Colmar 100 – “Futuro”Un podcast che parla di neve, montagna e avventura

Dal passato al futuro, con uno sguardo ben saldo sul presente. Questa nuova serie podcast, con la voce narrante e le parole dello scrittore e autore Enrico Dal Buono e in collaborazione con Colmar, ci porta a scoprire cento anni di storie straordinarie. Adesso sediamoci davanti al camino, lasciamo che la neve fuori cada silenziosa e godiamoci la terza puntata

Illustrazione di Marianna Tomaselli

Un giorno, tra milioni e milioni di anni, sul pianeta di nome Brrrr, nella Galassia Nevischio 00, prospererà la civiltà dei Pupazzi di Neve. Ogni notte le sue tre lune di ghiaccio, ciascuna di un diametro diverso, si disporranno in una forma precisa: la più piccola sopra, quella intermedia subito sotto, e quella più grande più sotto ancora. I pupazzi di neve alzeranno allora i sassolini e le bacche che avranno per occhi verso quella figura candida, lassù in cielo, e diranno: “Ooooh, ecco il Grande Pupazzo!”.

La superficie del pianeta, per buona parte dell’anno ricoperta da un manto di neve soffice, sarà puntellata dagli igloo, le case dei Pupazzi. I loro condomìni, formati da tanti igloo disposti a piramide, assomiglieranno a enormi grappoli di uva bianca.

I Pupazzi si spostano facendo rotolare la loro base sferica lungo i canaloni scavati con i rami che hanno per braccia. Su queste strade regna un silenzio siderale, cullato soltanto dal tenue fruscio della neve che scorre sulla neve: shhhhhh. Con un complicato meccanismo di lenti, capaci di riflettere e convogliare la timida luce del sole azzurro di Brrr, i Pupazzi riescono a sciogliere la neve così da liberare alcuni appezzamenti di terra: è lì che coltivano le carote, i loro nasi.

I Pupazzi possono così sfoggiare ogni singolo giorno un naso diverso, a seconda dell’umore e dell’occasione: graziose carotine alla francese, grandi carote con tanto di ciuffo sapienziale, carote viola per darsi un tono di mistero. Anche per raggiungere i sassolini e le bacche che gli servono per vedere, e nuove paia di braccia che gli servono per salutarsi e accarezzarsi, i Pupazzi scavano nelle neve fino a trovare i minerali e le bacche e i rami sommersi, che poi vengono venduti nei bazar e nelle boutique dei centri cittadini. Per il resto se ne vanno in giro senza indumenti, orgogliosi dei propri corpi rotondi e uniformi.

Per un mese l’anno, il mese chiamato Scioltone, il sole azzurro di Brrrr cangia verso il verde lime, nelle ore più calde arriva perfino a ricordare certe tonalità di giallo, e, soprattutto nelle grandi pianure dell’est…la neve si scioglie. Per i pupazzi è un periodo fastidioso. Perché tendono a squagliarsi, si lasciano alle spalle scie di nevischio grigiastro. Chiamano questo stato, molto seccante, “avere il fumino”. Allora devono starsene chiusi in casa, o camminare all’ombra dei condomini e delle montagne. A volte capita che si sciolgano per metà e poi, passato il mese, si ricongelino nelle pose più strane. Dopodiché, nelle apposite cliniche di ripupazzamento, serve un gran lavoro di lenti e di neve fresca per farli tornare in una forma accettabile.

Ma il mese di Scioltone è anche un periodo di festa, almeno per i pupazzini più piccoli. Perché se ne escono nei campi disgelati e si divertono a tirarsi addosso palle di fango e a fare la gara a chi plasma il pupazzo di fango più bello. Da molto tempo si è diffusa la tradizione di crearli con due tubi come base, detti gambe, invece della grossa palla alla base dei pupazzi di neve civili. E il motivo è che le gambe sono così buffe: i pupazzini guardano quegli strani tubi e ridono.

