In cerca di un altrove Quali sono i brand più promettenti del nuovo panorama della moda

Lente d’ingrandimento sulle collezioni dei designer emergenti dell’ultima Fashion week, a metà tra le derive futuristiche e le atmosfere aristocratiche

courtesy of Mordecai

Ludovico Bruno deve conoscere lo scultore Constantin Brâncusi, altrimenti si tratterebbe solo di un’insolita coincidenza che abbia deciso di chiamare la prima collezione del brand Mordecai, di cui è direttore creativo, Tecniche di volo. L’artista rumeno allievo di Man Ray e di Rodin, che visse però a Parigi praticamente tutta la vita, approdandovi dopo un lungo, romanzesco viaggio a piedi dalla terra natia, dedicò al volo quasi tutta la sua opera: gli interessava restituire il momento, il passaggio in cui le cose si sollevano da terra ma non sono ancora propriamente librate in aria, ovvero lo spiccare. Solo allora avveniva il ricongiungimento di una cosa con la propria essenza. Un approccio alla creazione che doveva procurare gioia, e mai tormento, tanto che Brâncusi desiderava che le sue sculture fossero vere e proprie installazioni architettoniche, grandi abbastanza perché i bambini potessero giocarvi sopra nei parchi.

courtesy of Mordecai

Lo stesso principio di leggerezza, di svuotamento improvviso è contenuto all’interno delle forme estetiche di Mordecai, presentate per la prima volta il 12 gennaio in occasione della Fashion week maschile. «Come si fa a diventare talmente leggeri da staccarsi dai pesi che ci trascinano a terra?», si chiede infatti in esergo alla campagna. Cercando di coniugare due principi distinti, quello della leggerezza e quello del volume, Ludovico Bruno propone capi sintetici, tipici di chi viaggia, di chi si muove, di chi ha bisogno di essere rapido e al tempo stesso esprimono abbondanza, come si deduce dalle consistenti spalle rotonde e dalle pieghe dei pantaloni, che però si assottigliano alla caviglia.

courtesy of Mordecai

Facilitare, assorbire, reprimere e contemporaneamente esprimere. Un esempio di questa capacità di unire i contrari sta nella rielaborazione della classica felpa in un indumento chic, lavorato secondo una tecnica a maglia che la trasforma in un grommet di cachemire. L’ispirazione principale però proviene dalle arti marziali, dove l’agilità del corpo si fonde alla sua eleganza e alla sua precisione. Ecco dunque impermeabili bombati, coprispalla e passamontagna, ma in tonalità calde, marroni, cognac e grigio scuro melange. Ben venga il nylon, ma anche il fustagno, le pachmine e la seta di cupro. La dimensione del viaggio, della condizione nomade, pronta a tutto interessa anche gli asciutti, disadorni e quasi brutali di Domenico Orefice e di Noskra. Entrambi giocano con gli universi distopici, con tutto ciò che è verticale, alto, teso. Da qui le metafore inattese di Domenico Orefice con le altitudini, dunque con l’alpinismo: la sua collezione A1 R1 25 rende omaggio proprio alle sigle che, tra chi arrampica, indicano il grado di difficoltà e il parametro di rischio. La prospettiva del viaggio assume una connotazione non soltanto fisica, propria a colui che sfida certi limiti, certe sinergie.

courtesy of Noskra

È chiamata in causa inevitabilmente l’apocalissi, un futuro incerto, spinto al di là di sé da chissà quali derive, reso forse inabitabile: gli abiti richiamano la necessità di un altrove, di una fluidità dinamica della fuga o della tratta consapevole verso nuovi orizzonti. Forse spaziali? E infine, il librarsi verso l’alto, questa uniforme da straniero e da astronauta, non è lo stesso principio dell’essenza del volo di Mordecai? Un coprire le distanze, scalando vette visibili e invisibili. Non a caso Noskra, la cui “k” proviene dall’alfabeto runico e in particolare dalla parola “kenaz”, che significa appunto fiaccola, ha previsto un guardaroba che svolge la funzione di una vera e propria corazza: felpe, camicie, pantaloni e bomber, tutti oversize, maxi tasche e colori neutri, cotone, nylon e tessuto crispy.

