Design inconscioI creativi che trasformano i sogni (e le allucinazioni) in oggetti d’arredo

Sono a metà tra psicologi e inventori, capaci di stimolare associazioni imprevedibili. Sedie, lampade, divani, poltrone e lettini che riflettono i desideri rimossi o quelli scatenati dai social network, libere associazioni di pensiero, fantasie, giochi. In poche parole, la nostra vera natura

Big Party, Duyi Han

Mathilde Freud, designer e imprenditrice, nonché figlia del più celebre Sigmund, racconta che il padre era solito leggere in una posizione molto scomoda: seduto in diagonale, con una gamba appoggiata al bracciolo della poltrona, il libro tenuto in alto e la testa lasciata cadere all’indietro. Per rendere più piacevole questa postura, Mathilde si rivolse all’architetto e arredatore viennese Felix Augenfeld il quale realizzò una sedia molto particolare, in cui i braccioli potevano fungere da schienale e che ricorda nella forma una figura antropomorfa. Quando nel 1938 Freud fuggì dai nazisti, la sedia venne via con lui e oggi è esposta al Freud Museum di Londra.

Si parla molto del famoso lettino di Freud, ma la sua sedia è quasi altrettanto intrigante, non solo per la forma. Come scrivono i redattori del libro Chair: 500 Designs That Matter (Edizioni Phaidon), il fondatore della psicanalisi è riuscito a portare a termine così tante ricerche stando seduto storto che questa strana sedia ci ricorda come a volte il design dia il meglio di sé quando abbraccia l’anticonformismo e la singolarità. Ne è convinta anche la curatrice fiorentina Valentina Guidi Ottobri che con il progetto VGO Associates, sfociato in una galleria a cielo aperto a Grasse, nel sud della Francia, propone una diversa interazione con gli oggetti e gli spazi del nostro quotidiano. Unendo design, arte e spiritualità e collaborando con aziende e creativi di ogni dove, Guidi Ottobri dà vita a quelle che lei definisce «nuove categorie di oggetti», capaci di ripensare spazi pubblici e privati in una visione «olistica», che guarda cioè all’essere umano nella sua interezza e tenta di ritrovare l’armonia con l’ambiente.

Kustaa Saksi X Doppia Firma – Sinbad

L’obiettivo, spiega, è «spostare il punto di vista da esteriore a interiore, riconnettendoci con la nostra vera natura, le nostre sensazioni e la nostra capacità di farci influenzare da ciò che ci sta intorno in una dinamica di scambio». Ad attingere alla complessità della dimensione psichica è anche l’artista e designer Kustaa Saksi, che con i suoi arazzi dà corpo a mondi onirici e stati allucinatori. Saksi, che è nato in Finlandia ma vive ad Amsterdam, ha raccontato che dall’età di sette anni soffre di emicrania con aura, un mal di testa preceduto da disturbi visivi di vario tipo. Queste visioni costituiscono una delle sue principali fonti di ispirazione, insieme a illustrazioni zoologiche e botaniche, forme geometriche, immagini psichedeliche e molto altro. Ma oltre a essere l’esternazione del modo in cui gli stimoli provenienti dal mondo circostante si mescolano con le esperienze interiori, gli arazzi che realizza sono in grado secondo lui di influenzare la nostra percezione attraverso effetti moiré (una distorsione visiva generata dalla sovrapposizione di due trame di orientamento diverso) e altre illusioni ottiche.

Come in un test di Rorschach, il designer ci invita a interpretare questi stimoli ambigui per far emergere immagini dal nostro inconscio. Non è il solo: a Shanghai il designer Duyi Han crea oggetti e ambienti come se si trattasse di esperienze visive. Con un approccio da neuroscienziato, Han – che si è laureato in architettura alla Cornell University di New York e si è fatto le ossa nello studio di Herzog & de Meuron in Svizzera – studia il modo in cui le immagini alimentano il cervello e viceversa, ovvero come gli esseri umani proiettano le loro menti sulla cultura visiva. «Mi concentro sulla qualità emotiva dello spazio», dice il designer riferendosi a Toward a New Aesthetics, il progetto con cui fino al 26 novembre, negli spazi di Palazzo Mora a Venezia, partecipa alla mostra Time Space Existence. Al nostro rapporto con i social – tra deficit dell’attenzione, desiderio di piacere e FOMO (acronimo di Fear of Missing Out) – Duyi Han ha dedicato invece Big Party, paravento-schermo che fonde estetiche orientali e occidentali, religiose e laiche, digitali e artigianali.

