Yasuaki OnishiL’enigmatico scultore del vuoto che plasma l’invisibile

Servendosi di materiali come filamenti di colla calda e prodotti industriali di scarto, è diventato celebre in tutto il Giappone (e non solo) per aver rivoluzionato l’arte contemporanea nipponica

Reverse of Volume RG 2012 glue, polyethylene sheeting, other Rice Gallery, Houston, USA photo / Nash Baker

Yasuaki Onishi è uno tra i più innovativi scultori giapponesi. Classe 1979, dopo la laurea presso l’Università di Tsukuba e l’Università delle arti della città di Kyoto, ha esposto le sue grandi opere in mostre personali in tutto il Giappone e nel mondo. Nel 2010, Onishi è stato insignito di una borsa di studio dalla United States-Japan Foundation e di un finanziamento dalla prestigiosa Pollock-Krasner Foundation di New York.

Yasuaki Onishi si pone come un pioniere dell’arte contemporanea, trasformando il concetto di scultura e aprendo nuovi orizzonti nell’esplorazione dell’arte concettuale. Gli viene riconosciuto il merito di star rivoluzionando l’arte contemporanea nipponica con le sue audaci installazioni che sfidano la percezione spaziale.  Protagonista è sempre la relazione tra vuoto e forma. Il suo lavoro riflette un’indagine sull’essenza dello spazio negativo, plasmato attraverso materiali insoliti, con cui, come cita il titolo di una sua celebre opera, Plasma l’invisibile.

L’installazione Sculpting of Emptiness era così composta da lastre di polietilene e colla calda che creano forme vaghe simili a catene montuose. Allo stesso modo in Reverse of Volume RG l’artista utilizzava scatole come impalcatura per plasmare un’enormemontagna di plastica sospesa al soffitto tramite filamenti di colla, offrendo una riflessione sulla natura dello spazio vuoto e dell’assenza. E infine in Tracing Orbit, centinaia di nastri colorati cadono dall’alto, evocando una visione celestiale e invitando gli spettatori a riflettere sulle connessioni tra l’assenza e il nostro mondo. L’artista si è raccontato in modo semplice e cristallino, facendo emergere ancora di più la poesia della sua arte.

Vertical Volume SMOA, 2008, polyethylene sheet, fan, timer, other, Seoul Museum of Art, Seoul, Korea

Come sei diventato lo scultore del vuoto?
La prima volta che ho visto l’opera House (1993) dell’artista britannica Rachel Whiteread in una foto di catalogo, mi ha lasciato un’impressione forte. Stavo studiando scultura all’università e, durante il processo di produzione scultorea, mi sono interessato alla modellazione. Ho avuto la sensazione di poter vedere parti normalmente invisibili, poiché le altre parti e i confini diventavano più chiare rispetto alle altre. La sensazione di vedere qualcosa di diverso da quanto visto in precedenza mi ha illuminato: volevo e cerco tuttora una prospettiva completamente nuova alla realtà e a ciò che mi circonda.

La tua arte è imperscrutabile ed enigmatica: qual è il messaggio celato in essa?
La mia arte fa riflettere e ci porta a farsi delle domande. Le mie opere sono create basandosi sull’atto di “prendere una forma”. Il fatto che la parte originale diventi vuota e venga in qualche modo svuotata, mentre le altre parti rimangono visibili dà un – nuovo – senso alla forma originale e offre possibilità di riflessione. Una forma è come un contenitore in cui qualcosa viene versato, in attesa di essere sostituito da qualcos’altro. Sempre. L’esperienza di affidare il proprio corpo allo spazio, guardandolo non in modo diretto, ma attraverso le parti che non sono originali, espande il pensiero e l’immaginazione dello spettatore. Amplificando le esperienze e i ricordi di ciascuna persona e riversandoli in un contenitore, diventa un’opportunità per vedere il mondo da una prospettiva nuova.

