Ripensare il turismoIl primo comprensorio sciistico d’Europa senza impianti di risalita

Si chiama Homeland ed è a Montespluga, vicino al confine con la Svizzera. Con la chiusura invernale del passo, gli sciatori possono “scalare” le piste fino a oltre tremila metri di altitudine e scegliere i percorsi in salita segnalati. Obiettivo finale: accedere a 3.642 ettari di neve fuoripista

Fonte: @homeland.explore / Instagram

All’impatto, notevole, delle piste da sci e degli impianti di risalita sul territorio montano in termini di alterazione dell’habitat, disboscamento, incidenza sull’ambiente naturale, mutamenti morfologici delle pendenze e dell’idrografia, antropizzazione delle vette e crollo dell’economia tradizionale, negli ultimi anni il cambiamento climatico ha aggiunto l’ormai diffuso ricorso all’innevamento artificiale. 

Senza questo aiuto avrebbero chiuso ancora più impianti rispetto ai tantissimi già monitorati: trecentoundici aree sciistiche dismesse solo in Italia, secondo uno studio del 2020. Un lascito di ex skilift, piloni arrugginiti, pendii brulli che gli alberi stanno lentamente riconquistando, disseminati tra Alpi e sugli Appennini, solo in minima parte recuperati o recuperabili per altri usi. 

Vittime, anche, del lockdown nato dalla pandemia e dei crescenti costi energetici, che spingono molti imprenditori a lasciare, ma soprattutto del cambiamento climatico che sposta sempre più in alto la quota delle nevicate e le rende eventi rari e non sufficienti a garantire la sciabilità alle quote più basse. A tutto questo ha dato risposta, fino a un certo punto, l’innevamento artificiale che, tuttavia, sta rapidamente mostrando i suoi limiti, sia perché richiede comunque temperature molto basse che è sempre più raro incontrare con regolarità, sia per i costi economici e ambientali, legati soprattutto all’enorme dispendio di acqua e alla creazione di invasi dedicati.

Una situazione, in gran parte sostenuta da fondi pubblici, che si riflette anche sui costi crescenti per gli utilizzatori degli impianti.
Il problema è particolarmente sentito in Italia che, dove, secondo dati di Legambiente del 2023, il novanta per cento delle piste è innevato artificialmente e il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 metri cubi, che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti. 

 

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Il rapporto ha mappato centoquarantadue bacini idrici realizzati a questo scopo, su una superficie pari a circa 1.037.377 metri quadri, con Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte nelle prime posizioni. La relazione, e le cronache di questi giorni, raccontano una realtà schizofrenica dove, mentre aumentano gli impianti dismessi o temporaneamente chiusi per mancanza di neve, si moltiplicano i progetti per nuove stazioni, anche a bassa quota, interamente affidate alla neve artificiale. Non considerando, come avvertono gli esperti, che l’innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno ulteriori incrementi. Scenari già ampiamente delineati in un rapporto del Cai datato 2006. 


Ma se la soluzione è riportare forzatamente lo sci a un passato elitario, quando non era un fenomeno di massa che attraeva in montagna folle da tutto esaurito, un percorso potrebbe essere invece un ritorno all’antico, rispettoso dell’ambiente e potenzialmente aperto a tutti. 

Le passeggiate nella neve a piedi, con le ciaspole, o con gli sci di fondo o con le pelli, l’esplorazione della natura invernale, la riscoperta delle culture locali e della gastronomia, la buona ospitalità, sono attività a basso impatto. E c’è chi ha già immaginato e realizzato una stazione sciistica, la prima in Europa, senza impianti di risalita. Homeland, a Montespluga, in Lombardia, ai confini con la Svizzera, è stato inaugurato alla fine del 2022, quando il Covid aveva pesantemente penalizzato gli impianti tradizionali e gli spazi affollati delle cabinovie facevano paura, soprattutto per dare spazio allo scialpinismo, ma è cresciuto fino a diventare un comprensorio vergine di funivie e sciovie, dove – con la chiusura invernale del passo – tutto il territorio circostante diventa un’unica grande “pista” da salire e scendere, in autonomia seguendo le infografiche dei cartelloni o accompagnati da guide alpine e maestri di sci.


Dai 1.908 metri del villaggio fino ai tremila delle cime più alte, con un innevamento naturale pressoché garantito, gli sciatori possono scalare le piste fino a oltre tremila metri di altitudine e scegliere tra undici percorsi in salita segnalati per accedere a 3.642 ettari di neve fuoripista. Per chi vuole organizzare un fine settimana, o un periodo più lungo, c’è l’albergo della Posta, ma si può anche dormire in tenda.
L’equipaggiamento – scarponi, sci con attacchi per la risalita e pelli di foca, splitboard, ovvero lo snowboard fuori pista, ciaspole, zaini con airbag, kit di sicurezza con pala, sonda e localizzatori ARTVA – può essere noleggiato in loco e per i principianti ci sono lezioni di sicurezza e giornate di introduzione allo scialpinismo oltre a corsi di skialp e splitboard, servizi e formazione per i più esperti.

«L’iniziativa – spiegano i gestori – è nata per venire incontro al sempre maggior numero di appassionati di scialpinismo, ma sta diventando qualcosa di più, un esperimento che dimostra come il modo tradizionale e antico di godere della montagna sia non solo ancora possibile, ma più che mai attuale e necessario. Un settore che può crescere ulteriormente migliorando l’economia e la cultura delle nostre comunità di montagna, senza ulteriori danni per l’ambiente». 

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