Attore non protagonistaIl ruolo marginale dell’Italia nel mercato internazionale dei microprocessori

Nonostante gli investimenti, gli aiuti dell’Unione europea e i progetti messi del governo Draghi, l’industria dei semiconduttori del nostro Paese contribuisce appena al 3,3 per cento del giro d’affari europeo nel settore

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Lo scorso settembre Intel, tra i leader mondiali nel campo dei microprocessori, ha avviato la produzione di chip di ultima generazione nella nuovissima Fab 34 di Leixlip, in Irlanda, terzo impianto presente nel polo che la compagnia californiana inaugurò sull’isola già alla fine degli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato è ribilanciare il mercato internazionale dei semiconduttori, che attualmente vede l’ottanta per cento della sua produzione in Asia (Taiwan da solo ne detiene il sessanta per cento). I chip che usciranno dalla fabbrica di Leixlip si baseranno sulla tecnologia Euv (Extreme Ultraviolet Litography), possibile grazie a gigantesche macchine fotolitografiche prodotte dall’azienda olandese Asml. Grazie a queste “stampanti” dal costo di centocinquanta milioni di dollari verranno prodotti i processori Meteor Lake, che consentiranno di avere sistemi di machine learning attivi localmente su dispositivi portatili senza bisogno di inviare dati nel cloud per le elaborazioni. Si tratta, in pratica, della tecnologia che aprirà la strada all’integrazione dell’intelligenza artificiale su pc.

Circa un anno prima, nel settembre 2022, Reuters aveva raccontato l’intenzione di Intel di investire anche in Italia. L’idea era di aprire una fabbrica a Vigasio, in provincia di Verona, come parte di un piano di investimento più ampio di ottanta miliardi di euro per costruire capacità produttive in tutta Europa. All’epoca, il presidente del Veneto Luca Zaia lo definì «il più grande progetto di capitali che arrivano dall’estero realizzato non solo nel territorio, ma nell’Intero Paese». Si parlava infatti di un investimento di 4,5 miliardi, in grado di generare circa cinquemila nuovi posti di lavoro. La stessa Giorgia Meloni, nel corso della conferenza stampa di fine anno, aveva sottolineato come il governo fosse al lavoro sul dossier e aveva più volte manifestato la volontà di incontrare la dirigenza della multinazionale statunitense.

Com’è andata? Male. Per il momento tutto si è risolto con un nulla di fatto: nonostante l’avvio delle trattative, a diversi mesi di distanza Intel ha smesso di menzionare l’Italia nelle comunicazioni relative ai suoi piani industriali nel vecchio continente. Parlando con i giornalisti nel corso dell’ultimo World Economic Forum, l’amministratore delegato Pat Gelsinger ha affermato di essere «focalizzato» solo «sugli investimenti in Germania e Polonia».

Quelle arrivate da Davos non sono buone notizie. Ad oggi il nostro Paese può contare su un solo grande player nel settore dei microprocessori: STMicroelectronics (in realtà italo-francese), che ha un centro di produzione ad Agrate Brianza e uno a Catania. Ci sono anche la piemontese Vishay Semiconductor, che lavora a stretto giro con il settore dell’automotive, l’abruzzese LFoundry – che però nel 2019 è stata acquistata dalla cinese Wuxi Xichanweixin Semiconductor – e Memc Electronic Materials, che fa capo a una società taiwanese. Le restanti sono piccole realtà.

L’Italia contribuisce al 3,3 per cento del mercato europeo dei microchip e nel 2022 ha generato circa 1,6 miliardi di euro, con il settore automobilistico ad assorbire il quaranta per cento del totale. Il 2022, in realtà, era stato un anno entusiasmante per l’industria italiana dei semiconduttori, grazie soprattutto all’Unione europea: la Commissione aveva allentato le regole relative agli aiuti di Stato, consentendo ai singoli Paesi di intervenire sul mercato più facilmente. Nel nostro caso, poi, avevano giocato un ruolo decisivo anche i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Nel tentativo di lanciare un segnale, lo scorso novembre il governo ha inaugurato la fondazione Chips.IT di Pavia, futuro polo italiano per il design dei circuiti integrati. La fondazione «coordinerà attività di ricerca e design con attori pubblici e privati, mettendo a disposizione attrezzature e software di ultima generazione», come scritto sul sito del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Svolgerà anche il ruolo di centro di competenza, puntando a formare nuove generazioni di talenti nel settore. I privati avranno un ruolo fondamentale e collaboreranno tramite partenariati di diverso tipo: per ora hanno comunicato il loro interesse a partecipare alle attività della fondazione STMicroelectronics, Sony, Analog Devices, Infineon, Inventvm, Nxp, Psmc e… Intel (una magra consolazione).

Lo scorso agosto, infine, è stato approvato il cosiddetto Decreto Asset (o Omnibus bis), che contiene anche disposizioni per l’avvio di un “Chips Act italiano”, sulla falsariga di quello europeo entrato in vigore a settembre. Il governo Draghi aveva già stanziato quasi quattro miliardi di euro fino al 2030 per un fondo dedicato alla ricerca sui microprocessori e le nuove applicazioni industriali, oltre ai soldi previsti dal Pnrr. La nuova legge rappresenta un’ulteriore spinta verso una maggiore autosufficienza tecnologica e un’opportunità per un settore all’interno del quale, in termini di investimenti, siamo rimasti fondamentalmente indietro. È un treno da non perdere. Nella speranza che, prima o poi, qualcuno come Intel torni a farsi sentire.

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