Un giorno, un pupazzino chiamato Mario Colombo, lavorando sul suo pupazzo di fango, all’improvviso si accorge che la superficie della figura si increspa come se una leggera onda di fango la percorresse. “E che cos’è questa cosa?” gli viene da dire. “È un brivido” dice il pupazzo di fango. Mario resta stupito: “Ma tu parli?” gli chiede. “E che cos’è un brivido?”. “Dunque, vediamo” dice il pupazzo di fango toccandosi con le sue buffe manine a cinque dita, “credo sia dovuto al freddo”. Mario lo misura dalla testa ai piedi e gli fa: “Ma, scusa, tu che cosa sei?”

Intanto il pupazzo di fango, al sole azzurro di Brrr, si sta seccando pian piano, e comincia ad assumere un colorito rosaceo. Sulla sua testa, come erba prima innaffiata e poi riscaldata dalla luce, cominciano a crescere filamenti marroni. La creatura di fango si stringe nelle spalle e dice: “Credo di essere diventato un uomo”.

“Un uomo?” ride Mario. “Che nome buffo”. “Ma tu non hai freddo, tu non hai i brividi?” gli chiede la buffa creatura. Mario si gratta la carota con un ramo e dice: “Non credo di averne mai provati, di brividi. Io ho il fumino”. “Il fumino?” fa l’uomo.

“Sì, credo sia una specie di brivido di caldo” dice Mario. “Beato te, che hai caldo” dice l’uomo. “Non potresti fare qualcosa per il mio freddo?”. Mario ci pensa un po’ su, poi chiama a raccolta gli altri bambini e insieme cominciano a intrecciare i fili di erba secca dei campi, gli steli e le corolle dei fiorellini timidamente spuntati nel corso dello Scioltone, la bambagia che cresce bianca tra le rocce. Quando i pupazzini hanno ricavato un involucro con la forma dell’uomo, che si richiude sul davanti con un’infilata di laccetti di erba, glielo fanno indossare.

“Come si sta bene” dice l’uomo muovendosi nell’indumento o godendo del suo tepore. “Che cos’è questa cosa?”. Mario si ascolta rispondergli: “Una tuta da neve”. “E per la testa?” chiede l’uomo. E così Mario, raschiando da una roccia un gran lembo di muschio viola, inventa la prima cuffia del pianeta di Brrr. “Non sento più il vento fischiarmi nelle orecchie” dice l’uomo con il morbido muschio a riparargli la testa. “Ma ho ancora freddo al collo”.

Mario ci pensa un po’ su e con gli altri bambini intreccia le alghe di uno stagno, aspetta che si asciughino al sole, e le avvolge attorno al collo dell’uomo. “Ed ecco a te, la sciarpa”, gli dice allargando i suoi rami in un moto di orgoglio. Poi si ferma, contempla l’uomo ora vestito di tutto punto, è felice per avere soddisfatto il suo desiderio, per averlo fatto stare meglio, è fiero di sé, gli sembra di avere realizzato qualcosa di bello, più bello di quanto avrebbe immaginato. Così a un certo punto Mario dice all’uomo: “Aspetta. Aspetta. Ho sentito una strana sensazione per tutto il corpo. Come un’onda che si increspa. Che cos’è?”

“Probabilmente un brivido” gli risponde l’uomo. “Ma io non posso avere freddo” dice Mario. “Io sono fatto di neve”.

“Immagino si provino i brividi ogni volta che quello che c’è fuori è più grande di quello che c’è dentro, troppo grande per essere contenuto in un solo, singolo corpo. Un freddo troppo grande, una paura troppo grande, una bellezza troppo grande, la gioia per essere diventato per qualche istante più grande di se stesso”.

