Il fondo del barileLa guerra in Ucraina sta prosciugando il fondo sovrano russo

Secondo Bloomberg, le riserve russe sono diminuite di oltre il quarantaquattro per cento da gennaio 2022 a dicembre 2023, indebolendo la capacità di Mosca di affrontare eventuali instabilità nei mercati finanziari internazionali

LaPresse

In quasi due anni di guerra all’Ucraina la Russia ha bruciato quasi la metà delle riserve liquide del suo fondo sovrano. Esattamente il quarantaquattro per cento, da gennaio 2022 a dicembre 2023. La stima è di Bloomberg, secondo cui nello stesso periodo le partecipazioni totali nel fondo sono crollate del dodici per cento. Pure di Bloomberg è la stima che le liquidità nel fondo potrebbero durare solo un altro anno o due, se il prezzo delle esportazioni di petrolio russo scendesse sotto i cinquanta dollari al barile. 

Come altri Paesi con alti ingressi di valuta da petrolio, altre materie prime o comunque export, la Russia il primo gennaio 2004 decise di dotarsi di un fondo sovrano: lo Stabilizatsionny fond Rossiyskoy Federatsi, Fondo di stabilizzazione della Federazione Russa, con l’obiettivo di pareggiare il bilancio federale ogni volta che il prezzo del petrolio fosse sceso al di sotto di un prezzo limite. Nel 2008 fu diviso tra un Fondo di riserva, che veniva investito all’estero in titoli a basso rendimento e utilizzato quando i redditi da petrolio e gas diminuivano, a cui furono assegnati centoventicinque miliardi di dollari; e un Fondo di previdenza nazionale che investiva in veicoli più rischiosi e ad alto rendimento, e a cui furono destinati trentadue miliardi. 

Nel 2017 il Fondo di riserva fu soppresso, dopo che era stato svuotato dai deficit di bilancio e dai bassi prezzi del petrolio. Putin ordinò di riversare gli utili petroliferi in titoli nazionali: in particolare di Gazprom e Rofsnet, allora in calo. Restò solo dunque il Fond natsional’nogo blagosostoyaniya Rossii, controllato dal ministero delle Finanze, che aveva già gli incarichi di prestatore di ultima istanza per le banche e di sostenitore del sistema pensionistico, e a cui fu aggiunto anche il compito di finanziare i deficit di bilancio. In teoria, anche progetti infrastrutturali, se le sue liquidità superassero il sette per cento del Pil. Ma si tratta di un obiettivo sempre più teorico, se non ormai del tutto mitico. 

Il budget per il 2022 aveva infatti fissato un prezzo del petrolio di 44,2 dollari al barile, con il Fondo che avrebbe dovuto ricevere denaro, con un prezzo superiore a quello stabilito; vendere beni per sostenere il bilancio governativo, con un prezzo inferiore. Nel 2023 ciò è stato modificato per fissare un obiettivo annuale di 8 trilioni di rubli di entrate da petrolio e gas: con cifre inferiori, si sarebbe dovuto prelevare fondi dal Fondo per sostenere il bilancio; con cifre superiori, si sarebbe dovuto aggiungere. Come si è poi scoperto, le entrate nel 2023 sono ammontate a 8,8 trilioni di rubli. Ma dopo l’invasione dell’Ucraina il Fondo ha dovuto investire un trilione, pari a 10 miliardi di dollari, per sostenere i mercati azionari e aiutare le società russe. 

Nel gennaio 2023 sono state proposte modifiche per consentire investimenti “anti-crisi”, con un tetto di 4,25 trilioni di rubli (61,24 miliardi di dollari) su tali investimenti: indipendentemente dai livelli di liquidità del Fondo che a quella data ammontavano a 87,2 miliardi di dollari, o 4,6 per cento del Pil. Per il 2024, la Russia ha modificato nuovamente le regole di finanziamento, in modo che il Fondo non riceva i previsti 11,5 trilioni di rubli di entrate petrolifere per il 2024, ma solo 1,8: il resto andrà direttamente al bilancio. 

