Vengo dopo il TiggìGli antisemiti dei salotti tv e la violenza vera delle piazze italiane

La contestazione del diritto all’esistenza di Israele non rimane nelle posizioni dell’accademico in trasferta a Rete4: la ritrovi poi, con contorno di bandiere incenerite e di vetrine sfondate, nelle manifestazioni in cui si inneggia (a Roma, non a Ramallah) al repulisti degli ebrei dal fiume al mare

(La Presse)

Il professorino in estro putiniano e antisemita, il malvissuto stalinista secondo cui Israele ha perduto il diritto di esistere «semmai lo ha avuto», lo spaccateste anni Settanta con doppio vitalizio della Repubblica fondata sul lavoro altrui che denuncia l’espansionismo sionista ai danni delle socievoli democrazie circostanti, l’attivista irpino-onusiana che fa requisitorie contro gli Stati Uniti e l’Europa «soggiogati dalla lobby ebraica» e chiama «diritto di resistenza» il terrorismo macellaio, tutti forsennatamente contesi dai fungibili comparti del Porcaio Unico Televisivo, non costituiscono l’episodico e stralunato accesso di un dibattito pubblico altrimenti impostato e governato: costituiscono il sigillo rappresentativo dell’andazzo generale, la ciliegia eminente sull’enorme torta di sterco quotidianamente affettata per sfamare un’opinione spettatrice che non chiede altro perché non può vedere altro.

Gli osservatori decenti che non attribuiscono troppa importanza a questo imperante degrado ritengono, sbagliando, che l’immagine screditata di quei cialtroni sia sufficiente ad annullare la capacità di influenza degli spropositi cui essi si lasciano andare, e che il «passi» di cui godono su quei palchi televisivi e sui giornali che effettivamente non legge nessuno abbia ricaschi dopotutto trascurabili sul corpaccione di un Paese fortunatamente impassibile. È un errore, appunto. E spesso – ciò che lo aggrava – questo errore è motivato dal comprensibile quanto inescusabile snobismo conventicolare che non si occupa di certe bassezze, le panzane su cui non vale al pena di perdere tempo perché sono panzane e perché tutti capiscono che sono panzane.

Ma non erano forse panzane i Protocolli dei Savi di Sion? E non sono state sufficienti a fare i danni che hanno fatto, sino all’avvocata farlocca che ne ripropone la versione aggiornata straparlando di gioco ebraico sulle società che assistono inerti alla sopraffazione genocidiaria dell’Entità sionista? La contestazione del diritto all’esistenza di Israele non rimane nei rutti dell’accademico in trasferta a Rete4: la ritrovi poi, con contorno di bandiere incenerite e di vetrine sfondate, nelle manifestazioni in cui si grida (a Roma, non a Ramallah) che «Israele non deve esistere» e in cui si inneggia al repulisti degli ebrei dal fiume al mare. Gli sgozzamenti e gli stupri degradati a inappropriatezze di un movimento di legittima resistenza non restano confinati nella conferenza stampa finanziata dagli uffici della cooperazione internazionale, gli stessi i cui scantinati ospitano i server dei terroristi: no, ritornano nelle rivendicazioni di piazza (a Milano, non a Jenin) secondo cui il 7 ottobre ha «insegnato a tutto il mondo il significato di “resistenza”».

Lasciate correre sul presupposto che siano semplici bestialità che si auto-discreditano per il discredito di chi le dissemina, queste pericolose e volgari manifestazioni di propaganda non diventano semplicemente la verità sovra-scritta sulle cose come sono davvero, il che già basterebbe a non lasciarle correre: diventano violenza fattiva, effettiva, fisica. Sarebbe bene che ci si pensasse un po’ meglio.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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