A Mario questa idea dei brividi piace così tanto che lui, fatto di neve, comincia a ingegnarsi per provarne sempre di nuovi. Studia tute e cuffie e sciarpe di altre forme e altri colori, e le confeziona con i suoi amici. Un giorno sono tutti lì nel prato a intrecciare erba e bambagia, una mamma passa a prendere una pupazzina. “Fammi un po’ provare questa…questa…” dice la mamma, indicando una striscia di alghe a cui non riesce a trovare un nome.

“Sciarpa!” dice Mario. “Fammi un po’ provare questa sciarpa, allora” dice la madre della pupazzina e si avvolge la striscia attorno al collo di neve. “Provi un po’ anche la cuffia” dice Mario, allungandole un gran lembo di muschio viola.

Quella mamma è una signora conosciuta per il portamento elegante, per il suono ovattato e dolce che produce scivolando sulla neve. E così, sfoggiando quei vestiti in giro per i canaloni, prima che sia finito il mese dello Scioltone, tra i Pupazzi si diffonde la moda di indossare cuffie e sciarpe alla maniera dell’uomo.

Quando la neve ricomincia a cadere, la terra a ricoprirsi di una coltre bianca, il pianeta a gelare, Mario osserva con dispiacere molti pupazzi semisquagliati, costretti a ricoverarsi qualche giorno nelle cliniche di ripupazzamento per ritrovare una forma migliore.

Mario se ne sta tutto il giorno a ragionare e a lambiccarsi con il suo nuovo amico, l’uomo, per cui ha creato una nuova tuta, per permettergli di sopportare temperature ancora inferiori, completamente imbottita di bambagia e del pelo che le marmotte delle nevi hanno perso nella muta. “Prima o poi bisognerà pur trovare una soluzione” ripete Mario.

“Be’” dice a un tratto l’uomo, “sempre di temperature si tratta. Se hai escogitato un modo di fare sopportare a me il freddo, con i vestiti, puoi inventarti altri vestiti per permettere ai Pupazzi di Neve di sopportare meglio il caldo”. “Buona idea” dice Mario. “Ma come?”

Gli torna in mente la storia della cometa di giaccio che si è schiantata in un campo di carote molti secoli prima. Nel cratere prodotto dall’impatto pulsa ancora una luce bluastra, abbastanza terrificante, a cui i Pupazzi di Neve preferiscono non avvicinarsi. Ma Mario Colombo ha due cose: un presentimento e il coraggio di rischiare.

Lui e l’uomo partono allora verso il cratere, il primo rotolando sulla neve, l’altro perdendo l’equilibrio e ritrovandolo a ogni passo sulle sue gambe sottili, lasciandosi dietro le buffe impronte dei suoi due piedi. Già a cinquanta metri del cratere, le ciglia dell’uomo si ghiacciano. “A questo punto devi andare avanti da solo” dice a Mario.

Il pupazzino, una volta raggiunto il bordo del cratere, ci si affaccia dentro: è riempito da filamenti azzurri e brilluccicanti, come se la scia della cometa si fosse raggomitolata lì dentro a mò di serpente delle nevi addormentato. Con una pala di ghiaccio Mario colma un secchio con quello strano materiale, che è poi nient’altro che un filato di azoto liquido.

Tornato a casa, lavorando con quel materiale, sopportando un freddo eccessivo addirittura per lui, crea una tuta con la forma di tre sfere, adatta a un Pupazzo di Neve, con tanto di cappuccio da cui lasciar sbucare la carota. Mario guarda la propria invenzione, prova uno di quei brividi che gli ha insegnato a provare l’uomo, e dice: “Ecco la prima tuta da terra”.

Nel corso degli anni, Mario avrebbe fondato il primo marchio di tute da terra, l’avrebbe chiamato Colmar – dalle prime tre lettere del suo cognome e del suo nome – e avrebbe coniato anche uno slogan per promuoverlo: “In caso di terra, Colmar”.

Da allora, sul pianeta Brrr, il mese di Scioltone non avrebbe più procurato danni a nessuno, e Mario sarebbe rimasto famoso come l’inventore più brillante della sua epoca.

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