barley ma dal momento che Spd ha scelto di sostenere un’altra figura, può considerarsi fuori dai giochi.

Pressing su von der Leyen
La candidatura di Schmit metterà pressione sul Partito popolare europeo, ancora in attesa che Ursula von der Leyen confermi ufficialmente la sua ricandidatura. Nei cinque anni di Governo la presidente della Commissione ha dimostrato una determinazione e un’indipendenza che hanno spiazzato diversi leader. Proprio questa sua autorevolezza ha causato qualche attrito con il Presidente del Ppe Manfred Weber, già candidato alla presidenza della Commissione nel 2019, quando ha poi dovuto lasciare il posto proprio a von der Leyen. Weber sta spostando l’asse del partito sempre più a destra, tentato dalla possibilità di formare nella prossima legislatura una nuova maggioranza che comprenda anche i conservatori. Le divisioni politiche con la presidente della Commissione nascono soprattutto sul green deal, un piano che ha trovato resistenze in buona parte del Ppe. Ma la posizione di von der Leyen è ancora molto solida e l’assenza di alternative di primo livello all’interno dei popolari lasciano pensare che sarà lei la spitzekandidat e, salvo sorprese, la favorita per palazzo Berlaymont.

«I tre principali gruppi che compongono l’attuale maggioranza perderanno dei seggi. Stando ai sondaggi sarà Renew Europe a perderne di più anche se resteranno loro i cosiddetti kingmaker. In un contesto del genere ai popolari ma soprattutto ai socialisti potrebbe far comodo la continuità che verrebbe garantita da von der Leyen», spiega Matteo Villa, Senior Research Fellow di ISPI ed esperto di politica europea. Ma il quadro politico per il rinnovo delle tre maggiori cariche europee è molto più ampio e la recente decisione da parte del presidente del Consiglio europeo in carica Charles Michel di annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni di giugno – con conseguenti dimissioni dal suo ruolo attuale – ha affrettato i tempi. 

Il puzzle complicato
Solitamente le trattative per le presidenze delle tre istituzioni vengono condotte contestualmente dopo le elezioni. I negoziati non sono semplici, è necessario rispettare gli equilibri tra i partiti ma anche tra i vari Paesi e occorre tempo. La mossa di Michel è una variabile di non poco conto visto che in caso di dimissioni il ruolo di Presidente pro tempore spetta al leader del Paese che guida la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea. Dal primo luglio toccherebbe quindi a Viktor Orbán e a Bruxelles vorrebbero evitarlo. 

La presidenza del Consiglio è rivendicata dal Pse, il secondo partito a livello europeo che dalla scomparsa di David Sassoli a inizio 2022 non esprime nessuna delle tre figure principali. Stando ai sondaggi i socialisti dovrebbero essere ancora una volta la seconda forza e in caso di una nuova ’maggioranza von der Leyen’ chiederanno legittimamente una carica di peso. In corsa c’è l’ex Primo ministro portoghese António Costa, che ha però in corso un processo per presunta corruzione frutto di un clamoroso malinteso da parte della magistratura portoghese, che lo ha comunque costretto alle dimissioni. Se venisse rapidamente scagionato il suo nome potrebbe essere uno dei papabili insieme a quello della premier danese Mette Frederiksen e dell’ex Primo Ministro svedese Stefan Löfven.

Sullo sfondo c’è poi sempre il nome di Mario Draghi che a Bruxelles non ha bisogno di presentazioni. Draghi, che di recente è stato incaricato da von der Leyen di redigere un rapporto sulla competitività dell’industria europea, sarebbe caldeggiato da Parigi e dagli altri Governi liberali e anche Roma non si opporrebbe. Così però i socialisti rischierebbero di rimanere nuovamente a bocca asciutta.  «Draghi sarebbe un’ottima figura – aggiunge Villa – ma rischierebbe di essere un po’ ingombrante. In più è italiano e solitamente si cerca un candidato proveniente da un paese più piccolo. C’è poi il tema dei del Pse che vorrà esprimere un proprio leader. Ma anche qui, a eccezione di Costa, non è semplice trovare altri profili adatti. Potrebbe essere un politico scandinavo o dei Paesi baltici. Detto ciò, anche per lo stato di salute non proprio eccezionale dei partiti nazionali (salvo alcune eccezioni), è evidente che il Pse abbia un problema di leadership».  La scelta a sorpresa di Michel e la concomitanza con la presidenza ungherese del Consiglio dell’Ue hanno accelerato i tempi ma occorrerà far coesistere incastri difficili che richiederanno settimane di trattative. Un puzzle complicato che andrà risolto in fretta.