Interferenza cremlinianaL’Ue sta indagando sui legami tra gli indipendentisti catalani e la Russia (di nuovo)

Il Parlamento europeo dice che Mosca offre sostegno al movimento per l’autonomia attraverso troll, bot, disinformazione e offerte di soldati e denaro: di tutto pur di minare la stabilità politica di uno Stato membro

AP/Lapresse

Fake news, fabbriche di troll e bot, attacchi informatici, interferenze nei processi elettorali, le ingerenze della Russia negli affari interni dei Paesi europei non sono più un mistero e arrivano attraverso canali diversi, in ogni modo possibile. In vista delle elezioni europee di giugno e dell’inizio dell’iter legislativo della legge di amnistia, negli ultimi giorni sia il Parlamento europeo sia le autorità giudiziarie spagnole sono tornati a occuparsi dei legami tra il Cremlino e il movimento indipendentista catalano.

In una risoluzione non vincolante adottata la settimana scorsa, l’Europarlamento ha espresso la grande preoccupazione per i continui tentativi della Russia di minare la democrazia europea e chiesto che le varie forme di interferenza vengano indagate in maniera effettiva. Tra queste, il sostegno della Russia al movimento indipendentista catalano si manifesta attraverso «la diffusione di disinformazione, la creazione di fabbriche di troll e bot, e persino l’offerta di inviare diecimila soldati e denaro per sanare il debito della Catalogna qualora fosse stata dichiarata l’indipendenza».

Nel testo della proposta viene infatti menzionata la testimonianza di Víctor Terradellas, ex responsabile delle relazioni internazionali del partito indipendentista catalano Convergencia Democrática de Cataluña (che oggi si chiama Junts), nell’ambito del caso Voloh, aperto nel 2020 per indagare i presunti legami tra la Russia e i membri del partito. Nel 2022, infatti, Terradellas ha detto di aver incontrato insieme all’eurodeputato e leader di Junts Carles Puigdemont due agenti russi nei giorni precedenti alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna. Durante gli incontri, i due agenti, Sergey Motin e Nikolai Sadovnikov, hanno offerto cinquecento miliardi di euro e diecimila soldati per aiutare la regione a diventare uno Stato indipendente: in cambio, Puigdemont e il suo partito avrebbero dovuto far diventare la Catalogna un paradiso delle criptovalute. Un’inchiesta indipendente dell’Ong giornalistica Organized Crime and Corruption Reporting Project ha ricostruito e confermato l’incontro tra Puigdemont, Sadovnikov e Terradellas attraverso dichiarazioni, messaggi e prove fotografiche.

Non si tratta, però, dell’unica indagine che negli ultimi anni ha cercato di fare luce sui legami tra gli indipendentisti catalani e l’amministrazione russa. Nel 2021, un’inchiesta del New York Times ha rivelato che nel 2019 Josep Lluis Alay, professore di Storia e consigliere di Puigdemont, si è incontrato in diverse occasioni con funzionari ed ex membri dell’intelligence russa a Mosca per ottenere il sostegno tecnico e finanziario del Cremlino per creare sistemi bancari, energetici e di telecomunicazioni separati da quelli spagnoli.

Pochi giorni fa, i giornali spagnoli El Confidencial ed El Periódico hanno documentato i viaggi in Catalogna di almeno sette agenti dei servizi segreti russi (Gru) tra il 2014 e il 2019, anni cruciali per l’indipendentismo catalano. I sette agenti appartengono o sono ex membri dell’Unità 29155, un reparto d’élite del Gru creato nel 2008 dalla Russia e che si occupa di sabotaggi, omicidi e altre operazioni di destabilizzazione degli oppositori del presidente russo Vladimir Putin, soprattutto in Europa. Le autorità spagnole avevano aperto un’indagine sulla presenza degli agenti del Gru in Catalogna e sui loro presunti legami con l’indipendentismo catalano nel 2019, per poi chiuderla nel 2021 per mancanza di sviluppi.

Nel suo comunicato, il Parlamento europeo si augura anche che i casi di contatti tra Puigdemont e altri membri del movimento indipendentista e l’amministrazione russa «siano deferiti al comitato consultivo del Parlamento europeo sulla condotta dei deputati per un ulteriore controllo». In risposta, Puigdemont ha scritto una lettera all’Eurocamera in cui assicura di essere vittima di una persecuzione alimentata dalla giustizia spagnola e dai partiti di destra del Paese. «Non hanno smesso di tenermi d’occhio, spiarmi e perseguitarmi per sei anni, e solo adesso si rendono conto che sono un terrorista e un traditore della patria, proprio quando si sta materializzando uno degli accordi politici più rilevanti dalla morte di Franco», ha scritto Puigdemont, in riferimento alla legge di amnistia che, tuttavia, dopo mesi di negoziazioni, il suo stesso partito si è rifiutato di sostenere durante la prima votazione parlamentare, chiedendo maggiori concessioni al partito socialista del presidente Pedro Sánchez.

Ora toccherà alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e al suo gabinetto, scegliere se aprire un’indagine interna sulla condotta di Puigdemont: nel caso in cui l’eurodeputato avesse infranto il codice, il leader di Junts potrebbe essere sospeso dall’attività parlamentare per un periodo.

Nel frattempo, il giudice Joaquín Aguirre ha già annunciato che a fine febbraio prorogherà di altri sei mesi le indagini sul caso Voloh per continuare a esaminare prove che confermerebbero gli stretti legami tra alcuni degli indagati e «individui di nazionalità russa, tedesca o italiana interessati a stabilire relazioni politiche ed economici con il governo catalano, in caso la regione diventasse indipendente dalla Spagna». Tra questi, oltre a funzionari e persone vicine ai servizi segreti russi, figurerebbero anche membri di partiti politici dell’estrema destra tedesca o italiana.

Le indagini sul caso Voloh dovrebbero preoccupare Puigdemont molto più della decisione di Metsola: l’attuale testo della legge di amnistia, infatti, non comprende il favoreggiamento del nemico e gli atti che vanno contro l’integrità e la pace dello Stato (i cosiddetti delitos de traición) o i reati che riguardano gli interessi finanziari dell’Unione europea.

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