Il Signore della notteQuando il libro è chiuso succedono cose, sapeste che cose

La sedicesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Era emozionante sapere che il re era vestito, e che il mondo sarebbe tramontato, e che dopo il tramonto avrebbe regnato il cinema»

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«Ho capito bene? All’inizio della puntata ultima scorsa m’è parso di leggere qualcosa come “è un vampiro il romanzo”, e tu, essendo romanzo in prima persona, vuoi forse dire questo? Che sei un vampiro? Ti prego scioglimi… sciogli il dilemma che mi stringe il petto e il ventre come un bustino con le stecche (ma in che secolo siamo?)… Lo sei ?».

Non so di cosa tu stia parlando (tu chi?). Ho detto così, come in un film? Mi sono spinto? Mi piace però qui notare (mi guido come un cicerone in visita a un corpo) quel bustino con le stecche che stringe il petto e il ventre, quel bustino da sciogliere come un dilemma (credo di non aver capito male). I lacci alternativi negli occhielli di due ipotesi laterali. (A proposito, ecco: agli spettri, alle apparizioni, alle ombre, ai fantasmi, ai fantastici personaggi immaginari, quando appaiono, cosa si dà, del lei o del tu?).

Sono un vampiro? Me lo domando per pura convenienza (è per baciarti il collo che eccetera eccetera…). Non me lo sono mai chiesto. Il collo umano è la parte del corpo che resta sempre abbastanza infantile, vulnerabile; quando si fa rugosa e sempre più mortale torna addirittura neonatale. Mi serve a qualcosa questa tenera competenza? Il vampiro non vive oltre l’adolescenza nella quale affonda le zanne, non vive oltre il tempo del terrore prepuberale, ecco perché pare eterno: perché quel terrore pare infinito a quelle piccole creature. Anche gli adulti ne sono atterriti? Non ci credo. Cosa c’è sotto quel mantello?

Nelle notti estive vedevo dalla finestra quei film dai quali venivano fuori pipistrelli veri, da dietro il telone veramente. Il telone era teso sul fronte di una costruzione in muratura profonda solo un metro circa, era tutta facciata, solo una facciata con in cima un cornicione di tegole, una specie di visiera all’insù sulla fronte di un largo e stretto palazzetto a vela; la vela era il telone, fermo e teso.

La facciata era rimasta cava per tre stagioni, a inizio estate issavano nella cavità i due altoparlanti, due scontrosi cubi neri (era un vezzo da ragazzini, una ignoranza, una sapienza chiamarli autoparlanti? Per molto tempo credetti si chiamassero così). Poi su quel vuoto stendevano il telo silenzioso, sua candida maestà, contemporaneamente figura regale e strascico che non fa una piega. Era emozionante sapere che il re era vestito, e che il mondo sarebbe tramontato, e che dopo il tramonto avrebbe regnato il cinema (questo è il pezzo forte delle mie confessioni, quando arrivo a mondo, tramonto e cinema, e mi commuovo fino a lacrimare, e riconosco, ammetto, sì, confesso che l’era del cinema si chiuse per me dopo la chiusura di quell’Arena all’aperto).

Sul viso degli interpreti del Signore della notte si leggeva quanto bisogno di lavorare avessero quegli attori. Quell’espressione indimenticabile la comprendo adesso. L’ho trattenuta per anni, più di quella di altri attori in altri ruoli (le attrici hanno la grande capacità di rendere incomprensibile sia l’espressione sia la bellezza; quel volto di Rita Hayworth è veramente il volto dell’ignoto). Quel bisogno di sangue era bisogno di denaro. Da questi due bisogni mescolati nascono spesso i personaggi. Creare qualcosa che duri, che venda a lungo, che lavori nei sogni e nelle notti dell’umanità, che sfiori nudità a cominciare dal collo, che di ogni nudità è l’elsa, essendo la testa il pomo, oggetto ornamentale più o meno riuscito in bellezza.

Sono io la stessa persona che sciorinò analogie logorroiche tra cinema e vampirismo dopo la semplice considerazione di partenza che il film e il vampiro si animano con il buio? Vagamente ricordo e vagamente dimentico. Quando è stato? Fu ieri l’altro, uno degli ultimi giorni dell’ottocento, fu l’altro ieri (spero si avverta che mi esprimo così perdutamente: l’altro ieri) che vidi per la prima volta svolazzare accanto a me il cinema appena nato questa specie di foglietto combusto, leggero, muto, un vero pipistrello.