Già il Fondo russo si distingueva dagli altri Fondi sovrani perché investiva nell’economia nazionale, invece che tutto all’estero. Insomma, è utilizzato per provare a far sviluppare l’economia, piuttosto che per far fruttare le entrate. Ma il non avere una vera riserva di valuta forte lo rende fragile. Con la guerra, ad esempio, nel 2024 gli è stato chiesto di investire 3,2 miliardi di dollari in un progetto da 11,2 miliardi di dollari per costruire seicento aerei civili che saranno venduti alle compagnie aeree a un costo inferiore, per ovviare alla grave crisi del settore scatenata dalle sanzioni per mancanza di pezzi di ricambio. 

​Per dare una idea di cosa è successo, il primo febbraio 2022 il Fondo disponeva di centosettantasette miliardi di dollari di cui: 38,56 miliardi di euro (per un valore di quarantuno miliardi di dollari); 4,17 miliardi di sterline (per un valore di cinque miliardi di dollari); 600,30 miliardi di yen giapponesi (per un valore di quattro miliardi di dollari); 226,70 miliardi di yuan cinesi (per un valore di trenta miliardi di dollari); 405,70 tonnellate di oro (per un valore di ventotto miliardi di dollari): 142,1 miliardi di rubli (per un valore di due miliardi di dollari); sessantasette miliardi di dollari di altre attività non liquide. Il primo novembre 2023 era sceso a centoquarantasei miliardi di dollari, di cui: 3,66 miliardi di euro (per un valore di quattro miliardi di dollari); 279,77 miliardi di yuan cinesi (per un valore di trentasette miliardi di dollari); 508,26 tonnellate di oro (per un valore di trentatré miliardi di dollari); 261,8 milioni di rubli (per un valore di 2,6 milioni di dollari); più altri beni non attività liquide, del valore di settantadue miliardi di dollari. Il primo gennaio 2024 era sceso a centotrentatré miliardi di dollari, di cui: 227,33 miliardi di yuan cinesi (per un valore di trentuno miliardi di dollari); 358,96 tonnellate di oro (per un valore di venticinque miliardi di dollari); 1,514 miliardi di rubli (per un valore di un miliardo di dollari); più altri beni non liquidi non nominati (per un valore di settantasei miliardi di dollari). 

Secondo Bloomberg, però, la quantità di beni che possono essere facilmente liquidati nell’ambito del Fondo russo è scesa da 8,9 trilioni di rubli, ovvero 100,4 miliardi di dollari, a cinque trilioni di rubli nei due anni che vanno da gennaio 2022 a dicembre 2023. Nel frattempo, le partecipazioni totali del fondo patrimoniale nazionale sono crollate del dodici per cento, mentre le sue partecipazioni in società russe e obbligazioni infrastrutturali aumentavano di due trilioni di rubli. Ciò suggerisce che lo Stato stia utilizzando le sue riserve liquide per sostenere l’economia. Anche il ministero delle Finanze russo ha utilizzato circa tremila miliardi di rubli del fondo per coprire il deficit di bilancio nel 2023, dopo aver raddoppiato la spesa per la difesa nello stesso periodo. 

Secondo questa analisi, sebbene l’economia russa appaia ancora resiliente, deve far fronte a una serie di sanzioni occidentali e alla debolezza dei prezzi internazionali del petrolio, che sono scesi di circa il dieci per cento negli ultimi dodici mesi. Di conseguenza, le entrate energetiche russe nel 2023 sono crollate del ventiquattro per cento. L’anno scorso, il petrolio greggio degli Urali, fiore all’occhiello della Russia, è stato esportato a un prezzo medio di 62,99 dollari al barile, in calo del diciassette per cento rispetto a un anno fa, secondo il ministero delle Finanze. Secondo Alex Isakov, economista di Bloomberg Economics, se scende sotto i cinquanta dollari al barile, la liquidità del fondo sovrano russo potrà durare per un altro anno o due. Motivo per cui la Russia sta scatenando alleati su altri fronti non solo per distrarre opinioni pubbliche e governi occidentali da quel che accade in Ucraina, ma anche in contesti dove può contribuire a far rialzare il greggio: da Hamas agli Houthi o alle minacce di Maduro alla Guyana.

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