Forgiato nella violenzaLa prospettiva predatoria che spiega la Russia di Putin

L’autocrate del Cremlino ha trasformato il suo Paese al punto che la guerra all’esterno e la repressione all’interno sono funzionali a controllare ogni aspetto della nazione

AP/Lapresse

Una delle obiezioni che la propaganda filorussa oppone alle accuse rivolte al regime per la morte di Alexey Navalny è che Vladimir Putin non avesse alcun interesse a ucciderlo. Ormai era in prigione, si dice, non costituiva un pericolo e, anzi, il regime aveva tutto l’interesse a mantenerlo in vita per salvare un minimo di apparenza.

Si tratta di ragionamenti che non valgono per uno Stato come quello russo. Uno Stato per il quale l’etichetta di autoritario è insufficiente a spiegare ciò che è diventato. Putin ha sottoposto l’intera nazione a un processo di involuzione totale, che l’ha riportata a uno stadio primitivo su quella prospettiva che la scienza politica definisce «predatoria» in contrapposizione all’altra teoria sulla nascita degli Stati moderni, quella «contrattualistica».

Se la prospettiva contrattualistica si concentra sui conflitti di interesse fra gli individui, quella predatoria si focalizza sui conflitti fra i cittadini e lo Stato.

Secondo la prospettiva predatoria i governanti sono come gli uomini nello stato di natura: anche loro devono affrontare il problema della propria sicurezza, poiché i cittadini tutti sono visti come rivali che potrebbero contendere loro il potere. Il problema della sicurezza riguardato sotto questo profilo porta i governanti a utilizzare il loro potere per sottrarre risorse ai cittadini, non solo per garantire la loro sicurezza, ma anche per garantirsi la propria.

Nell’approccio predatorio il fornitore di sicurezza, a differenza di quanto accade nell’approccio contrattualistico, rappresenta lui stesso una minaccia fondamentale per il cittadino e l’obbedienza trova la sua giustificazione ultima nel mettersi al riparo dalla ritorsione dello stesso governante.

La prospettiva predatoria è quella che meglio di ogni altra spiega l’involuzione in cui la Russia è stata fatta precipitare da Putin.

In un famoso paper della metà degli anni Ottanta, intitolato “Warmaking and statemaking as organised crime”, il sociologo e politologo americano Charles Tilly esordì con parole divenute celeberrime per spiegare la prospettiva predatoria che sta dietro alla nascita di uno Stato: «Se il racket della protezione rappresenta il crimine organizzato al suo massimo livello, allora la minaccia della guerra e la costruzione degli Stati – classiche forme di racket col vantaggio della legittimità – costituiscono il più grande esempio possibile di criminalità organizzata».

Per Tilly, sfruttando il monopolio della forza, i governanti svolgono quattro diverse attività necessarie a preservare il proprio potere:
1. Warmaking: eliminare o neutralizzare i propri rivali al di fuori del proprio territorio;
2. Statemaking: eliminare o neutralizzare i propri rivali all’interno del proprio territorio;
3. Protezione: eliminare o neutralizzare i nemici dei loro sodali;
4. Estrazione: acquisire i mezzi per svolgere le altre tre attività principali.

Il warmaking, lo statemaking, la protezione e l’estrazione assumono diverse forme – l’estrazione, ad esempio, va dal saccheggio vero e proprio al tributo regolare, fino alla tassazione vessatoria. Ma tutte e quattro dipendono dalla tendenza dello Stato a monopolizzare ogni possibile mezzo di coercizione e ognuna di queste attività, se portata avanti in modo efficace, rafforza le altre.

Così, uno Stato che riesca a sradicare con successo i suoi rivali interni rafforzerà anche la sua capacità di estrarre risorse, di fare la guerra e di proteggere i suoi principali sostenitori.

Ognuna di queste attività ha nel tempo prodotto forme di organizzazione proprie.

La guerra ha prodotto eserciti, lo statemaking ha prodotto strumenti durevoli di sorveglianza e controllo del territorio, la protezione ha aggiunto a ogni altra forma di organizzazione un apparato in grado di assicurare ai sodali la protezione necessaria – in particolare attraverso tribunali e assemblee rappresentative corrotte –, l’estrazione ha infine dato vita a vessanti agenzie fiscali.

Del resto, l’attività stessa di produrre e controllare la violenza favorisce il monopolio su ogni altra attività e la guerra è presto diventata la condizione normale del sistema internazionale degli Stati e il mezzo normale per difendere o rafforzare la propria posizione.

I temibili e drammatici progressi in campo militare e l’aumento delle capacità offensive hanno agevolato, poi, la nascita di strutture sovranazionali di cooperazione basate su leggi internazionali con lo scopo di contenere la guerra e cercare di porre – con enormi difficoltà – i rapporti di forza gli Stati sullo stesso piano dei rapporti di forza fra cittadini, in modo da renderli in qualche modo giustiziabili.

Un percorso che in un auspicabile futuro dovrebbe portare a una federazione mondiale dotata dell’autorità necessaria a reprimere anche i conflitti fra Stati, sul modello pensato da Immanuel Kant. La Russia di Putin, invece, va in senso esattamente contrario.

Per Putin la guerra all’esterno e la repressione all’interno è funzionale a riplasmare la nazione russa. Lo statemaking di Putin transita necessariamente, in senso ottocentesco, per il warmaking. Come diceva Tilly a proposito della nascita degli Stati europei, «external competition generates internal statemaking»: la guerra genera gli Stati.

Per questo, dopo l’Ucraina, Putin non si fermerà. Nel processo di destrutturazione e ricostruzione dello Stato su basi predatorie ottocentesche, Putin deve aprire altri fronti di guerra e, al contempo, all’interno non può risparmiare nessuno.

Esattamente come un gangster dedito al racket, deve servire la sua vendetta e non lasciare impunito chi tradisce e non si allinea. La prima regola di gangster e mafiosi è che non ci si può dimostrare deboli.

Vladimir Putin ha criminalizzato lo Stato russo, presentando tale processo come giustificato dall’Occidente. Il suo desiderio di guerra è legato alla sua natura criminale. «Non siamo una banda. Non siamo la mafia. Non cerchiamo vendetta come nel libro di Mario Puzo “Il Padrino”. Siamo una nazione, una nazione di leggi», disse Vladimir Solovyov, noto conduttore televisivo russo, per negare che il Cremlino abbia avuto qualcosa a che fare con l’esplosione dell’aereo che ha ucciso Yevgeny Prigozhin. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

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