courtesy of Domenico Orefice

Una collezione che si chiama Mordente, frutto della mente del designer Andrea Lonigro, barese, ventisettenne, autodidatta, nel senso che non ha mai frequentato corsi di moda. Astrazione e interattività, trovarsi istantaneamente in luoghi molteplici. Basta dare un’occhiata al sito di Domenico Orefice: si può letteralmente esplorare un bunker sotterraneo e arredato delle immagini delle recenti campagne, attraversarlo a destra e a sinistra, percorrerlo, anzi, dallo schermo del telefono o del pc.

courtesy of Noskra

Diverso, ma caratterizzato dalla stessa volontà di eliminare il superfluo per reinventarsi partendo dalla propria essenza è Institution di Galib Gassanof. Qui il brand è addirittura presentato alla stregua di un’istituzione. Non una semplice marca, ancora meno un semplice corredo di vestiti. È georgiano, Gassanof, cresciuto tra i vicoli della periferia di Tblisi e di origine azera. Per lui la moda è artigianato, è lavoro manuale, è composizione artistica, è tentativo di conciliazione. In occasione dell’esibizione della collezione non ha voluto modelle, ha rifiutato il ricorso alla passerella: gli abiti sono stati semplicemente appesi, all’interno della galleria d’arte Secci, per sottolineare la loro funzione di oggetti tessuti a mano, il prodotto della fatica e dell’inventiva di chi li ha realizzati.

Institution, by Galib Gassanof

Richiama in un certo senso un’idea di comunità anche la scelta del nome, l’adesione a una condivisione di saperi, tecniche e maestranze che esuli dall’obiettivo commerciale delle sue creazioni: quasi tutti i suoi capi sono stati tagliati e confezionati direttamente da lui attraverso la tessitura a mano dei tappeti tipica degli azeri, che utilizzano lacci di lana che lui ha sostituito con il cotone. Ecco perché le frange sono l’elemento che più di tutti caratterizza la collezione, presenti ovunque, sulle spalle di croptop e degli abiti, sull’orlo delle gonne. Pendono addirittura dai passamontagna.

Institution, by Galib Gassanof

Lontano dagli usi arcaici delle società azere, c’è Milano. Moderna, diretta, fremente. Com’è già successo nel caso di Marcello Pipitone, che puntava a descrivere il mondo maschile della metropoli suburbana, in cui le linee della metropolitana, la squadra di calcio e la musica rap e trap rappresentano un vero e proprio immaginario estetico, Halfboy di Alice Moraschini si pone come la controparte di genere opposto. Qui c’è tutta la poliedricità delle ragazze contemporanee, irriverenti, androgine, che a lunghi cappotti di pelliccia alternano corte giacche da motociclista, anche se sempre foderate di morbido pelo, wide pants in denim dalla tinta sfumata e blazer oversize.

Chiodi, giubbotti di montone a pannelli o il celebre aviator di pelle ovina nera con la chiusura a zip. Celebre perché si è diffuso tra le influencer note a livello internazionale, che dal 2019, anno di debutto del marchio, ne incarnano il pubblico più affezionato: Kendall Jenner, Chiara Ferragni, Gigi Hadid, Leandra Medine. La loro è un’austerità disinvolta che non si prende mai eccessivamente sul serio, un modo di coniugare – il verbo ritorna – gite sulla neve a passeggiate nel centro di città trafficate, viaggi dall’altra parte del mondo a comode tenute per un pomeriggio casalingo.

courtesy of Halfboy

All’insegna di una femminilità più all’antica, quando ancora era sinonimo di idillio peccaminoso, il fiorentino Annagiulia si presenta come un’ode al passato. In mezzo a tutte queste tendenze estetiche che guardano a un avvenire fluido, avanguardista e ammantato da derive tecnologiche, le atmosfere di Annagiulia derivano invece da tessuti pregiati d’archivio, pizzi italiani e francesi e stampe comasche. La loro ultima campagna, With you I’m born again, è all’insegna di ciò che è lento, aristocratico. Incontrano i clienti personalmente, i capi vengono realizzati su ordinazione. I colori dominanti sono il rosa antico, il celeste, l’aragosta, il fucsia. Chiffon, taffetà, rasi di seta.

courtesy of Annagiulia

Sorelle e figlie di una tradizione sartoriale apparsa alla metà del secolo scorso, Anna e Giulia alimentano una realtà che non è di questo tempo, un altro altrove insomma, rarefatto ed etereo, che giace sospeso, messo a riposo, a qualche metro da terra, sicuramente, anche in questo caso, in volo.