Ammonoid, Misha Kahn

Di memoria ma anche di futuro parla il linguaggio visivo del designer americano Misha Kahn, il cui lavoro recentemente ha cominciato a essere oggetto di interesse per via dell’approccio “lo-fi” (forma contratta dell’espressione inglese low-fidelity: una particolare qualità di ascolto e di prodotto, voluto appositamente perché genera effetti diversi dal suono perfetto dell’alta fedeltà) che abbraccia senza timore l’anticonformismo e la spontaneità. Utilizzando le tecniche più disparate – dalla tessitura al collage alla stampa 3D – e mettendo insieme materiali e volumi apparentemente incompatibili, Kahn permette a tutto ciò che è illogico e imprevedibile di prendere il sopravvento sul processo creativo: «In questi ultimi anni ho accettato il mio modo di lavorare, imparando ad amare il mio caos anziché cercare di sfuggirgli, ignorando i consigli premurosi degli amici di limitare una mostra a una o due serie più specifiche e accogliendo invece lo spettatore nel mio vortice», racconta il designer, le cui creazioni fanno oggi parte della collezione permanente di numerosi musei in America e che, tra le sue collaborazioni, annovera quelle con lo scultore Alma Allen, la soffiatrice del vetro Deborah Czeresko e il designer di gioielli GianCarlo Montebello.

In modo analogo la designer francese Audrey Large crea oggetti amorfi che sfidano la percezione dell’osservatore, lasciando a questo la libertà di determinarne il significato. «Attribuirne uno io contraddice la mia spontaneità progettuale, perciò imiei oggetti non hanno mai una narrazione fissa. Preferisco creare confusione tra l’osservatore, l’ambiente e l’oggetto, per dar luogo a interazioni più significative», chiarisce lei che dal 2019 collabora con la galleria milanese Nilufar. Al confine tra arte, cinema digitale e design di prodotto, la pratica di Large sfuma i confini tra l’oggetto fisico e la sua rappresentazione visiva. Con teorie sorprendenti sulla percezione: «Invece di accettare gli oggetti come realtà, perché non pensarli come effetti visivi della realtà?». Di qui l’utilizzo della stampa 3D che le permette di passare dal digitale al reale e viceversa, in un processo potenzialmente infinito: «Renderizzo i file in immagini digitali che stampo su carta, li esporto e li stampo anche in 3D, poi disegno l’oggetto stampato in 3D su carta, creo un nuovo modello 3D a partire dagli stessi elementi, lo disegno ancora e lo ristampo di nuovo in 3D».

Twiggy Supermodel Chair, Chris Wolston, Jose Luis Alvarez

Se è vero quello che la psicanalisi afferma, ovvero che la dimensione del gioco parla lo stesso linguaggio dei sogni, la rassegna di oggetti a tema ludico presentata all’ultima edizione di Doppia Firma – progetto che unisce design e artigianato promosso tra gli altri da Michelangelo Foundation e Fondazione Cologni – può dirsi allora un’incursione nel mondo interiore di ventiquattro coppie di creativi. Da Atelier Biagetti a Jaime Hayón, da Adam Nathaniel Furman a Supertoys Supertoys e Chris Wolston, progettisti e maestri artigiani si sono cimentati nella realizzazione di arredi in cui protagonisti sono lo scherzo, l’ironia, l’allusione e la metafora, fino al rovesciamento di prospettive e valori. Dimostrando quello che Alessandro Mendini suggerì all’artista Occhiomagico per una delle sue copertine della rivista Domus: «La casa è la spia delle nostre azioni segrete».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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