In difesa del mare Paolo e la casa dei pesci

Grazie all’iniziativa di questo intrepido pescatore, i fondali marini del golfo dell’Argentario ospitano sculture di marmo che ostacolano la pesca a strascico

Foto di Federico Ravassard

Talamone. Molti di noi hanno sentito parlare di questo piccolo paese, che si trova nel sud Toscana, sui banchi di scuola. È il porto dove Giuseppe Garibaldi nel maggio del 1860, partito dalla Liguria con i suoi mille soldati diretto in Sicilia per unificare il territorio italiano, fece sosta per rifornirsi di cibo e armi. In questo borgo che si affaccia sul mar Tirreno dove all’orizzonte si intravedono l’isola d’Elba, il Giglio e Montecristo, tutto parla dell’eroe dei due mondi. Vie, piazze, strade, perfino ristoranti e bed and breakfast portano il suo nome o quello della sua impresa. Qui oggi vive un moderno “condottiero” che sembra aver fatto suoi quegli ideali di libertà.

Lui è Paolo Fanciulli conosciuto da tutti come Paolo il Pescatore. Da decenni Paolo si sta battendo contro la pesca a strascico. Un metodo che distrugge la flora e la fauna presente sul fondale marino. E per contrastare questa attività illegale e preservare i fondali marini davanti a Talamone ha creato “La casa dei pesci”. Un museo sommerso che si arricchisce anno dopo anno di sculture. Lo abbiamo incontrato nella sua casa in una mattina piovosa di febbraio, qui mentre stava preparando le reti per la pesca ci ha raccontato la sua storia.

Foto di Federico Ravassard

«La pesca a strascico non è un modo sostenibile di pescare. Queste reti, appesantite con anelli di ferro e cavi d’acciaio, vengono trascinate sul fondo del mare; e giorno dopo giorno ettari di prati sottomarini di posidonia, pesci e rocce vengono distrutti. È come se un cacciatore bruciasse un’intera foresta per uccidere un cinghiale. Ci sono campagne per salvare le tartarughe, i delfini ma pochi se non nessuno fa azioni per salvare i fondali del mare».

Paolo ha fatto l’impossibile per impedire ai pescherecci di danneggiare il suo amato ecosistema. Negli anni Novanta ha manifestato nel porto di Santo Stefano con l’aiuto di Greenpeace, Mare Vivo, Wwf e altri pescatori. Ha portato avanti proteste, atti di sabotaggio e ha persino vestito i panni di un poliziotto.

Nel 2006 dopo una serie di vicissitudini burocratiche e promesse mancate, grazie all’aiuto di tante persone, tra questi anche Fulco Pratesi presidente Wwf Italia, Paolo inizia a dare vita al suo progetto. «Ho messo in mare nell’area che va da Porto Santo Stefano alla foce del fiume Ombrone, entro un miglio e mezzo dalla costa, ottocento blocchi di cemento. Queste strutture presenti in fondo al mare fanno l’effetto di dissuasori e riescono a fermare la pesca a strascico. Nasceva così quello che tutti conoscono come la casa dei pesci”.

Questo per Paolo era solo l’inizio del suo sogno. «Nel 2012 ricevo un premio da Geo Saison in Germania. In quell’occasione conosco Franco Barattini proprietario di una cava di marmo a Carrara a cui chiedo in regalo due blocchi di marmo. Lui prende a cuore il mio progetto, mi dice “tira fuori il tuo sogno dal cassetto”, e invece di due me ne regala cento». I blocchi di marmo prima di essere buttati a mare, a differenza di quelli in cemento, vengono scolpiti e trasformati in sculture da numerosi artisti italiani e internazionali come Emily Young, Massimo Catalani, Giorgio Butini, Massimo Lippi, Johann Goelles e tanti altri.

Foto di Federico Ravassard

«Nel mare davanti a Talamone, tra la punta davanti al faro e il Bagno delle Donne, e a Marina di Alberese oggi ci sono così quarantaquattro opere d’arte posizionate a una profondità di cinque metri. Oltre a erigere una barriera per le reti della pesca a strascico, abbiamo realizzato un museo sottomarino nel Mar Mediterraneo. Io ho 62 anni, un giorno morirò, ma queste opere che abbiamo messo sul fondo del mare rimarranno per sempre».

La storia di Paolo è stata pubblicata sui media internazionali dagli Stati Uniti alla Germania, in Giappone, Gran Bretagna e Cina. Si è occupato di lui anche Patagonia, l’azienda di abbigliamento nata in California, che ha raccontato in tutto il mondo attraverso il documentario “The Art of Activism” la storia di resilienza di questo pescatore e della sua comunità in Toscana.

Durante la nostra chiacchierata Paolo ci ricorda che ognuno di noi nel quotidiano può comunque portare avanti la sua battaglia per tutelare le aree marine. «Parliamo sempre di ambiente e sostenibilità, ma il territorio si salva a tavola. Oggi più che mai il consumatore è il vero responsabile del cambiamento climatico. Stiamo attenti a comprare un cellulare, un’automobile, un vestito…  Ma non abbiamo questa sensibilità quando andiamo a fare la spesa. Meglio acquistare meno, ma in modo più responsabile. Oggi la maggioranza delle persone vanno a comprare il pesce nei centri commerciali dove i polpi sono decongelati, spigole e orate sono di allevamento, le sogliole arrivano dai mari di tutto il mondo. Se vuoi un prodotto buono devi avere un rapporto di fiducia con il tuo pescivendolo, come fai con il tuo medico o con qualunque altro professionista che ti segue».

Un’attività quella di Paolo che non conosce sosta, infatti sta già lavorando al prossimo progetto, “La casa dei polpi”, che prenderà vita la prossima estate. «Con l’aiuto di Giovanni Storti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, lanceremo la nuova operazione per proteggere i polpi. Metteremo in mare centinaia di anfore di terracotta di circa quaranta centimetri che serviranno a difendere questi molluschi».

Paolo ci saluta ricordandoci che «non si può solo prendere dalla natura, bisogna anche dare».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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