Ma, insomma, essere un vampiro in un romanzo mi sembra una cosa piuttosto stupida, parlo per me. Come sempre succede, quando una cosa ti serve, è allora che non la trovi: al momento non mi vengono in mente professioni e mestieri dei personaggi di romanzo, mi pare che non facciano niente. Sì, certo, lo so, in qualche punto si dice come vivono, di che, cosa fanno nella vita. Nella vita letteraria devi dire. Ecco, a me pare che in quella vita lavorino per far sgambettare il corpo di ballo delle parole in fila, per mantenere le parole nell’ambiente artistico, e le parole che sgambettando provvedono alla sopravvivenza delle figure del romanzo, lavorano per mantenerle nel medesimo ambiente, è tutto un giro loro, è come un rullo d’organetto, se la suonano e se la ballano. Ma questo è solo quello che accade a libro aperto, è il diversivo. Quando il libro è chiuso succedono cose, sapeste che cose. Non ci credete? Per la verità non potete permettervi di crederci o non crederci. Quale essere umano è mai stato presente in un libro chiuso? Presente in un tempo che a noi umani sfugge, presente nel passato e nel futuro in un tutt’uno che se me lo devo immaginare, questo tutt’uno, non mi viene in mente che il ridere, quel ridere soddisfatto non si sa di che e non si sa perché, ecco, questo tutt’uno passato presente futuro: uno spasso. I libri migliori del mondo sono tutti spassosi.

Il futuro a ritroso nel tempo verbale, il passato nella pagina ancora da leggere. È un sarcofago per vampiri un libro chiuso? Lo sono forse di più gli occhi intenti di chi legge, quello sguardo che racchiude e che contiene le parole, i fatti, i corpi, le anime, il dentro e il fuori, i paesaggi come quadretti sulle pareti delle pagine (l’ingenuità disperata del leggere che aspetta lo spasso, lo spasso).

L’ho detto, il vampiro lo farei per pura convenienza, per il collo. Anzi, anche per un altro motivo, per un’altra convenienza, questa: che domani, sempre domani scriverò, o scriverei quello che veramente vorrei scrivere, non sapendo oggi cosa, vuoi nella forma, vuoi nel contenuto, vuoi nel modo, vuoi in tutto (ma davvero vuoi? Nemmeno questo so).

Fare la figura di un vampiro in un romanzo, ma che stupidaggine. Ma anche fare qualsiasi altra figura, mi pare, anche una figura da niente, trascurabile, disadorna, priva di qualsiasi cresta, pennacchio, anche coda (chi legge non se ne accorge ma è molto colpito da questi abbellimenti nemmeno scritti ma balenanti sulla superficie di alcune parole che si sa sono pietre che luccicano).

Anzi, le figure insignificanti sono alla fine le più singolari. Quando appaiono in un romanzo si formano coalizioni appassionate, circoletti di lettura, se ne vanta la scoperta e l’apprezzamento e soprattutto l’unicità. Sì, la figura per niente appariscente diventa abbagliante quando appare, e pare che appaia sempre per la prima volta, pare che non ne siano mai apparse altre. Poi, invece no, sono frequenti assai. Diceva quel Grande che lo sono tutte, sono tutte insignificanti le figure e che la loro altezza in rango dipende da quanto con loro sono compiacenti le parole servizievoli e adulatrici.

Sono ancora ingenuo, inconsapevole, anche ignorante, credo di non saper leggere, ma per molte estati ho visto il cinema (è ormai noto o devo ripeterlo che da ragazzino abitavo in una casa con affaccio su un cinema all’aperto?), ho fatto anni di questa vita estiva, vita hollywoodiana voglio dire (e lo ripeto: abitavo un castello con vista sul mondo del cinema, il proiettore era un’elica che girava, la notte era una piscina solcata da questa scia di luce proiettata dall’elica, mi tuffavo dal davanzale, galleggiavo, azzannavo i colli di cigno dei salvagente gonfi d’aria).

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