Mi ci sono voluti due anni (sono tardo) per capire quale fosse l’opportuna collocazione morale del mastodontico sproposito secondo cui “La guerra in Ucraina è cominciata nel 2014!”. Ho detto morale: non politico, non geopolitico, non storico, non di contabilità bellica, tutti ambienti in cui pure meriterebbe il dovuto pernacchio quella balordaggine sull’operazione speciale che semplicemente continuerebbe – e magari, perché no, vorrebbe pacificare – una situazione di conflitto cominciata otto anni prima.
È moralmente immonda, quella propalazione mezza goebbelsiana e mezza da liceale di quarta fila, perché per gli otto anni di questa guerra pregressa – naturalmente da addebitare soltanto al nazismo ucraino, e mai e poi mai allo stillicidio di aggressioni e incursioni che da parte russa è stato promosso e finanziato in quelle regioni – questi che la evocano senza sosta dal 24 febbraio del 2022 non si erano mai visti, mai sentiti, erano a bere il caffè alle Nazioni Unite, a protestare per il compagno Lula e a smistare il traffico dei convogli militari russi in allegra vacanza spionistica su e giù per l’Italia.
Delle migliaia di morti su quella scena, e pure delle atrocità lì commesse certamente non solo da una parte sull’altra, a questi che ne discutono in epopea di operazione speciale non è mai importato assolutamente nulla, se mai ne hanno saputo qualcosa: le hanno imparate da La7 quelle fregnacce, ne hanno tratto attendibilissima documentazione dai giornali italo-siberiani, l’una e gli altri rispettivamente dedicati alla spiegazione che «Putin sta puntando sui suoi obiettivi, e nel frattempo cerca di non spaventare la popolazione», e che dopotutto un pochetto di ragione ce l’ha se l’obiettivo è contenere le ambizioni espansive di chi, appunto, è il vero responsabile della guerra, quella vera, quella che in realtà è cominciata otto anni prima.
Si erano fatti vivi (questo bisogna riconoscerglielo) per far dare venticinque anni di galera a un italo-ucraino accusato – senza nessuna prova, all’esito di un processo da macelleria giudiziaria degno del Paese di Enzo Tortora “cinico mercante di morte” – di aver ammazzato un giornalista italiano appunto nel conflitto russo-ucraino: e, se fosse stato per loro, la sentenza assolutoria che infine riconosceva il nulla mischiato col niente su cui si basavano le accuse avrebbe dovuto essere liquidata come la dimostrazione definitiva dell’ingiustizia trionfante, la cospirazione che aveva lavorato oscuramente, contaminando il giudizio della magistratura, per coprire con una posticcia verità nazi-collaborazionista le inoppugnabili responsabilità del nazionalista ucraino che aveva comandato il fuoco per l’assassinio del giornalista italiano. Giunsero a straparlare, con il giornalismo corporato in prima fila, di attentato alla libertà di informazione: quella notoriamente protettissima e garantitissima in Russia, e invece orribilmente conculcata, nel Donbas, dall’espansionismo ucraino che su procura della Nato porta da otto anni in quelle terre la censura, la disinformazione e il sopruso imperialista. Questo è il livello morale degli analisti della guerra «che non è cominciata nel febbraio del 2022». È il livello di chi si è proposto di porvi fine mettendo gente perbene al posto dei drogati e degli omosessuali di Kyjiv.