Stone on Boundary, Muromi river, 2022, copper foil, iron, other, Artist Cafe Fukuoka, Fukuoka, Japan

Sei giovane, ma hai maturato già venti anni di esposizioni in tutto il mondo. Come è evoluta la tua arte?
Mentre l’opera si sviluppa, potrei considerare lo spazio espositivo come un grande contenitore. Visualizzando costantemente l’interno e l’esterno, il fronte e il retro, o i confini tra di essi, creo opere che pongono domande sulla relazione tra l’umanità e la natura e tutto il resto. Se questo approccio è un caposaldo costante di tutta la mia ricerca espressiva, i materiali impiegati sono mutati: da metallo saldato, alle lastre di polietilene, agli adesivi, ai fili e cristalli di urea, ai fogli di rame.

Tutti questi materiali, insoliti nel mondo dell’arte, sono come la firma del tuo lavoro. Perché li adoperi?
Prodotti industriali come adesivi e lastre di polietilene sono materiali difficili da mantenere nella loro forma originale. D’altra parte, a seconda di come li utilizzo, sono materiali che ben si prestano a riempire vuoti e spazi. La colla è originariamente utilizzata tra le cose e funziona in aree invisibili ai nostri occhi. A me per tale ragione piace molto. Allo stesso modo, le sottili lastre di polietilene che utilizzo come materiale viene solitamente utilizzata per la verniciatura. Amo quei materiali che sono le tipiche cose che gettiamo e a cui nessuno bada, una volta finito il loro “compito”. Credo siano questi i materiali adatti per visualizzare parti che normalmente non possiamo vedere e darci una nuova consapevolezza.

Reverse of Volume ACAC 2009 glue, polyethylene sheet, other Aomori Contemporary Art Centre, Aomori, Japan photo / Tadasu Yamamoto

Senza lo spazio non esiste perciò la tua arte, che è per forza di cose ambientale?
Sono interessato a riempire lo spazio con materiali, azioni e fenomeni. All’inizio del processo di realizzazione delle mie installazioni, impiego molto tempo immaginando come riempire lo spazio vuoto dell’esposizione: è un forte esercizio mentale. Quando entro in uno spazio architettonico nella nostra vita quotidiana, spesso rifletto sulla struttura del soffitto e sulle possibilità di utilizzo dello spazio. Recentemente questa riflessione ha trovato la sua massima espressione in Stone and Fence. Si tratta di uno stampo di una pietra fluviale realizzato con fogli di rame e posizionato nello spazio. È stata un’occasione per tornare all’origine dell’atto di fare stampi e di riflettere nuovamente sulla relazione tra l’umanità e la natura, trasportandola in uno spazio artificiale. Al Pola Museum of Art, dove attualmente si tiene una mostra, ci sono nuovi sviluppi, tra cui una struttura sferica e l’installazione di fogli di rame su pareti bianche. E ovviamente sono opere che hanno necessità di uno spazio, perché non c’è vuoto senza di esso.

Le tue opere raramente sono appoggiate a terra: puoi raccontarci il tuo amore per la sospensione?
Il soffitto è spesso utilizzato come punto di partenza per riempire uno spazio. In Reverse of Volume, lastre di polietilene sono sospese in una forma simile a una montagna mediante linee organiche gocciolanti di colla nera. Nulla tocca il suolo. Lo spazio negativo, che normalmente pensiamo come vuoto, è riempito da linee di colla, e la parte che percepiamo come reale diventa vuota. Questa forma è stata creata utilizzando un metodo per fare uno stampo da una pila di scatole di cartone.

Vertical Emptiness FP, 2016, tree branch, glue, urea, other, Yarid Hamizrach, Tel Aviv, Israel

La dimensione verticale ricorre spesso o sbaglio?
Mi guardo in alto e riempio lo spazio. Da sempre. Vertical Volume è un’opera dei miei primi lavori artistici. Un sacco cilindrico fatto di lastre di polietilene viene gonfiato e sgonfiato lentamente in verticale da un ventilatore controllato da un timer. Sacchi d’aria di altezze diverse sono collegati a impilati di scatole di cartone. Allo stesso modo molti anni dopo ho realizzato Vertical Emptiness che include “gocciolamenti” di colla trasparente da un ramo d’albero capovolto a terra, generando cristalli bianchi di urea.

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